Santa Sangre

di Lorenzo Borzuola

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Il giovane Lorenzo entrò nella prima parte di quella immensa arena, coperta da pesanti porte di legno. Il suo fisico si era irrobustito. Dopo un duro allenamento sulle montagne e le vaste praterie si era concentrato ancor più di prima. Il vecchio allenatore che tutte le mattine lo seguiva nel duro apprendimento gli aveva ripetuto centinaia di volte di come la sua massa sarebbe stata più forte e virilmente più veloce quando avrebbe finalmente varcato le soglie di quel gigantesco stadio scoperto, nel giorno più importante della sua vita. Paco, il nome del vecchio allenatore, era stato al suo fianco per mesi e mesi una volta che Lorenzo fu scelto come futuro concorrente. Tutte le mattine e tutti i pomeriggi una lunga corsa intorno alla fattoria. Gli fece ingurgitare ogni genere di alimento che avrebbe fatto della sua struttura fisica una corazza, pur mantenendo sempre un costante e duro allenamento tale da renderlo robusto. Altre volte invece, si trattava di lunghe settimane, il suo corpo ingurgitava soltanto, niente attività fisica rigenerante alla quale si era tanto abituato. Poi si rincominciava tutto da capo; corsa, cibo, allenamento, grassi da accumulare. “Il grasso è importante nel tuo fisico” ripeteva ogni giorno il vecchio Paco, “Rende la tua pelle come una corazza, imbattibile ma non troppo”. Quel “non troppo” non convinceva Lorenzo; ad esser sincero erano tante le cose che Lorenzo non capiva, specie quando parlava Paco. Faticava a seguirlo nelle discussioni. Forse l’accento strano, forse quello strano modo di camminare disorientava Lorenzo dall’ascoltare. Ma alla fine era tutto così semplice. Sapeva in un certo senso cosa lo avrebbe aspettato quel grande giorno che si faceva a poco a poco più vicino. La sua famiglia gli ne aveva parlato, sapevano anche loro che era una cosa violenta e macabra; scontrarsi in quella maniera contro quegli animali era una cosa insensata, macabra, violenta, estremamente pericolosa sebbene richiamasse da tutto il paese centinaia di spettatori ogni anno. Il padre di Lorenzo lo aveva messo in guardia, ma anche lui era stato un lottatore, uno dei migliori così raccontava la madre e per questo anche Lorenzo avrebbe dovuto seguire le orme familiari. Ognuno dei suoi parenti più cari, dal trisavolo a suo padre e suo fratello erano caduti sotto la morsa di quegli animali feroci, tanto stupidi quanto pericolosamente mortali. Per tutto l’addestramento non faceva altro che pensare a cosa lo attendeva e alla preparazione e forza che serviva per non farsi ammazzare. Avrebbe dovuto farlo prima di una di quelle bestie. Perciò, poche settimane prima del grande momento, si era messo in testa che l’unica cosa che poteva salvarlo era non demordere, pensare come uno di quegli animali e reclamare la tanto attesa vendetta.

