“Cell”

di Lorenzo Borzuola

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Un aeroporto in un giorno assai affollato. Un giorno come tutti gli altri. Così si apre ai nostri occhi la prima scena del film. Clay Riddell (John Cusack), è un artista che si aggira tranquillo, quasi troppo tranquillo, si potrebbe dire annoiato in quell’aeroporto. Deve tornare a casa dalla sua famiglia, sua moglie, con la quale ha qualche problema, e il figlioletto. Attorno a lui, la modernità. Decine e decine di persone in attesa di partire, o appena atterrate, tutte collegate al proprio cellulare; telefonate, giochi, SMS, Facebook e quant’altro, la sintesi di tutto ciò che ora c’è più di moderno, al passo con i tempi. In brevi parole la normalità, infatti, non ci si stupisce più di tanto. Il protagonista osserva, scruta stupito quelle frenesie, quei morbosi comportamenti, sebbene anche lui abbia un cellulare che usa quasi immediatamente per telefonare alla famiglia. Nel frattempo il brusio indistinto di centinaia di voci ai loro apparecchi arriva fin dentro le toilette pubbliche dell’aeroporto. A un tratto, come un virus, una magagna del sistema irrompe in tutti i telefonini, in quel momento accesi e chi ha il cellulare all’orecchio, o molto vicino al viso, è colto da improvvise convulsioni, bava alla bocca e rantoli che terminano con una terribile trasformazione; si trasformano in zombie. Naturalmente Clay, essendo il protagonista, non poteva che avere il cellulare scarico, rimane immune da quel morbo elettrico ma è costretto a fuggire inseguito da quegli uomini posseduti. Trova rifugio in un treno metropolitano; qui fa la conoscenza di Tom (Samuel L. Jackson), un uomo di colore, alquanto astuto, che lo accompagnerà in un viaggio da incubo, per mezzo stato, in cerca di salvezza ma anche di risposte e certezze. Con loro si aggregherà una ragazza con i soliti problemi da adolescente americana, capelli neri, pallida in volto e voglia di vivere pari a zero. Riescono a prendere delle armi, prese in prestito in una casa dove il sangue e i morti sovrabbondano, ma che ridanno subito forza e prontezza ai protagonisti che, dopo aver fatto fuori un po’ di quegli zombi sparando senza pietà come cecchini professionisti, riprendono il cammino verso la casa di Clay dove, ad aspettarlo, spera di trovare la moglie e il figlio. Prendono con sé anche un altro personaggio, uno studente modello di un college abbandonato. Era rimasto lui e il vecchio preside che, naturalmente, il destino (o solo lo scrittore) decide di far morire infilzato da un pezzo di lamiera esplosa da un camion pieno di benzina; morte trucida ma semplice e sempre usata in questi casi, quando il personaggio non ha più importanza. Si rimettono in marcia. Nuove prove da superare, la scoperta del momento notturno durante il quale gli zombi si addormentato e si ricaricano come fossero cellulari e come cellulari in carica sono in stato catatonico e di riposo, lo stesso sogno di un uomo sfregiato in volto e vestito di rosso che accomuna i quattro protagonisti, la scoperta di un posto in cui ci possono essere salvezza e pace ecc. Tutte questi elementi spingono Clay a non mollare e a completare il suo lavoro. Gli altri lo seguono seppur perdano un po’ le speranze durante il lungo viaggio. La ragazza muore durante un attacco degli zombi in una taverna, colpita da una stecca da biliardo. Arrivati a casa di Clay, la moglie è una di loro, così a colpi di mazza e fucile pongono fine alle sue sofferenze. Purtroppo il figlio non c’è; ha lasciato un messaggio al padre che si sarebbe recato nel luogo sicuro e che lì lo avrebbe aspettato. Clay decide di proseguire, Tom, lo studente e un’altra donna, decidono di congedarsi e di lasciare andare Clay da solo. Arrivato in quel posto, con un camion di gelati, si rende conto che quello è un luogo di salvezza sì, ma per gli zombi, o posseduti, che dir si voglia. Attorno ad un gigantesco ripetitore girano senza sosta come fossero in un girone infernale. In mezzo a quella sterminata moltitudine di gente riesce a passare, trovandosi a faccia a faccia con il personaggio di un suo disegno, lo stesso del sogno. Dopo un furtivo combattimento riesce apparentemente a farlo fuori. Vede il figlio avvicinarsi verso di lui; Clay lo abbraccia ma è diventato anche lui uno di loro, e dopo qualche secondo, la bomba che era installata nel camion scoppia distruggendo ogni cosa nelle vicinanze. Clay si risveglia. Non è proprio un sogno, sta camminando con il figlio lungo dei binari in un bosco e stanno raggiungendo gli amici in precedenza lasciati. Potrebbero essere morti, ma non basterebbe questo a dargli toni già crudi e oscuri; l’ultima scena mostra Clay trasformato in un morto vivente, sebbene non sia veramente morto, che gira assieme agli altri rimbambiti intorno al ripetitore. Buio e tragedia dappertutto. L’apocalisse continua a fare il suo cammino.

