di Lorenzo Borzuola

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–          Papà ma chi è quel signole?

–          Quello è un Flogio, calo!

–          Cos’è un flogio, papà?

–          Un flogio è una pelsona malata!

–          Ma è glave?

–          Inculabile!

C’è un posto in cui, battute come questa, sono, in ogni momento, ben accette. Un posto che non si trova in natura; c’è voluta la mano dell’uomo per poterlo creare e la sua ironica presenza per far si che diventasse un luogo d’incontro sin dai primordi della civiltà. Da quelle più remote e attraverso i secoli è rimasta una meta ambita da molti, e non c’è mai stato bisogno di essere superiori o aristocraticamente ben messi per farne parte. Fin dall’antichità, l’uomo – e con questo mi riferisco essenzialmente al sesso maschile – ha sempre ritenuto doveroso ritagliare un piccolo spazio della sua esistenza nella piena lontananza dalla donna ed entrare in un universo in cui tempo e spazio si annullavano completamente.

ziogio_05Anche oggi, nei momenti in cui ci può essere la necessità di una risistematina oppure anche quando non si ha un gran bisogno, si usufruisce ben volentieri di quel club privato e la situazione appare sempre la stessa, indissolubilmente trapiantata nell’abitudine quotidiana. Di solito è sempre posto su una via trafficata. Il più delle volte se ne possono trovare anche due o tre nella stessa strada se questa è veramente animata. Non ha necessariamente bisogno di un parcheggio, anche se oggi spostarsi a piedi è diventato più che altro un hobby, ma il cliente non fa caso a queste cose, specie in un momento di tale importanza. Perché è così, un evento al quale non si può proprio rinunciare dove ognuno ha, almeno una volta, partecipato. La porta rigorosamente di ferro e a vetri dove il passante ha la capacità e il tempo di vedere all’interno e pensare “Credo che dovrò farmi dare una risistematina”, oppure “Avrei proprio bisogno di radermi”. Troppo costoso farsela radere sempre lì, di solito usa delle lamette usa e getta, ma quando c’è la possibilità e il tempo non si tira indietro ed entra. L’ambiente è profumato, pulito fino al minimo dettaglio, ogni angolo risplende e gli arnesi vicino allo specchio emanano un piacevole odore che irrita un po’ le mucose. Persino le penne, il telefono, i soldi hanno lo stesso profumo e tu, cliente, sei subito invitato ad accomodarti sulla sedia o sulle poltroncine se c’è altra gente da servire. Giri lo sguardo, ti guardi intorno ed è tutto al suo posto; i giornali sono sul tavolino, i quadretti raffiguranti pesci o nature morto di chissà quale pittore sconosciuto sono appesi sulle pareti bianche e i calendari per i più grandi ed esperti sono rigorosamente nascosti nella stanzetta parallela alla sala, messi in modo tale che non li vedi entrando ma se ti metti seduto e guardi lo specchio compaiono riflessi come oracoli ed effigi sacre.  L’attesa può essere davvero stancante in luoghi e situazioni differenti ma in quel posto, in quel preciso ambiente non capti la stanchezza e la noia. C’è sempre una radio o un televisore acceso, appeso al muro, quasi inarrivabile, tradizionalmente posto sul canale sportivo o in qualche programma di attualità. Il brusio dell’apparecchio e i giornali distolgono la tua attenzione dallo scorrere delle ore, il vapore acqueo dell’acqua calda e insaponata, la schiuma bianca e lo spray aromatizzato ai fiori selvatici di bosco annientano dolcemente i tuoi riflessi.

