La Macchinazione è un film del 2016 diretto da David Grieco.

Massimo Ranieri in La Macchinazione
Massimo Ranieri nei panni di Pier Paolo Pasolini.

L’Italia appare sempre come un cadavere in via di putrefazione quando a descriverla non sono più i toni sornioni e comici di una società che cerca sempre di tirare a campare. L’Italia si trasforma e diventa improvvisamente logora, stanca, sporca, la più ferita e malata quando la si guarda più da vicino e dall’interno. Quando emergono gli insaziabili affaristi, quegli uomini senza scrupoli, divoratori di giustizia e denaro; quando all’orizzonte si intravedono miseria, baracche abbandonate, quartieri senza luce e futuro ma soprattutto gli omicidi irrisolti, che sono, alla pari con attrazioni turistiche come il colosseo o la Basilica di San Pietro, una particolarità del Belpaese. Tant’è vero che in Inferno, ultimo capitolo cinematografico diretto da Ron Howard e tratto dai romanzi di Dan Brown, il personaggio di Harry Sims, interpretato da Irrfan Kahn, si sbarazza senza troppi scrupoli del cattivo di turno e dopo aver allestito una scena del crimine abbastanza convincente dice: “Non è il mio lavoro migliore, ma per gli italiani andrà bene”.

Nonostante questa battuta, se così vogliamo chiamarla, generi una certa dose di disgusto, è anche vero che agli occhi del mondo siamo ancora visti come inconcludenti, specialmente quando si ha a che fare con crimini efferati che non sono e non saranno mai spiegati. Perchè, sebbene Ron Howard non sia Kubrick e Dan Browon no sia Hemingway, quella frase riassume in pochi secondi la storia del nostro paese e riporta alla mente tutti quei personaggi la cui morte resta ancora un enorme e intricato mistero. E di morti irrisolte l’Italia ne è davvero piena. Perciò, a questo punto non possiamo non far entrare in scena La macchinazione di Grieco e la figura santificata e al tempo stesso imbrattata di Pier Paolo Pasolini. Lui che, da saggista, scrittore e regista, si era gettato nell’impegnativa impresa di trovare la verità e di ridare a questo paese la speranza.

Come poter, quindi, dare a Pasolini ciò che è di Pasolini? Come poter attribuire ad un paese come l’Italia la sua dose di bugie e misfatti che per anni l’hanno macchiata? E ancora, come poter raccontare quello che in quegli ultimi mesi è stato il duro e inarrestabile lavoro del poeta e regista? Grieco, amico, collaboratore e attore in alcuni dei primi film di Pasolini, nel suo film si fa appunto queste domande. Egli indaga e cerca di dare ai fatti accaduti una direzione e un possibile finale; quello che poi si concretizzerà con il tragico ritrovamento a Ostia e con i momenti che si succederanno subito dopo la morte di Pasolini.

Protagonista del film è un’asfissiante atmosfera goliardica e drammatica, quella dei bassifondi romani, di strade a volte deserte a volte affollate. La dimensione delle spiagge isolate e delle viuzze notturne, popolate di giovani in cerca di denaro tramite la vendita del loro corpo o di un qualsiasi lavoretto; come il furto della pellicola di Salò o le 120 giornate di Sodoma. Da questa prima sfilata di immagini, che ci introduce in un vero e proprio mondo pasoliniano, si passa ad una stanza colma di libri, di fogli e documenti sparsi in ogni singolo spazio di quella camera poco illuminata.

Una lenta ripresa dell’ambiente domestico scorre dal pavimento fino alle sedie e alle poltrone; successivamente s’innalza, non appena gli si para davanti un oggetto orizzontale. Seduto alla scrivania, piena di ulteriori documenti e manoscritti, un uomo al telefono ci accompagna per l’intera sequenza. La telecamera scorre di lato scoprendo la testa dell’uomo coperta da folti capelli neri. Le infossature sul suo volto, ad un primo momento, scatenano nello spettatore il dubbio se quello che si sta guardando sia oppure no Pasolini in carne ed ossa. Subito dopo l’immagine si interrompe di netto sul viso del protagonista e quello che viene inaspettatamente scoperto è il volto di Massimo Ranieri. Ecco che dalla sala di un cinema, voci e sussulti si fanno evidenti spargendosi nell’aria.

