Due bricklayers al “World Trade Center”

di Lorenzo Borzuola

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Per quanto riguardava la professione della quale mi facevo gran carico, io ero un manovale. Lavoravo in quel campo da quando avevo solo quattordici anni e non ero mai stato così felice come il giorno in cui ottenni il mio primo lavoro da capo cantiere. Era sul finire degli anni sessanta, avevo già un maturo trentenne, una moglie e due figli, e lavoravo in società con un importante architetto, uno dei migliori di New York.

Passavo tutte le mattine per recarmi in qualche nuova postazione, dove ci spedivano, a me e la mia squadra, e tutte le volte guardavo le scure pareti impestate di catrame dell’Empire o di altri tutto intorno a me. Ritornavo indietro con gli anni, nel tempo, anche quando non ero nemmeno nato, immaginandomi di essere uno di quegli operai, quelli che si vedono in qualche vecchia foto, a fare il funambolo o trapezista su di quelle travi sospese in cima sopra metri e metri di aria; io, la trave e la città, suo unico dominatore. Amavo il mio lavoro; a molte persone non sembra, non pare vero che un lavoro come questo possa donare interesse e gioia, eppure per me era proprio così. Ok, non avevo costruito il primo grattacielo della città ma proprio perché altri prima di me erano riusciti a farlo, mi sentivo come loro successore onorato, una sorta di predicatore del martello e del chiodo che va in giro disperdendo in cemento e ferro la mia buona novella.

Mi chiamavo Fra Lou, o Padre Louis, e mi piaceva, mi piaceva eccome. In quell’appellativo scherzoso io mi ci riconoscevo e ne andavo fiero. Nessun altro, eccetto me, riusciva a fare lo stesso mio lavoro con tanta facilità, perfezione e cura. Ero presente alla progettazione del nuovo essere da creare, chiamavo i miei uomini. Creavamo, costruivamo senza sosta la creatura che si ergeva in alto ogni sempre di più. Passavo il cemento, la imbottivo di ferro, di travi, di chiodi, di guaine varie, vetro e quant’altro. Per me era come fare un altro figlio; da buon padre mi prendevo cura di lei, anche una folta finita di costruire, guardavo il mio lavoro completato e raramente pensavo, guardandone uno, che non mi piaceva. Mi piacevano tutti e non smisi mai di riconoscerli.

Fu un altro architetto, non quello solito, a offrirmi di comandare la squadra di operai che avrebbe dovuto erigere il maestoso complesso del “World Trade Center”. Un lavorone, non c’è che dire; mi avrebbe impegnato quattro o cinque anni, ma il compenso sarebbe stato più che sufficiente. Con quel guadagno avrei finalmente ottenuto la mia buona parte, le mie finanze sarebbero migliorate, avrei potuto dare ai miei figli tutto quello che avevano sempre desiderato. Invece non lo feci. Guardai il progetto e mi rifiutai di farlo. Mia moglie me lo disse che non ero proprio normale ma io ero fatto così; se il progetto non mi piaceva su carta, non mi sarebbe piaciuto nemmeno dal vivo. In fondo cos’era! Due parallelepipedi fermi, immobili come massi, ricoperti d’acciaio, Uno aveva anche un’antenna sulla testa. Roba da matti, pensai.

Insomma, non accettai e mi feci nemici tutti quelli che invece decisero entusiasti di lavorarci. Fui anche denunciato per questo; facevo picchetti, smuovevo operai e muratori come me per protestare mentre le gru delle altre società erano già in pista e i piani metallici già non vedevano l’ora di salire. Una sera mi ritrovai persino in mezzo ad una scazzottata. Il fesso che mi aveva provocato, dandomi del ridicolo e del fallito, era un tale Simmons, uno dei capi cantiere del World. Cercava la rissa ed io lo avevo felicemente accontentato mollandogliene uno su quel grugno storto e bruciato dal sole. Ci pestammo ben bene, fino a quando non arrivarono rinforzi a tenerci e poi anche la polizia. Urlando come un pazzo, difendevo i miei valori di muratore, di artista del cemento e della cazzuola, scagliandomi contro quelli che, secondo il mio tardivo pensiero di allora, altri non erano che deturpatori e vandali, schiavi dei soldi e incapaci di riconoscere un buon lavoro da uno cattivo. Ai miei occhi, quei due grattaceli che vidi irrompere sulla scena di New York come padroni egoisti e nuovi arrivati, divennero il simbolo della perdita del buon gusto, da parte, no degli architetti, ma soprattutto dei muratori che ci lavoravano.

