Le paure di ieri

di Lorenzo Borzuola

Ed ecco tre ragazzi di questa nuova società uscire da un cinema di periferia alle una spaccate di una nottata qualsiasi, in una calda settimana di primavera. Sono stanchi, rallentati. Le gambe a malapena trascinano il busto e le braccia penzolano senza forza lungo tutto il corpo che a stento uno di loro riesce a sollevare per accendersi una sigaretta. Con una mano stringe la sigaretta e con l’altra prova a far scattare la scintilla dell’accendino ma una volta non basta, e spinge più e più volte il pollice su e giù sulla rotellina metallica. Girano intorno alla situazione venutasi a creare prima di arrivare alla macchina ma nessuno dei tre nomina il film appena visto. Un “horror nuovo stile” che tutto ha tranne che l’elemento di paura e orrore. Per tutta la sua durata i ragazzi e il pubblico tutto, non hanno fatto che aspettare il classico spauracchio da dietro una porta buia alla solita protagonista femminile che non fa altro che urlare e piangere, e quando c’è bisogno di una mente in più per risolvere la situazione, sviene o rimane ferita alla solita gamba e attende la fine che si identifica in una creatura non sempre ben specificata. Insomma, un anti-originario film ripreso da altrettante opere precedenti; film in cui il sangue abbonda peggio che ad una battuta di caccia riservando però a quest’ultima più suspense, più emozione e brivido rispetto al film. “Scadente rifacimento” sussurra la ragazza ai due che approvano ciondolando la testa. “Ne ho visti di meglio” risponde quell’altro. “Sono stanca di questi film. Voglio uno che mi faccia sentire male dopo averlo visto, che mi faccia aver paura di rientrare a casa o di aprire una porta!”. “Perché?” domanda uno degli unici due maschi, “Perché vuoi vedere una cosa che sai che non riguarderai mai più? E che ti faccia stare male per giunta?!”. “Perché non posso sempre vedere commedie e ridere. Ho bisogno anche di paura. Il mio corpo brama la paura!”. L’altro con la sigaretta si ferma. Guarda la ragazza e dopo aver spremuto fino alla morte quel povero filtro getta il mozzicone in mezzo alla strada e lentamente fa: “Vuoi aver paura?” dice ridacchiando, come se nascondesse il più torbido e terribile dei segreti, quelli che una persona normale non dovrebbe mai sapere “Ce l’ho io il film per te!”.

Ed eccoli li, i tre soliti amici e ragazzi, tre giorni più tardi seduti su di un vecchio divano in una buia stanza a guardare un vecchio horror anni 70. Un film italiano. L’atmosfera già solo pochi minuti dall’inizio si fa intensa, pesante. Le prime immagini di quel film vanno a tempo di musica e la cinepresa si muove sinuosa seguendo le vittime e imprimendo il sangue su pellicola, come se fosse lei la vera assassina. Le corde della chitarra elettrica scandiscono i minuti e le ore e il suo ritmo si fa più violento accompagnando il pugnale e le mani del misterioso carnefice. Nel frattempo il protagonista segue la sua pista ma le tracce che dovrebbero condurlo alla verità sono sempre pestate e sorpassate dalle impronte dell’assassino, sempre in tempo ad uccidere prima che il protagonista possa impedirlo, gettandolo sempre fuori strada rallentando le sue personali indagini. La polizia? Gli uomini dell’arma, come in tutti film horror che si rispettino, non fanno un granché e qui più che mai lasciano che sia il pianista americano, il protagonista, a scovare le vittime e contattarli ogni qual volta ci siano nuovi indizi e rilevamenti.  Insomma un film che, pur a distanza di quasi cinquant’anni, terrorizza e lascia lo spettatore con il fiato sospeso e in questo caso la ragazza rimane per tutta la durata avvinghiata in mezzo ai due ragazzi, uno dei quali catapultato sotto una copertina a scacchi tremante di paura, con una mano stringe il braccio dell’uno e con l’altra il braccio dell’altro e nonostante le palpitazioni riprendano (specie nel silenzio delle scene) e si stringa ancora a se, lo sguardo non fa altro che rimanere immobile a guardare lo schermo bramando quel finale come un punto di salvezza che sembra non arrivare mai. Che film micidiale per i suoi toni violenti e ironici a un tempo, per le sue musiche taglienti e per i suoi strani protagonisti che nascondono al loro interno una sfumata critica sociale, che razza di film, dicevo, riesce a far tremare da decenni spettatori di ogni età e generazione?

L’opera in questione è “Profondo Rosso”, diretto da Dario Argento. A mio parere, il suo film più bello e pauroso e sebbene non sia un vero Horror molta gente gli affibbia questo nome perché, ed è questa forse la sconcertante verità, “Profondo Rosso” fa veramente paura e a volte è pure sconsigliato vederlo da solo poiché ci potrebbe essere il rischio di non avere nessuno, poi, con chi passare la nottata e scacciare quel clima di ansia e terrore che si viene sempre a creare. Credo sia fondamentale, almeno una volta, vedere questo film(meglio in compagnia), come se fosse un film sperimentale e nello stesso tempo un caposaldo della cinematografia horror che insegna ad altri registi più giovani e ad altre nuove generazioni di spettatori ad apprendere come si realizza una vera opera giallo/Horror e come si crea una situazione fisica di indicibile paura e sconforto.

Rojo-OscuroDavid Hammings interpreta il ruolo di Mark Daly, il protagonista della pellicola

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