L’uomo è un animale sociale

di Fabio Catalano

L’uomo è un animale sociale. Dagli inizi della società l’uomo si è dibattuto contro i suoi simili per la propria egemonia.

Questi due postulati sono incontrovertibili e all’occhio di tutti, da ciò deriva una delle frustrazioni più evidenti che attanagliano questo animale.

La nascita delle comunità è cosa naturale e può essere spiegata in mille modi diversi, ma per rimanere nella comunità c’è bisogno di un compromesso. Parte di ciò, più evidente di tutto, è la guerra.

L’uomo moderno esplicita questa contraddittorietà sotto mentite spoglie. Ancora ci sono le guerre e lontano è il giorno in cui potremo solamente immaginare di poterne vedere la fine – sempre che sia possibile – e i sentimenti di misantropia e filantropia sono cosa di tutti.

Da un lato l’individuo ha bisogno di definirsi sotto tutti gli aspetti della diversità: egli è unico rispetto ai suoi simili: è speciale. Fondamento di ciò è la soggettività, infatti, sebbene gli accadimenti della vita di un uomo possono essere paragonati senza troppa fatica a quelli di molti altri, è il modo in cui vive tali accadimenti che li rende particolari. Tanto basta all’uno per sfuggire all’ansia di considerarsi un evento unico, altrimenti sprofonderebbe nella delusione dell’inutilità della propria esistenza.

Ma il concetto di individuo in quanto persona è in realtà un concetto relativo. Baumann in Modernità Liquida ipotizza come l’essere umano, specialmente o esclusivamente -a seconda dei pareri- in relazione con il prossimo, necessita di costruirsi una personalità per potersi auto-identificare. Ma il concetto di Persona –intesa come la intendeva Karl Jung – si avvicina più al concetto di maschera che di manifestazione esplicita del contenuto mentale, eppure l’uomo necessita sempre di immaginarsi la terra sotto ai piedi prima di compiere un singolo passo.

Ma gli individui hanno bisogno anche della comunità per poter essere in salute. Questo bisogno è nato dalla debolezza del singolo rispetto alla moltitudine, la debolezza invece deriva dall’insicurezza, dettata a sua volta dal confronto con la società organizzata pre-esistente.

Nella comunità gli individui si confondono e appaiono tutti uguali, ma costruiscono cose che i singoli non sarebbero mai in grado di raggiungere; lei è la custode della storia e del processo evolutivo della conoscenza.

La prima reazione dell’uomo in società è l’imitazione. Questo meccanismo di difesa è perfettamente normale: è molto facile comportarsi nello stesso modo in cui fanno gli altri, detentori di un’apparente scioltezza di intenzione e nell’arte pratica, che è quello di cui siamo in cerca. Il bambino nei suoi primi mesi di vita guarda ai propri genitori per svolgere le più semplici attività: se vivesse isolato il bambino morirebbe.

Ovviamente il patto che si stringe con la comunità ha anche degli svantaggi. Se si pensa a Freud, si immagina che l’individuo sacrifichi i propri istinti sanguinari e il soddisfacimento dei piaceri più elementari per mantenere la pace. Inoltre l’individuo si impegna a perseguire gli stessi obbiettivi che preoccupano la società, che gli interessino o meno, pena: l’espulsione dalla stessa.

Freud dice: per silenziare la nevrosi personale, l’individuo si appresta ad accettare la nevrosi collettiva.

Questo è l’uomo di fronte ai suoi simili: in bilico tra il desiderio di emancipazione e la paura della solitudine.

Tutto quel che è stato detto fa parte della natura umana e, data l’esistenza dell’uomo in quanto tale, è impossibile pensare ad un altro modo in cui questo possa organizzarsi, dunque si parla di fisiologia del corpo sociale. Quello che invece costituisce il morbo all’interno della società è l’utilizzo della collettività come difesa illegittima da parte dei suoi membri.

