Lui è tornato?

di Ettore Arcangeli

Lui-è-tornato
Una scena del film di David Wnendt

Confuso, in una Berlino irriconoscibile, il Führer si muove insicuro e incredulo. L’Asse deve aver perso. Ci  sono troppi non-ariani in giro. Non capisce ciò che gli accade intorno. La folla lo ferma, lo fotografa, altri lo insultano. È un giornalaio colui che per primo lo aiuta, chiarendogli la situazione. È il 2015, a Berlino, capitale della Repubblica Federale Tedesca e, soprattutto, non esiste più il Partito Nazista. Panico.

L’indomani Adolf Hitler subito si mette in viaggio per la Germania, seguito da un regista in piena crisi professionale. Inizia ora la parte più interessante del film. Le reazioni che Hitler suscita tra i tedeschi durante  il viaggio sono reali. Il regista assicura di aver ricercato la maggior naturalezza possibile nelle reazioni dei passanti alla vista del Cancelliere del Terzo Reich. Il nuovo Hitler parla di ambiente, di sicurezza, di occupazione, rilancia pure l’idea del nazionalsocialismo, legato all’idea -tornata di moda-  che prima degli immigrati debbano venire i “veri” tedeschi nelle politiche del governo. È questa la novità, non si attaccano gli ebrei o i comunisti, ma gli immigrati. Sono loro che, secondo l’idea di Hitler, impediscono ai tedeschi di vivere una vita serena. Durante questo viaggio la sua popolarità cresce sempre più, mentre ancora tutti pensano sia un attore comico. Notato da una rete televisiva riesce ad ottenere un proprio show, aumentando ancora di più il suo consenso. Non vi annoierò su come la storia prosegue e si sviluppa, perché non è la trama che rende particolare questo film.

Il film, come il libro da cui è ispirato, racconta della crescita dei sentimenti reazionari –in particolare di ispirazione nazista- in Germania. Effettivamente è così. In Europa negli ultimi anni i partiti di estrema destra sono in costante crescita, e la Germania non è da meno. Si potrebbero trovare le cause di questo fenomeno nella crisi economica globale di questi ultimi anni, ma è solo una comprimaria. Infatti, nei dibattiti politici del Vecchio Continente assume sempre maggiore importanze il tema dell’immigrazione. Soprattutto in tempi come i nostri, dove milioni di persone si stanno spostando dalla propria terra d’origine per le cause più varie. Una caratteristica che unifica il processo migratorio è la destinazione. E sappiamo tutti qual è.  L’Europa.

L’Europa è il continente con la migliore qualità della vita e l’unico dove un’unione politica sovranazionale controlli il mantenimento dei diritti umani e della pace. La tanto vituperata Unione Europea in qualche modo tutela i suoi cittadini.  Infatti per farne parte bisogna dimostrare, oltre ad una buona solidità economica, di garantire i diritti dell’uomo, senza eccezioni. Tutti questi elementi, uniti ad un robusto welfare state -meraviglioso se paragonato col resto del mondo ovvio (USA compresi)-, fanno del Vecchio Continente una meta prediletta per chiunque. Aggiungiamo a tutti questi ingredienti le guerre, la povertà e l’instabilità che caratterizzano i paesi africani, del Medio Oriente, e anche dell’Asia più orientale (sembrerà strano ma arrivano profughi anche da lì) e la frittata è fatta. Nel 2015, secondo dati Eurostat, sono state accettate 1.321.600 richieste d’asilo in Europa. A questi numeri vanno aggiunti quella delle migrazioni economiche i cui dati ancora non son ufficiali. Si potrebbe dire che per l’Europa, con i suoi 500 milioni di abitanti e la sua ricchezza, questo fenomeno sia facilmente regolabile, sia dal punto di vista economico che sociale, ma la realtà è ben diversa.

La popolazione europea sta vivendo un grande cambiamento. Si  invecchia sempre di più e le nascite sono in calo. Solo l’immigrazione permetterebbe di mantenere un livello demografico stabile. I “veri” europei da soli non crescono, e un calo, o peggio crollo, demografico sarebbe deleterio, come la storia ci insegna. Questo fenomeno si manifesta oggi con l’aumento dell’età media e la deformazione della famosa “piramide demografica”, e accende il dibattito politico di tutto il continente.

Ma chi sono questi “nuovi” europei? Cos’hanno di tanto diverso da noi? La risposta è facile: la religione. L’Europa è divisa tra protestanti, ortodossi e cattolici, ma tutti pregano sotto la stessa croce, mentre la maggior parte dei migranti che sbarcano, o tramite mezzi più sicuri, arrivano in Europa sono in larga parte mussulmani. E con i tempi che corrono è difficile fidarsi di qualcuno che non si conosce, e che soprattutto ci pone davanti un futuro sconosciuto e prima difficilmente immaginabile. Molti hanno paura. Paura di un attentato. Paura di ritrovarsi a vivere in una nazione non più democratica, fondata su di una teocrazia aliena alla cultura europea. È su queste paure che si rafforza la capacità delle destre di stampo nazista, o reazionario, di fare maggiore proselitismo. L’insoddisfazione genera rancore e nei casi peggiori odio, di cui abbiamo già provato in passato la forza distruttiva. Ma di fronte a questa situazione nemmeno la sinistra europea riesce a dare risposte concreto. A sinistra pochi fatti e tante belle parole: la bontà, la carità, la solidarietà, e tante altre con cui chi è stato mazziato dalla crisi non ci fa nulla. I più etichettano questo comportamento come “buonismo”. Il risultato è che da questa dialettica sterile ne esce una società spaccata, incapace, almeno per il momento, di affrontare  questa realtà.

Senza una politica che riesca a dare risposte concrete ad una popolazione vessata dalla crisi e dalla paura, la possibilità che un leader forte e carismatico, come fu Adolf Hitler, riesca a generare consenso con proposte antidemocratiche e reazionarie, è reale.

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Un’altra scena del film!

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