Poi arriva il momento di sedersi sul posto d’onore. Tralasciando per un secondo la parte iniziale di quel rituale, arriviamo al taglio della barba, quando ormai ti sei assuefatto e sei un tutt’uno con la sedia e con l’ambiente circostante. La morbida poltroncina assume per il cliente l’aspetto e la fisicità di un giaciglio caldo, dove potersi completamente rilassare. Il veloce tric trac delle forbici dentate, o quelle lisce, accompagna il movimento cauto ma fantasiosamente imprevedibile del pettine. L’ovatta leggermente bagnata con acqua calda ammorbidisce la pelle ancora un po’ ruvida e la prepara poco alla volta alla lama allungata e tagliente del rasoio. Circoscritti, a quella comoda sedia altri individui come te, appollaiati e in stato soporoso, altri impettiti con la schiena e interessati alla discussione, sono garbatamente coccolati dalle mani, dal ritmo musicale degli strumenti di ferro e dalle parole di quel misterioso custode. Il pennello compie tre o quattro giri sulla faccia spandendo accuratamente la schiuma su metà della faccia; un po’ di quella strana sostanza finisce dentro le orecchie o leggermente intasa la cavità nasale, come un bimbo ti lasci cullare. Una prima ripassata e le palpebre faticano a rimanere aperte. Quando il pennello percorre un altro giro, trovano la giusta situazione per accasciarsi e chiudersi. La terza volta che le setole umide strisciano, il collo si china un po’ all’indietro e quello strano personaggio alle tue spalle non ti lascia mancare niente. Alza dallo schienale un piccolo poggiatesta e poi, mettendoti una mano dietro la nuca appena pulita, accompagna quel lento cedere dei muscoli ormai allentati sopra l’aggeggio di pelle (o finta pelle che dir si voglia). Poi, è l’ora del taglio e tirando fuori la lama -lui la affila su e giù, su e giù per una lingua di pelle marroncina e consumata, che può essere attaccata alla poltroncina o tirata fuori dalla tasca dello stesso personaggio – Inizia dallo zigomo, subito al disotto dell’occhio. Non un taglio netto; prima due intaccature per misurare la lunghezza del pelo, seguite da un’unica e lunga strisciata verticale fino al limite del viso, dove inizia la gola. E ancora via per quella pelle umettata e ammorbidita ma che perde un po’ di sensibilità e dei brividi soavi scorrono lungo il corpo ogni volta che l’arnese passa e tira via il minimo residuo. Tu sei già in estasi su di quella sedia e perdi l’orientamento e il senso del tempo. La mente è sgombra; evacua ogni minimo pensiero. C’è da consigliarla come terapia.

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Chi c’è dietro di tutto questo? Cos’è che rende questo posto un momento della giornata di magico godimento? I latini lo chiamavano “Tonsor”, uomini specializzati nella rasatura della barba e nel tagliare e acconciare i capelli. Gli aiutanti erano invece i “Circitores”. Insieme portavano avanti un mestiere ricercato che si svolgeva o all’interno di una bottega o nel foro durante i mercati. Un lavoro di grande prestigio, da considerarsi quasi come un’arte; arte nel tagliare e rifinire. Oggi si chiamano barbieri e non sono quasi più accompagnati dai propri “Circitores”, o più semplicemente “ragazzo spazzola”.  Oggi chi ha una bottega da barbiere è solitamente una persona, massimo due (parlando sempre in campo maschile). Ma è tutto qui? Sembra che non ci si renda proprio conto di quanto sia indispensabile un uomo come il barbiere. Egli si presenta immediatamente come un uomo di mezza età o più anziano, come se non avessero avuto mai un periodo adolescenziale e giovanile, ma che siano stati partoriti direttamente in bottega, già con camice e forbici. L’aspetto fisico? Standard; non molto alti ma robusti, tarchiati e con i capelli grigi non più forti e resistenti come una volta ma accuratamente rifiniti, senza un capello di troppo o messo di traverso. Cosa non meno importante, che fa del barbiere un’istituzione, è la camminata e la parlata. Un andamento dondolante, ciondolante con le mani, sempre distese lungo il corpo. Si aggirano fra le sedie come strani uccelli, ma precisi. Sanno che quell’aggeggio è li, la spazzola è sotto, le forbici sono nel taschino assieme al pettine nero di plastica. Non gli sfugge niente. Anche se sei nuovo di quelle parti e non hai mai frequentato il loro negozio, ti ospitano come fossi un cliente abituale o un lontano parente. L’accento non è proprio italiano, preferiscono usarlo per gente più altolocata e riescono a cambiare parlata con grande velocità di esecuzione da farti rimanere un poco stupito. Li senti parlare con altri clienti usando parole che non ti saresti mai sognato di sentire; non sapevi nemmeno che esistessero imprecazioni di quel tipo e per di più pronunciati velocemente, uno dopo l’altro. Quando spetta il tuo posto, ecco che torna l’italiano nelle loro bocche. Il barbiere spazzola per bene tutto intorno a te che già hai occupato posto e ripuliscono i residui del precedente consumatore. Tira fuori dal cassetto del comodino alle tue spalle un lenzuolo di finta seta, fresco e pulito. Ti ci avvolge legando il capo finale al collo, poi con dell’ovatta fa attutire la pelle con la stoffa. Poggia le mani callose ma incredibilmente lucenti, linde alla perfezione, anch’esse intrise di quella strana fragranza ammaliatrice, sopra le spalle; ti domanda “Allora! Come li facciamo?”. Deciso il taglio da farsi è facile per lui iniziare, e fra una battuta sconcia o un po’ fuori dalla moralità (come quella citata all’inizio), e discorsi vari, il barbiere si muove attorno alla tua testa agile come fosse un ballerino. Neanche ti accorgi di avercelo intorno. È scattante e preciso come le forbici che usa per sfoltire il pelo, morbido e rassicurante come la spazzola quando penetra in angoli delicati e più impervi quali l’attaccatura dell’orecchio o quando con il rasoio passa a ripulire la gola.

