El Clan: spariti e contenti

di Lorenzo Borzuola

Con la morte del presidente Juan Domingo Peron, l’Argentina si preparò a vivere un intenso periodo che dal 1973, cioè dalla fine della presidenza di Peron e il golpe di stato militare, portò al potere il generale Pinochet che si autoproclamò presidente. Si venne a istaurare così una dittatura militare che per quasi dieci anni, dal 73 fino al 1982, cercò di rinnegare ogni simbolo di progresso apportato dalla precedente fase politica e i progressi che attorno ad essa si erano, in qualche modo, venuti a creare sebbene la situazione, anche all’ora, non fosse stata mai stabile e fiorente.Desaparecidos Il compito, dato alle forze militari, ai servizi segreti argentini della giovane dittatura, era al quanto semplice e privo di ulteriori spiegazioni. Il regime dittatoriale seguiva minuziosamente una propria strada e scelta politica che non avrebbe mai permesso un’opposizione o malcontenti nei suoi confronti. Per cercare di mantenere ogni consenso e un forte benessere sia economico sia sociale, in nome del popolo argentino, la politica di Pinochet fu ben chiara e pronta a reprimere ogni critica; qualsiasi dissenso, qualsiasi contrasto, qualsiasi contestatore, qualsiasi avversario fu fatto sparire. Una lunga fase che durò quasi dieci anni, e che portò alla sparizione di circa 30.000 uomini e 130.000 torturati dei quali, solo pochi, riuscirono a sopravvivere e testimoniare, una volta cessato quest’abominio, l’esperienza che furono costretti a vivere. Un abominio che prese il nome di “Guerra sporca” e alle vittime che scomparvero e mai più ritornarono fu dato il nome di “Desaparecidos” .

Intorno al 1983 nei paesi dell’America Latina, in particolar modo in Argentina, tornò la democrazia; esattamente da questi anni il nuovo film di Pablo Trapero trae ispirazione, o meglio, cerca di raccontare in maniera sincera e realistica le vicende di una famiglia di Buenos Aires che, proprio in quegli anni, durante il ritorno della democrazia e la fine del regime dittatoriale, fu protagonista e complice di sparizioni e delitti. La famiglia Puccio. Trapero, ci accompagna per le strade, le case, le vite degli abitanti di un sobborgo di Buenos Aires quando ormai tutto sembra cessato, risolto; come all’epoca della dittatura, però, tutto tace e nessuno vuole rivendicare e ricordare. In una casa per bene, del quartiere di San Isidro, vive Arquímedes Puccio, il capofamiglia. Al suo fianco, la moglie Epifania e i cinque figli, fanno una vita normale. Una famiglia che vive ogni giorno della più quieta normalità; pranzano insieme, discutono, correggono i compiti, i figli praticano sport e nel rugby sono una celebrità, specialmente Alejandro, secondogenito di Arquimedes, che è sempre più famoso grazie alle sue doti da rugbista. Ma c’è qualcosa che non va. Ogni cosa scorre come in qualsiasi altra famiglia che si rispetti; ma dietro quelle mura, Arquímedes nasconde un segreto. Un segreto che dovrà condividere con Alejandro e con due dei suoi ex commilitoni che lavoravano con lui nei servizi segreti e per il regime.

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una scena del film

Un tema che, solo da pochi anni, pare trovare giusta memoria e il dovuto reclamo. Così com’era successo per la Spagna dopo la dittatura di Franco e il pacto del olvido ovvero il patto del silenzio, anche nell’America Latina durante e post dittatura si preferisce tenere le distanze da ciò che stava accadendo e dopo, da ciò che era accaduto. In questo modo Arquimedes riesce a passare inosservato e portare a termine il suo piano, e sebbene Alejandro e il resto dei congiunti sappiano cosa avviene in quello scantinato, e si rendono complici del capo famiglia, è bene non guastare quel silenzio impestante, quella tranquillità domestica che rapisce e nasconde. Altro sintomo ricorrente degli anni passati che tornano, stavolta, a scopi economici e puramente familiari.

Un argomento, quello della “Desaparición de personas”, che in ambito letterario e cinematografico aveva già trovato un appiglio negli anni precedenti. Con “La morte e la fanciulla”, romanzo di Ariel Dorfman, e l’omonimo film di Roman Polanski, si era cercato di portare alla luce tutte le nefandezze compiute in quel particolare periodo storico dell’America Latina, e rendere memoria ai fatti e alle vittime.

In “El Clan”, di Guillermo Trapero, non è più la musica di Schubert a fare da contorno alla trama e ai personaggi, bensì le melodie di quegli anni che accompagnavano la normalità dei giovani, del contemporaneo, della quotidianità di un paese che si stava rialzando dal buio della polvere. In realtà il film si concentra sui fatti avvenuti tra l’83 e il 1985, quando ormai la dittatura era morta e sepolta, ma le parole, i metodi con i quali  Arquímedes, interpretato da Guillermo Francella, fanno presa sull’ingenuità di Alejandro, e con i quali porta a compimento i terribili piani da lui e dai suoi due compari escogitati; e ancora, la morbosa calma e normalità della famiglia e delle altre persone che vivono al di fuori di quel nucleo familiare, ogni cosa sembra riportare una testimonianza. La testimonianza del “Tutti sapevano, ma non potevano fare niente”. La testimonianza della “Facilità delle sparizioni” e del “Continuare a vivere silenzioso e non apparentemente non curante”. Sotto quel buonismo mascherato si nascondeva qualcosa di terribile. Al di sotto dell’etichetta di “famiglia perfetta” o “persone tranquille” nascono segreti che, a volte si preferisce tener lontano dalla società e da visi amici. Ma non è così per tutte le famiglie?

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Guillermo Francella nei panni di Arquìmedes Puccio in una scena del film

“El Clan” di Pablo Trapero è testimonianza e portavoce di quel passato efferato e del dopo.

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