Poi quel giorno era finalmente arrivato e Lorenzo guardava il campo sabbioso dello stadio e di tanto in tanto i suoi grossi occhi, come quelli di un bovino spaventato, cercavano sostegno morale tra la massa di gente che iniziava ad affollare lo stadio. Non doveva deluderli. “Ehi Lorenzo!”, lo chiamò da dietro l’amico Fernando, anche lui lottatore quel giorno, e si accostò alla cancellata di legno. “Sei pronto per oggi?”. “Ho paura Fernando. Credo di non potercela fare!” fece Lorenzo titubante. “Perché? Di cosa hai paura?”. “Di tutto. Appena toccherà a me devo essere pronto. Qualsiasi cosa può accadere!”. “La gente è qui per vedere noi, non quegli stupidi animali. Non ci vuole niente, che credi!? Devi fare il giro dello stadio mentre la bestia ti guarda. Essa ti scruta, ti studia e tu dovrai fare la stessa cosa su di lui. Guarda le sue mosse e appena ti si avvicina sferragli il colpo mortale. Alla testa è meglio, vedrai il sangue scorrere più facilmente lungo il suo strano corpo e tra lo sbattere gioioso di mane del pubblico. Ti ameranno per questo. Non te lo hanno insegnato?”. “Si certo. Me lo ha insegnato Paco!” disse Lorenzo pestando la terra per scaldare i suoi muscoli. “Ricorda, sono tre fasi. Le prime due sono rituali. Quattro di quegli animali ti stuzzicheranno con il loro mezzi ma tu mantieni il controllo, tanto non sono pericolosi. La sola cosa di cui devi stare bene attento è l’ultima prova. Uno di quelli, un maschio, verrà contro di te con delle strani zanne nascoste sotto uno strano oggetto. Vorrà farti prendere il controllo e si avvicinerà sempre di più per graffiarti e poi ucciderti. Mi raccomando, sii più svelto di lui e non pensarci due volte, o lo ferisci o lo ammazzi”. “Lo so, lo so” disse scocciato il giovane Lorenzo, “Me lo hanno già ripetuto mille volte, tu mi metti solo agitazione”. “Ehi, io lo faccio per te. Sappi che i miei avi e così anche i tuoi si sono specializzati in questo lavoro per tutta la loro vita e anche se alla fine sono stati uccisi hanno mantenuto alto il loro onore. Ognuno di loro ha almeno una volta ammazzato o ferito gravemente. Ci hanno sterminato questi schifosi animali è tempo che anche per loro giunga il momento di soffrire. Mantieni alto il loro onore e conquistati il tuo!”. Nel momento in cui Fernando smise di parlare ecco aprirsi i due grossi portelloni e Lorenzo fu gettato in quella mischia come fosse un animale.

Fu esattamente come disse Fernando; due prove iniziali che Lorenzo passò con grande astuzia senza farsi ferire. L’ultima lo tenne sulle spine qualche minuto ma eccitato com’era doveva ormai darsi da fare. Fernando nel frattempo lo guardava fiero dalla stalla e cercava di dargli qualche suggerimento. Lo strano animale gli venne incontro con la solita e strana camminata su due zampe che  per alcuni versi gli ricordava Paco. “Ridicolo” pensò Lorenzo poi vide una strana cosa che l’animale sfoggiava con arroganza difronte ai suoi occhi e girava sinuoso come un serpente attorno a lui, sicuro di non essere colpito. “Come animali feroci ci sanno fare” pensò ancora Lorenzo ma dovette ricordarsi ancora una volta le parole dell’amico; Mantieni alto il loro onore e conquistati il tuo. Aspettò fino a quando quella bestia non gli fu abbastanza vicina, ancora più vicina; di colpo scattò in alto il collo del giovane Lorenzo e gettò a terra lo strano animale. Sentì le ossa scricchiolarsi mentre conficcava dentro le sue corna. Una volta sola non bastò, prese una rincorsa e ancora due, tre, quattro volte all’interno dello stomaco dell’animale ormai ridotto ad un brandello di carne. Il sangue della bestia gli coprì i suoi enormi occhi ma non ci fece nemmeno caso. Si aspettò un applauso da parte del pubblico ma riuscì ad udire solo grida ed altri di quegli animali accorsero in aiuto del ferito e altri invece contro di lui allontanandolo verso una delle porte. “Non capisco” gridò Lorenzo, “Perché non applaudite? L’ho ucciso. Perché non mi applaudite?”. Si volse verso Fernando che scuoteva la testa e non sapeva neanche lui cosa fare. Poi di nuovo verso il pubblico; fu solo allora che si accorse che quell’immenso stadio era composto da migliaia di quegli animali, come quello che aveva appena ucciso, ma non riuscì a capire. Lo fece soltanto quando fu trasportato con forza fuori dall’arena e spedito subito al macello con disonore.

L’animale che Lorenzo aveva incornato era in realtà un Torero di nome Victor Barrio. Finì in tragedia quel giorno e Lorenzo non si dava tregua, gli dispiaceva per quello che era successo ma lui cercava solo di difendersi; invece di stare alle regole e farsi ammazzare com’è di tradizione aveva scelto di vivere e difendere se stesso. Non pensava finisse in quel modo.

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