Essendo l’imitazione un modello difensivo di inevitabile attivazione, spesso l’uomo non è neanche in grado di accorgersi quando si avvale di questo uso improprio.

Uno dei principali usi illegittimi della collettività è ovviamente il razzismo. Il suo fondamento è dato da uno sbilancio interno della società e tuttavia perfettamente casuale di natura etnica. Tale sbilancio deve anche essere accompagnato da una situazione di debolezza – di natura economica, geopolitica, o anche genetica magari – della parte minoritaria.

Questo fa in modo che la parte maggiore della popolazione utilizzi l’altra componente come capro espiatorio.

L’ uso del capro espiatorio vanta una derivazione etimologica molto antica ed è stato frequentemente associato alla religione. Il riferimento a cui si vuole indirizzare quest’espressione qui è di tipo psicologico: eseguire un trapianto causa-effetto dei problemi della comunità a livello semi-conscio. Naturalmente a volte non è neanche necessario, ma in quel caso l’occhio dell’uomo non può sopportare tanta ingiustizia di giudizio e si parla di barbarie.

Ora: quello che l’uomo tenta di nascondere a sé stesso è che la moralità da lui stesso portata avanti, attinta dal modello offerto dalla società – si fa riferimento ai valori base della morale condivisa (l’uso della violenza)-, è inevitabilmente offesa dalla mano cieca che agisce; tuttavia quando l’intenzione raccoglie fervori multipli, la mente – ancora sensibile alla propria debolezza e alla semplicità dell’imitazione – viene offuscata.

Questo processo in cui l’individuo viene completamente inghiottito dalla massa è detto di deindividualizzazione.

Karl Jung affermava che, con la costruzione di società a numero di membri espanso, la morale viene inevitabilmente ridimenzionata, perché sostenuta da fattori individuali e dalla libertà personale che sfumano nell’anonimato; perciò ogni singolo, quando è in società, è inconsciamente più malvagio di quando agisce da solo – “senatus bestia, senatores boni viri”.

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Una scena del film “The beach”

Nel film The beach la comunità che vive sulla spiaggia funziona perché è composta da pochi membri e le tensioni che si vengono a formare tra i suoi individui possono essere ignorate o facilmente dimenticate, perché si allontanano poco dall’interesse personale.

Ma è anche la società stessa che fonda la morale: l’uomo di per sé non ha bisogno della moralità, si veda ‘La genealogia della morale’ di Nietzsche. I cavalieri sono un popolo estinto, i tempi moderni sono ancora casa per preti.

Per questo motivo è molto facile estraniarsi dagli individui definiti come criminali: loro si sono macchiati di colpe per noi inammissibili, di conseguenza non hanno niente a che fare con noi; scateniamo tutta la frustrazione della nostra libertà negata sulle colpe altrui.

Gli esperimenti di Milgram e di Stanford furono volti alla confutazione della teoria, diffusa fino agli anni 60’, secondo la quale i comportamenti violenti osservabili in un ambiente – come quello di un carcere – fossero dovuti a disfunzioni della personalità, piuttosto che all’opportunità rivelatasi (a livello del sub-conscio) di dare sfogo ad un piacere.

Così anche l’indagine svolta dalla Harent  vuole rivolgere la sua attenzione al fatto che istinti violenti sono comuni a tutto il genere umano, ma non a tutti è dato di trovarsi nella situazione in cui l’ Io li lascia fuoriuscire indisturbati.

Secondo Zimbardo, lo psicologo che sostenne l’esperimento di Stanford,  la deindividualizzazione consiste nella perdita di autoconsapevolezza e autocontrollo, incapacità di inibire l’istinto, sopprimendo anche le istintualità più fondamentali dell’esistenza umana, come il dolore e la fame. Quello che si potrebbe immaginare in fin dei conti in un soldato che parte alla carica con il proprio battaglione.