La macchinazione (2016).

Dubbi, domande e forse accese critiche sul perché della scelta del regista di aver fatto interpretare proprio a Ranieri il ruolo del grande pensatore. Il film continua e la trama si fa più interessante ma l’attore protagonista non sembra ancora convincere il pubblico, rimasto nel frattempo ammutolito e sconcertato. Ma è proprio questo a fare de La Macchinazione forse uno dei film più interessanti ed emozionanti sopra la figura del regista e scrittore bolognese. La differente corporatura di Ranieri, il suo sguardo non molto rassomigliante e la voce, diversissima dall’originale, interrotta a volte da un riconoscibile accento napoletano, rendono la storia più avvincente, più reale, e lo spettatore passa da una fase in cui non vuole riconoscere il suo eroe, a quella in cui si sforza di riconoscerlo, fino ad una metamorfosi sempre incompleta ma pur sempre splendida. Un’operazione complessa che, tuttavia, ti rende subito dopo appagato, e capisci che tutto quello che nel film viene detto può essere facilmente ricollegabile con la realtà; quella che il vero Pasolini aveva descritto e che aveva cercato di risolvere più di quarant’anni fa. Ranieri, in maniera davvero magistrale, in questo non assomigliare del tutto al regista, ripropone con personale veridicità il suo Pasolini mentre Grieco offre al pubblico la sua versione dei fatti.

La Macchinazione è un’opera avvincente ed emozionante, che sembra in alcuni punti allontanarsi dal delitto Pasolini, ma che invece  offre uno spunto di riflessione e un punto di partenza per una rielaborazione dei fatti avvenuti la notte fra il 1° e il 2 novembre 1975. Assieme a Ranieri, nel film di Grieco appaiono altre stelle del cinema italiano come la meravigliosa Milena Vukotic, nei panni di Susanna Colussi, madre di Pasolini, Roberto Citran, in quelli di Giorgio Steimetz, e Libero De Rienzo, nella parte di Antonio Pinna. Tale personaggio, sebbene non venga sempre citato nella ricostruzione del delitto, ritrova un certo spessore nell’opera in questione, grazie soprattutto alla scanzonata e naturale recitazione di De Rienzo. Pinna è, fra tutti i volti che si accavallano fra le pieghe del cruento delitto ostiense, quello più intrigante e allo stesso tempo quello più spaventevole.

Egli infatti, secondo anche la ricostruzione di Grieco, sarebbe stato un conoscente di vecchia data di Pasolini e avrebbe, in un certo qual modo, preso parte all’omicidio. Con l’apertura del processo a Pino Pelosi, avvenuto il 16 febbraio 1976, Antonio Pinna scompare per sempre, si volatilizza e da quel momento il suo nome si associa a quello di un fantasma. Per finire, fra questi attori ci sono anche interpreti noti non solo in Italia ma anche fuori, che hanno avuto la possibilità di conoscere personalmente Pasolini e di collaborare con lui. Paolo Bonacelli, che ne La macchinazione veste i panni del vescovo, prese parte proprio all’ultimo film del regista bolognese; fra i tanti attori inesperti che si vedono in Salò, Bonacelli è invece uno di quegli attori esperti che danno alla pellicola un carattere totalmente differente.

Paolo Bonaccelli in una scena del film.

Nonostante sia più noto per aver interpretato Leonardo Da Vinci in Non ci resta che piangere o lo spietato Rifki in Fuga di mezzanotte di Alan Parker, Bonacelli resta comunque legato al ruolo del Duca e alla figura di PPP.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here