O sole

di Lorenzo Borzuola

O sole. Splende come sempre nei viali e nei cortili della città. Nelle piazze e con allegro egoismo lungo tutta l’interminabile passeggiata che costeggia il mare e rende possibile vedere quel mitico spettacolo; da Mergellina fino a “Castel dell’ovo” e ancora oltre. Ma più che mai la luce risplende dentro quelle viuzze, quei vasci piccoli e stretti ma colmi di simpatia, innata felicità, orgoglio, testardaggine, furbesca intelligenza e spiccata maestria e voglia di sopravvivere senza abbandonare mai un sorriso o una battuta giusta. Avete capito no? Napoli, terra di mille colori, voci, personaggi e suoni, come la descriveva Pino Daniele. Per quanto voglia riassaporare quel regno quasi magico e fuori da ogni limite devo parlarvi di un altro episodio, anche se in un certo qual modo ha sempre a che vedere con questa città.

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Quella mattina, Nicola, detto Nicolino sebbene fosse stato il più grosso della classe, scese con ansia e forte agitazione le rampe di scale del grande palazzo dove abitava e si accinse ad attraversare la strada che separava il palazzo dal bar “N’copp’o Vesuvio”, gestito da sessant’anni dallo stesso proprietario, un omino basso, tarchiato e con due lunghi baffi neri spolverati sulla loro sommità appena di giallo, causato dal troppo fumare. Il giovane Nicolino aveva bisogno di un caffè. Aveva passato la notte in bianco attaccato al televisore della sua camera a vedere quella maledetta serie televisiva che da settimane lo tormentava. Aveva iniziato in ritardo a vederla e proprio mentre stava finendo la prima stagione era uscita la seconda e già tutta la città tra fierezza e malcontento rigurgitava le sue opinioni o le scene più salienti. Nicola aveva, per tutte quelle settimane, fatto in modo che nessuno potesse disturbarlo o spifferargli nemmeno una singola battuta né un episodio. Aveva aspettato tanto perché aveva avuto da fare e in verità nemmeno era interessato; ma si sa la curiosità genera altra curiosità specie se proviene da più bocche diverse e anche l’uomo più apatico e indifferente si sente in dovere di smettere di ascoltare semplicemente e vedere con i suoi stessi occhi. Per questo Nicola non si reggeva in piedi dalla stanchezza e le scure occhiaie si potevano vedere anche da una grande distanza, ma era arrivato a buon punto. Sarebbe bastata un’altra mezza giornata se avesse mangiato difronte al televisore e avesse resistito ad andare al bagno. Ma quel caffè lo aspettava, gli serviva, lo bramava con tutta la sua volontà o sarebbe stramazzato al suolo. Si avvicinò all’entrata del locale ma prima si dette un’occhiata intorno e all’interno del bar assicurandosi di non vedere nessuno, poi entrò e andò diretto al bancone dove il proprietario stava giusto pulendo una tazzina buttando il suo alito intossicato al suo interno per pulirla meglio con uno straccetto umido e logoro. Nicola guardò la tazza e la bocca dell’omino; il disgusto già era penetrato ma non resistette. “Facitm’ nu caffè per piacer’”. “Subito” rispose il proprietario e si mise a preparare il macchinario. Due ragazzi con vestiti e capelli all’ultima moda entrarono nel bar e si misero in fila dietro Nicola che nemmeno se ne era accorto. Prese la tazza la portò alla bocca e mentre stava per bere il primo sorso uno dei due ragazzi si rivolse a quell’altro e fece: “Ue frà, ma è vist’ che è mmort’ chillo la di Gomorra. Aspè come se chiam’. Ah, O’Track. È morto O’Track” continuava a gridare, “mamma mii come me dispiace pe chill’O’Track. Me stev proprio simpatico O’Track”. Nicola fermò la tazza all’altezza della bocca e di colpo sbiancò; gli occhi fissi fra le bottiglie di wisky e gin iniziarono a tremare e pure le mani che non riuscirono a trattenere la tazza che cadde rovinosamente sul pavimento altrettanto sporco. I due ragazzi e il barista guardarono Nicola e fecero. “Ne, ch’è succiess’ vi sentite bene?!”. Nicola resto apparentemente calmo, poi, passandosi le dita negli occhi si voltò e si avvicinò ai due e prese un profondo respiro. “MA ALL’ANIMA DE KIT’ÈMMUORT’STRUUUNZZ” gridò con tutta la voce che aveva e si gettò verso uno dei due. Riuscirono per un secondo a bloccarlo ma la sua ira ne uscì trasformata in violenza e pianto isterico. Sedie e tavolini furono sparsi in ogni dove, poi arrivò la polizia e dietro di essa tutto il vicinato e i parenti di Nicolino che fecero la loro entrata nel locale gridando anche loro. Dopo qualche minuto fu facile fermarlo; i due poliziotti lo trattennero aiutati da i due ragazzi, il barista e altre persone fino all’arrivo dell’ambulanza. “Ste cazz’ e serie tv!” disse il poliziotto trasportando Nicola dai portantini che già avevano aperto e preparato il lettino, “Come rovinano questi ggiovani!”. Lo stesero sulla barella e lo calmarono, ma prima che l’ambulanza potesse finalmente ripartire tutta la gente fu allontanata, persino la madre che piangeva non si sa nemmeno per quale preciso motivo. I due poliziotti ascoltato il fatto dal barista e i due ragazzi, andarono in contro a Nicolino senza più fiato e legato come una salsiccia. Lo guardarono attentamente e con un risolino fecero: “Lo sai cosa succede alla fine della seconda stagione?”. “No” rispose spaventato Nicolino cercando di evitare il sudore che scendeva dalla fronte e che finiva sugli occhi. “Pietro Savastano fa ammazzare la figlia di Ciro ma poi lui si vendica e mandato da Genny lo uccide davanti alla tomba della moglie”. Fecero in tempo a chiudere il portellone ma il suo grido di disperazione fu udibile anche quando l’ambulanza ebbe svoltato l’angolo.

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La terza stagione di Gomorra è già in fase di creazione anche se bisognerà aspettare almeno un altro anno per godercela. Nel frattempo non perdetevi le prime due stagioni. Anche se le avete già viste non dubitate; riguardatele.

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