Hollywood nelle mani di un bambino

di Lorenzo Borzuola

Un signore, un uomo di mezza di età torna nella propria casa quando ormai il cielo si è fatto più scuro e il sole cala dall’altra parte. Stanco morto dopo una giornata di duro lavoro prende dal frigorifero una di quelle scatole precotte di cibo e la inforna tutta intera nel microonde. Dovrà attendere solo cinque minuti per quel non so quanto sano pasto ma già freme dalla voglia di mangiare e consumare la pietanza; più per noia che per sincero sintomo di fame. In realtà non sembra così affamato, solo tremendamente scosso da tutte quelle ore passate in un ufficio stretto, gelido, il solito aspetto da ufficio impiegatizio. Sono tutti uguali, sembrano imballati e spediti giorno per giorno alle grandi aziende, e tutti presentano la stessa caratteristica; pareti bianche ma un po’ slavate, con la muffa già in fase di avanzamento nei piccoli angoli della stanza, una sedia nera con dei risvolti grigiastri o verdognoli, una lunga ed informale scrivania anch’essa munita di un non allettante color verde spento. La poltrona minuziosamente blu con braccioli neri ma non di pelle, più che altro un misto di materiali sintetici e plastica per contorno appoggiata al muro e difronte al computer spento, ma con la spia del generatore già accesa alla mattina, in trepidante attesa di veder alzare l’interruttore secondario, per far partire il tutto. In fondo, in un angolo della stanza, i classici ed immancabili finestroni con doppi vetri e persiane verdi di plastica e alluminio, sapete, quelle con la maledetta cordicella che si inceppa e rimane con mezza persiana alzata e l’ufficio illuminato solo per una piccolissima parte. Ecco la vita di quel pover’uomo, ci credo che poi non abbia nemmeno la contentezza del ritorno a casa se è costretto a ritirarsi di buon’ora e poi la solita alzataccia. E così, preso da un incontenibile noia si posiziona dinnanzi al televisore con quella scatoletta di cibo, già fredda, fa un giro di canali. Non ha voglia di spazzatura, non guarda le notizie, troppo tardi. Riesce a trovare per caso un film di azione, uno di fantascienza, ma non è recente, tutt’altro. L’uomo mangia e mentre si ingozza lentamente alcune scene di quella pellicola gli riportano alla mente ricordi lontani di un cinema sempre aperto mentre lo stesso film in questione veniva proiettato. È già iniziato ma la sua curiosità di sapere cos’è lo distolgono persino dalla sua cena. In questo momento ci sono degli uomini che stanno facendo ricerche. Ritrovano degli aerei della seconda guerra mondiale che erano stati dati per dispersi da quasi quarant’anni, poi gli stessi personaggi si ritrovano in una lingua di deserto asiatico ove compare il cadavere di una gigantesca nave mercantile giapponese, anch’essa sparita misteriosamente in precedenza. E poi quello strano e misterioso suono, talmente semplice ma profondo nello stesso momento composto da cinque sole note; la chiave di tutto il film. L’uomo, durante la visione, ne è completamente catturato, quelle immagini lo riportano ad epoche lontane. Ricorda che quando lo vide per la prima volta al cinema era solo un ragazzo di vent’anni eppure, anche in quella situazione sentì di dover dare uno sguardo più indietro, all’infanzia basica della sua vita, alle sue prime esperienze, ai primi giochi bambineschi, persi nel dolce suono dei primi anni. Quel film lo tenne sveglio per tutta la sua durata, e alla fine ne era compiaciuto, divertito e placidamente contento.

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Questa è la grandiosa immaginazione di Steven Spielberg che da grande regista ha sempre guardato al passato, all’infanzia vera e propria (approdando a volte anche all’adolescenza più matura), facendola mescolare con il presente e con i suoi avvenimenti quotidiani. Qui sta la sua maestria, quello che il film ci vuole suggerire è la capacità di far rivivere in maniera talmente netta fatti veramente troppo lontani camuffandoli da Colossal d’azione e Blockbuster. Lo spettatore è folgorato da ciò che vede; epici e rocamboleschi fuochi pirotecnici, effetti speciali super costosi e incredibilmente emozionanti, una storia che se la si studia ci si accorge di quanto sia semplice nel suo insieme, anche scarna a volte, ma che scorre alla perfezione senza intoppi, errori e dall’inizio alla fine è un continuo spettacolo. Ecco qual è la matrice essenziale delle opere Spielberghiane. Ma vi siete mai soffermati un attimo a pensare quale sia la vera morale dei suoi film? E del perché abbiano avuto sempre un successo tale da diventare cult immortali che ognuno ha almeno una volta visto? Ce ne sono tanti di film simili, vi chiederete voi, altrettanti registi che fanno le stesse opere, che vendono lo stesso prodotto e in modo non meno spettacolare ed emozionante. Ma allora cosa c’è dietro ai film di questo grande regista? Qual è l’ingrediente giusto, fantastico e a prima vista incomprensibile che ci tiene incollati a quello schermo per una, due o tre ore? Ad esempio e chiarimento di ciò prenderemo uno dei suoi più importanti e famosi lavori. Il film in questione è lo stesso di cui si parlava all’inizio. Se non lo avete riconosciuto ancora vi rinfrescherò la memoria. Una città che si fa buia all’improvviso, oggetti non identificati che fluttuano per le strade e sopra tutta la zona, la scomparsa di uomini, aerei e navi, e quel messaggio nascosto in cinque semicrome che sembra contenere un qualcosa di ancora più grande importanza, il luogo stabilito per l’incontro e la verità. Sto parlando di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, il film, che dopo “Lo squalo” ha gettato le basi per un nuovo modo di fare cinema e che ha catapultato Spielberg nel circolo dei più grandi ed immaginari cineasti. Con quest’opera si assiste soprattutto al suo approdo nel campo della fantascienza, dell’inverosimile; genere che lo seguirà per quasi tutta la sua carriera. È proprio qui, partendo esattamente da questo film che si può iniziare a comprendere e decifrare nella sua interezza il consiglio, se così lo si può chiamare, che Spielberg intende scaturire e dare al suo pubblico. Come un “Peter Pan” moderno, travestito da regista, è come se ci dicesse che l’importante non è crescere in maniera composta, con dotata integrità morale, bensì crescere non smettendo mai di sognare e di guardare indietro, al nostro passato infantile, momento fatale per la vita di un uomo perché è proprio in questo periodo di crescita che si diventa uomini capaci di affrontare la vita in tutte le sue sfumature e manifestazioni. Il messaggio che più ritorna nelle opere di Spielberg è, senza ombra di dubbio,  credere, credere a qualsiasi cosa pur di metterla a frutto intelligentemente e con essa continuare per la propria strada fino ad arrivare ad un completa soddisfazione e felicità.