Le condizioni per il verificarsi di tale stato sono: anonimato (più si annienta il riferimento alla persona, maggiore è la potenza del suo annichilimento), risposta condivisa, agire in gruppo, sovraccarico di stimoli sensoriali, “arousal” (Particolare condizione mentale di sovra-eccitamento) e il coinvolgimento fisico – in questo senso la deindividualizzazione può essere paragonata al disturbo dissociativo della personalità.

Esempi di questo processo sono riscontrabili sia in fenomeni quotidiani, come può essere la bullizzazione tra i bambini – che posseggono un’ azione reattiva dell’istinto meno potente – o nell’esercito in una campagna di liberazione di un territorio ostile: di fatto gli studi di Zimbardo ed il suo esperimento all’ università di Stanford (1971) dimostrarono quello che trent’anni dopo, nel 2003, fece scandalo con pubblicazione delle immagini dei prigionieri iracheni sotto la custodia dell’esercito statunitense ad Abu Grhaib.

Le radici da cui parte il problema sono riscontrabili nella erronea considerazione della società da parte dei suoi individui.

Nel momento in cui una persona si sente parte di un gruppo esteso e ben unificato, si illude che tutti i partecipanti del gruppo in questione siano uguali tra di loro e anche perfettamente uguali al soggetto. Gli uomini – per natura – non condividono le stesse strutture logiche, ma possono condividere le finalità. Nel momento in cui si parla di tensione e si chiarisce il luogo di arrivo (potrebbe anche non esserci!), allora è giusta l’identificazione con un gruppo.

A questo proposito è utile paragonare questa differenza con i concetti di nazionalismo e patriottismo sviluppatisi all’inizio del ‘900, uno di derivazione tedesca e uno francese. Tuttavia, anche se il patriottismo si avvicina di più alla considerazione di società esposta sopra, i tempi erano ancora poco maturi e sicuramente molto differenti da quelli correnti. Inoltre, a differenza del nazionalismo, il verificarsi effettivo del pensiero patriottico negli stati che se ne fecero promotori è cosa opinabile.

Bisognaconsiderare che un’ insieme di persone è più della semplice sommatoria dei suoi componenti, in quanto valuta anche il loro relazionarsi, e la relazione è proprio il rapporto tra oggetti diversi che impegnano uno sull’altro le proprie caratteristiche. La diversità -e non l’uguaglianza- deve essere accettata come membro fondante della società umana. Si potrà obbiettare che per avere un rapporto pacifico è necessario che ciascuno viva il prossimo come se egli stesso fosse quella persona, ed in parte è vero: per conoscere le cose bisogna sperimentarle sulla propria pelle, tuttavia questo non implica necessariamente che si scada nell’imitazione vera e propria.

Differente dal processo di deindividualizzazione è il processo logico a cui fa riferimento il Presidente della Società Italia di Psichiatria Claudio Mencacci nel suo appello lanciato il 27 luglio rivolto ai media italiani, riguardo la situazione del terrorismo in Europa:“ A fronte dell’incapacità di prevenire tali atti di violenza è evidente che si tratta di episodi di suicidio allargato a cui la spettacolarizzazione garantita dalla stampa e dal web assicura audience”. L’opportunità proposta infatti è quella di uscire dal vincolo dell’anonimato comunitario per autoaffermarsi –oltre tutte le altre implicazioni politico-religiose – e sfiorare l’illusione della libertà.

Chi è all’infuori della società non può che guardare di buon occhio gli altri che hanno seguito le sue stesse orme, ma anche con un po’ di cattiveria: si immagina che la propria forza sia addirittura maggiore se si agisce da soli – siamo agli opposti del ragionamento precedente! Ora però si parla di appartenere ad un gruppo terroristico, che consiste nell’opposizione, in seno alla società, di un’altra società i cui membri si allontanano dalla prima con tanto più piacere nell’ avvicinarsi alla seconda ed abbracciarne la nuova morale. Qui non si parla più di deindividualizzazione: l’anonimato è una bestia da combattere; piuttosto si potrebbe definirlo come un processo di super-individualizzazione.

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