“Cell”, film del 2016 diretto da Todd Williams, è una parabola sulla fine del mondo, sempre ai nostri giorni, ma con un pizzico di amara tecnologia quella che non ti uccide ma che ti rende schiavo. Uno squallore e pericolo tecnologico quando si diventa morbosamente attaccati a quel pezzo di plastica e microchip. La favola sulla fine del mondo è firmata, ancora una volta, dallo scrittore Stephen King, solo che lui l’ha scritta quasi dieci anni prima. Strano che il film, su questo tema sia stato fatto in leggero ritardo. La potenzialità dei cellulari e il loro abuso sono ormai una faccenda frequente senza aggiungere superata, basti pensare al nuovo gioco dei Pokemon, successo commerciale e trionfo della Nintendo che da settimane ormai è in vista quotidiana. Peccato che King, e così i registi che decidono di collaborare con lui, non si danno mai per vinti; appena sente che l’affare è sicuro e la storia scorre bene, non ostacola la scrittura del suo prossimo lavoro. Possiamo ricordare fra le sue tante opere, storie simili come «the Mist», “Carrie” oppure “La tempesta del secolo”, una sceneggiatura poi trasformata in opera letteraria. Racconti moderni, paragonabili a volte anche a quelli di Howard Philips Lovercraft (alcuni si confondono). Opere in cui alla fine il male riesce a sopraffare su tutti e tutto. I film non sono lontani dalla realtà dell’opera di King; così come il film in questione “Cell”, sono tutti fedeli, escludendo “Shining” (a mio parere il miglior film tratto dai romanzi dello scrittore che supera per bellezza e atmosfere, il romanzo). Un film come “Cell”, però, non è certo uno di quei lavori che si può dire sia una novità, almeno per quanto riguarda da un punto di vista cinematografico. La trama, dall’inizio alla fine, è abbastanza scontata, basti pensare solo al fatto che come protagonista ci sia John Cusak, già attore feticcio dei film «Kinghiani». Se c’è lui in un film del genere, o in qualsiasi altra pellicola cinematografica, si può subito dare per scontato che qualcosa di terribile sta per accadere. Infatti, non sono passati cinque minuti dall’inizio che sulla sua faccia si scorgono il male e un’inquietante premonizione, e poi succede quello che succede; inevitabile. Inevitabile anche il fatto che i due protagonisti abbiano immediatamente il quadro completo della situazione e sappiano con certezza cosa stia succedendo, come se già lo sapessero e avessero tutto scritto in mente. Il resto viene e si commenta da sé. Lo spettatore è già abituato che neanche si sforza più di tanto a capire, anche lui sa con assoluta certezza cosa avviene nella scena successiva, e non si alza prima dalla poltroncina perché ha pagato il biglietto e poi perché spera in un colpo di scena finale che non verrà. In un film con John Cusak, scritto e sceneggiato da King, la sorpresa e la novità non sono certo all’ordine del giorno, più che altro c’è un po’ di mistero all’inizio e una leggera immedesimazione nei personaggi ogni tanto ma poi è una storia già vista che si ripete dal primo film sui morti viventi, quindi da quasi cinquant’anni. E anche i personaggi secondari non sono nuovi; c’è la ragazza un po’ strana e perennemente triste, c’è il tradizionale ragazzino americano che ha perso i genitori, la figura paterna del preside, scuola e tutto ma che non ha tempo per riflettere veramente su quello che succede o almeno per piangere un secondo e si unisce agli estranei che tratta subito come fossero suoi familiari. Infine c’è il classico uomo di colore, interpretato da un mai stanco Samuel L. Jackson, che sa già come finirà. Sicuro di sé e caratterizzato dalla solita personalità di colore, un po’ rozza ma con un’ironica e stancante simpatia da ghetto. Affianca il protagonista che, per regola, è sempre un bianco; ancora gli americani si soffermano su questi particolari vecchi e scontati?! Il nero è chi nei film di azione agisce per salvare essenzialmente la sua pelle, imbevuto di religiosità e slang. A volte muore o altre no, ma non può salvarsi solo lui. Alla fine è il bianco che deve avere il predominio, specialmente sul finale.

 

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Clay Riddell (John Cusack), Tom (Samuel L. Jackson) e Alice (Isabelle Fuhrman) in una scena del film

 

Forse nelle mie parole c’è un po’ di astio perciò, cercando di difendere il libro e il film, dirò che uno scrittore come King non può certo dirsi superato data la ormai vecchiaia del romanzo scritto nel 2006. Il regista naturalmente, che si accinge a fare un opera di questo tipo non può far altro che ripetersi e ripetere il genere, se davvero ne è affezionato. Nella storia della cinematografia è più che normale se le idee si ripetano.

Scena clou

Poco dopo aver lasciato l’aeroporto, Clay e Tom, s’incamminano verso la città semideserta passando per il tunnel della metropolitana. Assieme a loro c’è un ragazzo scampato al pericolo. Il giovane, accortosi di un gruppo di zombie alla fine della galleria, si fa avanti un poco per vedere se siano normali o pericolosi. Da un angolo del muro spunta uno di quei cosi armato di ascia che lo colpisce al petto uccidendolo. Sincero tributo alla famosa di “Shining”, quando il vecchio cuoco di colore, avvicinatosi al salone dell’albergo, è sorpreso da Jack Nicholson che lo uccide con la sua accetta.

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