“Incontri ravvicinati del terzo tipo” rispecchia in modo chiaro e ben delineato, forse più che negli altri, l’infanzia del regista, ed ogni singolo particolare combacia con la sua ingenuità; Il bambino di nome Barry, quando poco prima di essere rapito dagli alieni sorride e nel vedere le navicelle luminose scendere verso di lui dice “Giocattoli!” mentre la madre non sembra capire e da persona adulta e matura prende quel gesto subito come una minaccia. O anche quando,  durante la lenta trasformazione di Roy Neary, il protagonista interpretato da Richard Dreyfuss,  subito dopo essere entrato in contatto con una prima forma aliena cerca disperatamente una risposta ritornando da uomo a bambino anche con atteggiamenti (ad un prima occhiata rasenti alla pazzia) ma che non sono altro che atteggiamenti del bambino che è in lui. Batte i piedi per terra, si chiude in camera, gioca con il cibo, disobbedisce agli ordini della moglie e pone in dubbio la sua autorità paterna difronte ai tre figli, proprio perché si sta comportando come un bambino. Solo un bambino, ecco il suggerimento di Spielberg, solo un bambino riesce ad avere subito risposte perché crede, agisce, facendo pur sempre una miriade di domande.

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L’arrivo dell’astronave madre nel finale del film

Tutti i personaggi secondari che si vedono nel film sono autorità che impersonano il ruolo paterno, mi riferisco naturalmente alle forze dell’ordine, ai militari che seguono la pista razionale arrivando alla fine anche a compiere gesti ancora più infantili, come la menzogna nei confronti dei cittadini, la segretissima operazione per far sbarcare le astronavi aliene, come fossero bambini che giocano e non vogliono che altri partecipino; andiamo quante volte vi sarà capitato! Nel momento in cui vengono suonate le cinque note, l’imponente navicella madre fa partire le danze con una strana sinfonia di note che rende tutti partecipi, tutti possono giocare. “è il primo giorno di scuola” dice un militare all’addetto alla pianola nel momento in cui si compie la conversazione musicale, indicando proprio la necessità di tornare bambini per comunicare con una razza aliena sconosciuta. Alla fine i portelloni esterni dell’astronave si aprono, compaiono i buffi extra terrestri dalle sembianze bambinesche e si può notare come negli sguardi stupiti e felici degli uomini li presenti ci sia veramente la voglia e il desiderio crescente di andare a giocare con loro. Più che un messaggio di pace e amore è un messaggio di gioco, di divertimento comune, il ritorno alla spensieratezza più pura e semplice, quando si crede a tutto e si può fare qualsiasi cosa. Una concezione giocosa della vita radicata nella cinematografia e nell’animo profondo di Spielberg che come fosse un bambino gioca ad essere un adulto che non cessa di sognare e di credere. C’è da aggiungere anche che storie di questo genere è scontato trasportarle quasi sempre nel vasto territorio americano piuttosto che in altri paesi del globo; una motivazione potrebbe essere legata ad una sorta di rituale ed abitudine, come se sia doveroso e anche normale attenderci un messaggio o un arrivo degli alieni in America e non in Francia o in Russia. La seconda motivazione, così come lo è Spielberg, anche gli americani, riferendomi ai cittadini statunitensi, sono di gran lunga più “creduloni” di altri, molto più aperti nel ricevere informazioni anche più stravaganti e insensate, più facili allo svago, capaci di mischiare serietà, supremazia economica, militare e politica allo spasso e al semplice divertimento. Ma questo, è un bene?

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Steven Spielberg e il piccolo Cary Guffey durante una pausa dalle riprese de “Incontri ravvicinati del terzo tipo”

“Io non sogno solo la notte, io sogno tutti i giorni. Mi guadagno da vivere sognando” – Steven Spielberg

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