Ai tempi, ero così preso da questa strampalata crociata da non accorgermi che non ero poi così diverso da quelli che, come me o i miei uomini lavoravano, innanzitutto, per uno stipendio, per la famiglia, i figli e via dicendo. Ero talmente cieco da non poter riconoscere che io non ero diverso da loro. Quel Simmons, che per anni disprezzai e trattai da vile qualunquista, era esattamente come il sottoscritto; amava il suo lavoro come io il mio, ma niente era più forte di un buon guadagno; alla fine il pensiero di un saldo sostentamento arrivava e arriva sempre ed io non ero tanto meglio di lui e lui non era tanto diverso da me.

Me ne accorsi solo qualche tempo dopo, quando ormai era troppo tardi. Per noi muratori, operai è diverso. Il pensiero di una casa, un’opera, un grattacielo fatto bene è un sospiro di sollievo, un gesto di gratitudine che viene dall’opera stessa, esempio di un buon lavoro.

Mentre l’immagine dei due aerei, che si schiantavano sul costato dei due palazzi, mi passò davanti tutta la mattinata, lo sconforto e un gran senso di nausea mi attanagliarono la gola. Mi sentii imprigionato fra quelle mura di casa, come un carcerato, un uomo qualunque che vede e non fa niente In fondo era così, ma non mi sentivo al sicuro, sapevo dentro di me che dovevo andare laggiù. Presi il primo taxi che mi capitò sotto mano, ma fu un errore, le strade iniziarono a intasarsi più presto di quanto immaginavo e la metro, una bomba a orologeria. Mi gettai fra la folla che tornava indietro e assieme a quelli che volevano vedere, che non sapevano bene cosa avrebbero trovato una volta arrivati ma che già il sangue e il sudore faceva rigelare nelle loro vene e fra i lembi di carne bollente. All’improvviso, un grido lacerante e un boato stridente.

Una nuvola di fumo e polvere mi si pararono innanzi, mi coprii il corpo, la faccia, le gambe; quelli che sapevo mi fossero vicini in quel momento, scomparvero anch’essi nel biancore di quella scia fatta di ciottoli e urla strazianti che mi raggiungevano da ogni dove. Un poliziotto con una mascherina e una torcia mi condusse fuori da quell’inferno, accompagnandomi per mano fino al marciapiede più vicino, dicendomi di aspettare lì. Alzai più volte lo sguardo in una maschera di polvere. Il cielo era tornato libero, non si vedevano più i due grattacieli, ma io non ci capivo più niente. Fui per un attimo sollevato, poi mi accorsi di ciò che vedevo intorno a me. Non mi ero avvicinato più di tanto, quel manto di polvere mi aveva bloccato alcuni metri prima eppure, sentivo ora sulla mia carne incredula, il male e il dolore. Mi appoggiai a una parete di un palazzo mentre altri scappavano, vigili del fuoco e polizia che si dirigevano sul luogo del delitto. Girandomi solo di poco, verso l’angolo della strada, appoggiato a un lampione, sporco per metà di bianco, c’era Simmons che cercava, come unica fonte di sostentamento, un aiuto da quel palo di ferro, stringendolo come fosse un uomo in carne ossa. Piangeva, strisciando la fronte lungo la superficie ferrosa, piangeva inconsolabile e solo, sapendo di aver perduto le sue creature, le sue opere, i suoi figli. Mi avvicinai a lui zoppicando, indebolito, quella faccenda aveva colpito anche me. Non ci dicemmo niente; l’unica cosa che potemmo fare è sentire in l’un l’altro la reciproca presenza, il dolore comune e incessante che ci pervadeva le ossa e le mani rovinate dal tempo e dalla pietra.

Oggi ricorre l’anniversario di quel giorno. Sono passati quindici anni e, come ogni anno, Simmons ed io ci siamo promessi di vederci nel luogo della catastrofe. Io arrivo ogni volta per primo e lo aspetto vicino al grande spiazzo, simbolo di quell’antica presenza scomparsa. Poi arriva lui e si affianca. Ci avviciniamo un po’ di più; è tanta emozione che si sprigiona in noi, ma non piangiamo, sappiamo che sarebbe inutile. Ci limitiamo a osservare ciò che non c’è; preferiamo guardare in alto piuttosto che in basso lasciandoci a vari commenti ricordando gli anni passati, quelli gloriosi, io sempre dicendo che verrà una schifezza e Simmons fiero dei suoi gioielli. Alla fine uno vale l’altro. Siamo i depositari di quel tempo, di quel duro lavoro, di quel simbolo.

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