di Lorenzo Borzuola

Massimo-Ranieri-è-Pasolini
Massimo Ranieri nei panni di Pier Paolo Pasolini nel film di David Grieco “La Macchinazione”

L’Italia appare sempre come un cadavere in via di putrefazione quando, a farle da cornice, non sono più le belle movenze e i toni sornioni e comici di questa società come è apparsa in opere precedenti e come continua superficialmente ad apparire, bensì si trasforma e, presa la direzione giusta verso la quale ci vuole trasportare, si fa avanti ai nostri occhi senza più veli gentili e gaudenti, simboli del bel paese. Logora, stanca e internamente sporca, presenta la sua interiorità malata fatta ancora una volta di insaziabili affaristi, uomini senza scrupoli, divoratori di giustizia e denaro, baracche abbandonate, quartieri senza luce e futuro, omicidi irrisolti, personaggi che continuano ad essere avvolti dal mistero, quelli che hanno fatto con il loro spirito del bene per questo paese, e quelli che invece lo hanno gettato ancora una volta nel fango rendendo le opere dei primi mete e direzioni sempre più lontane e irraggiungibili. E così, come le loro vite continuano a restare invischiate nella coscienza generale, anche le loro morti non cessano di esistere e tragicamente interessare un pubblico vasto e curioso. Avete capito di chi mi sto riferendo? È bene, forse, mettere in chiaro che, cosa probabilmente scontata ma mai priva di continui significati e interpretazioni, la verità non è sempre chiara come la si vede una prima volta; bisogna scavare, scavare e scavare ancora fino ad arrivare ad un pezzo più duro di quella probabile verità dove sia possibile porre un primo passo, un primo esempio di veridicità e continuare a scavare per raggiungere pezzi e strati più concreti e solidi. In questo paese ce ne sono stati tanti di uomini così. Persone che si sono fatte avanti con coraggio pur di poter trafugare il vero sotto strati e strati di sabbia e bugie. Uno fra tutti, forse il più misterioso, Pier Paolo Pasolini. Lui che, da saggista, scrittore e regista, si era gettato nell’impegnativa impresa di trovare del duro sotto i suoi piedi e sotto i piedi di tutti, cercando di ricavare pezzo per pezzo una solida verità.

Come poter, quindi, dare a Pasolini ciò che di Pasolini è stato? Attribuire ad un paese come l’Italia la sua dose di bugie e misfatti che per anni l’hanno solcata? Poter raccontare quello che di quegli anni, o di quegli ultimi mesi, è stato il duro e inarrestabile lavoro del poeta? David Grieco, amico, collaboratore e attore in alcuni dei primi film di PPP, nel suo lavoro cinematografico, “La Macchinazione”, si fa appunto queste domande; indaga e cerca di dare ai fatti accaduti, non tanto in una forma personale ma con una più amplia teoria pubblica e generale, una certa direzione e un possibile finale, quello che poi sarà il tragico ritrovamento a Ostia e i momenti che si succederanno dopo la morte del poeta scrittore. A far da protagonista è una specie di pesante e soffocante atmosfera goliardica e drammatica, quella dei bassifondi romani, di strade a volte deserte a volte affollate. L’atmosfera di spiagge isolate e di viuzze notturne, popolate di giovani in cerca di denaro tramite la vendita del loro corpo o di un qualsiasi lavoretto; come il furto della pellicola di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. Da questa prima sfilata di immagini, volta ad introdurci in un vero e proprio mondo Pasoliniano, si passa ad una stanza immersa nei libri, fogli, documenti, sparsi in qualsiasi punto e minimo spazio di quella camera poco illuminata. Una lenta ripresa dell’ambiente domestico scorre dal pavimento fino alle sedie e alle poltrone; si innalza poi, non appena si para davanti ad un oggetto orizzontale. Una scrivania, sulla quale decine di altrettanti documenti e manoscritti si distendono lungo la sua intera superfice, mentre una voce calda e impostata parla al telefono e ci accompagna per l’intera sequenza. La telecamera scorre di lato scoprendo la testa coperta da folti capelli marroni, quelli del protagonista. Le infossature evidenti sul volto dell’uomo, ad un primo momento, scatenano nello spettatore la inequivocabile certezza che quello che si sta vedendo sia proprio lui, Pasolini in carne ed ossa. Subito dopo l’immagine si interrompe di netto sul viso del protagonista e quello che viene inaspettatamente scoperto è il volto di Massimo Ranieri. Ecco che dalla sala di un cinema, voci e sussulti si fanno evidenti spargendosi nell’aria. Dubbi, domande e forse accese critiche sul perché della scelta del regista di aver fatto interpretare proprio a Massimo Ranieri il ruolo di Pasolini. Il  film continua e la trama si fa più interessante ma l’attore protagonista non sembra ancora convincere il pubblico, rimasto nel frattempo ammutolito e sconcertato. Ma è proprio questo a fare de “La Macchinazione” forse uno dei film più interessanti ed emozionanti sopra la figura del regista e scrittore bolognese. La differente corporatura di Ranieri, il suo sguardo non molto rassomigliante e la voce, diversa da quella di Pasolini, interrotta a volte da un riconoscibile accento napoletano, rendono la storia più avvincente e reale e lo spettatore passa da una fase in cui non riconosce il suo “Eroe”, ad un’altra in cui si sforza di riconoscerlo, una fase in cui deve a tutti i costi attribuire alla figura di Ranieri quella di Pasolini e credere in questa interpretazione. Un’operazione complessa ma che subito dopo ti rende appagato e capisci che tutto quello che nel film viene detto può essere facilmente ricollegabile con la realtà, quella realtà che il vero Pasolini aveva descritto e cercato di risolvere più di quarant’anni fa e che adesso Ranieri, con grande carica e magistrale bravura nel non assomigliare in tutto e per tutto allo scrittore-regista, ripropone con personale veridicità. Un’opera avvincente ed emozionante che sembra distaccarsi dalla vicenda di Pasolini, ma che invece  ti da lo spunto per una propria rielaborazione dei fatti e un secondario e intrigato accesso a quel mondo Pasoliniano.

C_4_articolo_2166295_upiImagepp                                       Ranieri in una scena del film

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