Il senso della “Terza Persona”: Third Person

di Lorenzo Cavallo

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Una scena del film “Third Person”

Raramente ci capita di cogliere il peso dell’esistenza degli altri. Viviamo sconfinati nella nostra di vita, con i suoi problemi e le sue attenzioni, sprofondando sempre di più nell’unico universo che può raccogliere noi stessi. Ci dimentichiamo quasi completamente delle altre vite, riducendo la loro dignità fino a farne mere comparse della nostra scia. Quando ci immergiamo in un film, un romanzo, un’opera d’arte, o in qualunque cosa che sembra non appartenerci, in realtà non stiamo scappando, non stiamo uscendo da noi, dal nostro personaggio che pare sempre, ai nostri occhi, l’unico degno di essere il protagonista. In realtà stiamo solo dando degli alibi a noi stessi, ci stiamo consolando o incoraggiando. Viviamo per noi stessi.

Chi è la ‘’terza persona’’ alla quale fa riferimento il titolo? Tre città ed undici personaggi; così ci viene introdotta e mostrata la storia. Sappiamo già da subito, per intuizione o esperienza, che in qualche modo le loro vicende o le loro persone si incroceranno. Se siamo particolarmente esigenti, speriamo che il tutto si risolva in un tono complesso, ingarbugliato ma raffinato; perché ci piace tutto ciò che sfugge ad una prima comprensione; ci piace quel mistero lastricato, che sembra tanto reale e possibile; tanto da poterci aspettare dietro l’angolo di casa nostra. I vari personaggi ci appaino frammentati nel loro mondo. Per gran parte del film sappiamo poco di loro e siamo impegnati a tenere il passo della vicenda complessiva. Non vediamo l’ora di capire come mai ci sembrano così accattivanti; non vediamo l’ora di comprendere da dove viene quella stranezza che li circonda: perché, dopotutto, in ogni buona storia che si rispetti, c’è sempre qualcosa che non quadra.Un Pittore di successo, Una donna troppo sensibile per essere vera, una ex attrice che ora fa la cameriera, Un Avvocato ipocrita, Un Uomo d’affari misterioso, Una Zingara, Un Mafioso, Uno Scrittore in declino, Una madre Tutti i personaggi si smistano e si fondono tra loro. Sono accumunati, e allo stesso tempo lontani. Ci rispecchiamo in uno piuttosto che in un altro; ma sentiamo di essere collegati ad ognuno di loro. Tra tutti questi pero, solo uno è il protagonista.  Solo uno, nascosto da un velo di modestia ed apparenza, si ritiene l’unico degno di essere primo fra tutti. Uno solo non esce mai da se stesso, dal suo ruolo, dalla sua vita, senza che nessuno se ne accorga.

Quello di cui parliamo è un film che fa paura. Fa paura quando non lo si capisce, perché si suppone il peggio; fa paura quando lo si comprende fino in fondo, perché si ha il sentore di qual è la terra dove ci troviamo e dove stiamo andando.Tanti attori importanti del mondo del cinema si sono prestati a questa interpretazione, come James Franco, Liam Neeson, Adrien Brody e Mila Kunis, solo per citarne alcuni. Ognuno fa il suo dovere e riesce a convincerci che quello non è il suo nome, il suo volto, il suo tempo o il suo spazio. La suggestione delle musiche originali ci fanno sempre capire dove ci troviamo. L’approccio alla visione di un film è un dogma; richiede la più assoluta e cieca fede in ciò che si sta guardando. Bisogna credere che sia tutto vero, che stia accadendo veramente sotto i nostri occhi, altrimenti non c’è alcun brivido.

Questo film è certamente dedicato a tutti gli uomini che lavorano di fantasia, a tutti quelli che vogliono crearsi e ricrearsi da soli, a tutti quelli che non si danno per vinti, a tutti quelli che cercano di perdonarsi.

 

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Liam Neeson è lo scrittore Michael O’Leary, uno dei protagonisti del film.

 

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