Da un orario che si aggira intorno ai quindici o venti minuti per un taglio completo, può arrivare anche alla mezz’ora abbondante se la conversazione è di tuo gradimento; e comunemente lo è. La natura del barbiere, specialmente quella comunicativa, è essenzialmente rozza. Non fraintendetemi, non voglio certo dire che siano volgari sempre o che non sappiano fare altro che essere in quel modo. Diciamo che in quel particolare ambiente, fatto principalmente di soli uomini, è giusto che sia così. Egli rende piacevole i primi minuti di quell’operazione. Inizialmente è lui che parla; lui e il compare, se ne ha uno, e il punto di partenza è sempre e solo uno; le donne e le strategie per capirle, i loro più nascosti desideri sessuali, o le classiche barzellette da bottega. Nella fase successiva è compito del cliente decidere il tema da affrontare. Secondo l’età del cliente il barbiere sa, dove andare a parare. Se sei giovane –un età compresa tra i sedici e i trenta cinque anni-, di solito è la scuola, il problema che più preclude la mente alla felicità, il calcio, la fidanzata o il lavoro nuovo. Il barbiere sa con certezza quello che vuoi sentirti dire, anche se come uomo maturo ti dirà sempre la cosa giusta da fare. Se il cliente è invece di mezza età o più anziano di solito è la moglie, il capro espiatorio, e su di lei scaricano tutti i difetti del mondo femminile. La cura? O un ironico omicidio o una notte di passione fatta bene, atta a far si che il problema non si ripeta per almeno una o due settimane. Poi si ritorna sulla poltroncina.

Tralasciando questi punti, che sono proprio l’essenza primaria di una conversazione da bottega, la retorica del Barbiere è vasta. Essa si fa carico di tutte le discussioni fatte negli anni passati, di tutte le barbe sfoltite, dei capelli ritinti e sistemati, delle informazioni più varie e impensabili. Il barbiere ha certamente una vita privata, degli hobby, ma in quel caso il suo unico e fondamentale compito è di parlare e ascoltare con il cliente; la maestria nell’acconciare passa al secondo posto e diventa solo uno strumento di mediazione tra una chiacchera e l’altra. La verità è che lui sa tutto. Dalla politica alla storia, dai problemi di natura economica a quelli più soavi legati alla casa, alle donne (fonte di dibattito sempre aperto e ben accetto). A modo suo il barbiere cerca di dare una risposta concreta e reale ai dubbi che più affollano la mente umana. Le sue parole, che possono essere intrise di volgarità, disadorne e spogliate di gentilezza, di buone maniere, raggiungono con spontaneo ma corretto ragionamento il fulcro del discorso, il problema principale e cercano di rimediare a ciò. Come una grande scuola di vita il negozio, la “barberia”, assume un ruolo fondamentale nella vita comune e nella quotidianità. Il figaro, come uomo di forbici e pettine ti da una risistemata. Come amico scherza con te, cliente, senza fare alcune discriminazioni (i soldi centrano in parte). Come uomo d’esperienza e come una sorta di psicologo ti tiene disteso e ascolta le tue parole, i tuoi problemi. Da filosofo di bottega da un valore a quelle conversazioni che, come ho detto, possono essere variabili e avere a che fare con diverse tipologie di soggetti. Lui conosce il sistema. La soluzione non sempre si trova ma tu ascolti affascinato e sicuro le sue dottrine e ragionamenti. Il barbiere che, con la fisicità e la prestanza di un padre ascolta i tuoi dubbi e parole, e con la delicatezza e pazienza di una madre ti da consigli, cerca di trovare la soluzione migliore. Infine, con la simpatia dell’amico finisce in scherzo la conversazione e ti fa pagare per l’operazione.

Barbiere

La tua serenità nell’uscire ti fa capire che tornerai sempre in un luogo simile a quello mentre attorno a altri attendono il loro turno e oziosi si godono il clima domestico, tranquillo e accogliente racchiuso tra quattro mura.

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Anche il Cinema è pieno di barbieri e di clienti. (prima immagine) Charlot, (seconda immagine) Totò e Peppino

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