Room: “Cinema da camera”

di Lorenzo Borzuola

Un film che si svolge, per la metà della sua durata, in un unico luogo fisso può scatenare, nella testa di un qualsiasi spettatore diverse reazioni; noia, rabbia, divertimento, novità, ecc. Inoltre, il modo in cui l’opera è girata, la storia e le azioni dei protagonisti, stabilisce in maniera ben definita se quel luogo può veramente essere considerato come un protagonista o magari il più importante personaggio del film. Esempi di “Cinema da camera” arricchiscono, specialmente negli ultimi anni, il mondo della cinematografia, partendo dai film di importanti registi quali Bertolucci, Polanski, Fassbinder, di qualsiasi epoca, anche la più remota, arrivando a semplici commediole in cui, però, tutto è sempre perfettamente incorniciato all’interno di poche mura e stanze all’interno delle quali i protagonisti si muovono e fanno di quel posto un vero protagonista. Come fossero sul palcoscenico di un teatro, sopra il quale vengono allestite storie differenti, dove camminano altre persone e nuovi attori e dove il ritmo è ogni volta diverso. L’elemento che manca in tutti questi film è la capacità che può assumere quel luogo scelto, quell’appartamento, quel bar, quella casa, ecc., di poter riuscire a creare e magicamente gestire il proprio potere facendo muovere, in maniera quasi indipendente, l’intera storia, l’integra atmosfera e tutti gli attori che passano o che si trovano già lì, senza l’intervento di altri personaggi, oggetti o luoghi secondari. Il luogo diventa così il centro in cui nasce tutta la storia, il mondo sconfinato in cui vengono partoriti i protagonisti e dentro il quale possono muoversi e tutto, alla fine, deve poter ripassare e tornare in quel preciso posto perché tutto finisca e la storia trovi il suo termine.  In “Room”, accade proprio questo. Nel film di Lenny Abrahamson, non c’è nient’altro attorno ai due protagonisti, solo una stanza scandisce le ore che passano. Fa da rifugio e nello stesso tempo imprigiona la giovane madre e il bambino (Jack) (Il quale per metà film è creduto una bambina, dato i suoi lunghi capelli e i suoi lineamenti non facilmente distinguibili) e li allontana, giorno dopo giorno, da una normale esistenza. Sembra quasi un dramma mitologico, una storia dal sapore antico in cui è un semplice luogo ad avere grande importanza, una sorta di grande madre inanimata che protegge e duramente governa, che è burattinaio delle sue creature, un posto in cui i protagonisti crescono, apprendono ma non possono rimanere all’infinito. L’uomo, il rapitore della giovane madre, che l’ha costretta a vivere, partorire e crescere il suo bambino in quella misera stanza, non è che un semplice appoggio alla trama, un elemento secondario, la spalla del vero protagonista/antagonista è la stanza, che per tutto il film mette a dura prova sia la madre sia il piccolo Jack. Sarà proprio lui, Jack, a un certo momento della storia, a prendere le redini di tutto. Nascosto in un tappeto come un “Ulisse” tra le pecore del ciclope, o un piccolo “Giasone”, riuscirà ad andarsene fuori da quella buia grotta, da quell’infero nero e sporco ma allo stesso tempo accogliente per poter infine arrivare a una luce esterna, quasi mistica, la luce del mondo circostante e della vera conoscenza. Ritornerà poi sui suoi passi a riprendere la madre. Quando poi tutto sembra giunto ad una lieta conclusione, quando ormai il bambino della stanza è diventato un bambino del mondo comune, pronto a diventare uomo, capisce che non può andare avanti nel suo lungo tragitto senza prima tornare indietro, in quel luogo dove per anni aveva vissuto, per contemplarlo almeno un’ultima volta. Con uno sguardo vincitore e nello stesso tempo succube, nel posto che l’ha generato, senza il quale non avrebbe potuto desiderare e infine raggiungere una vita migliore. C’è un ultimo e lieto saluto tra il bambino e la stanza, in un istante fuori dal tempo e dallo spazio.

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Brie Larson e il piccolo Jacob Tremblay in una scena del film

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