di Ettore Arcangeli

L’atmosfera è di festa, e la folla di tifosi si accalca speranzosa ai tornelli. Nonostante la militarizzazione della città e il cielo plumbeo, solo a tratti soleggiato, la voglia di divertirsi è molta.

Come tutte le partite molto sentite nell’aria c’è  molta tensione. In Umbria il Derby è qualcosa di molto importante. Se vince il Perugia, la città conferma la sua egemonia regionale. Se vince la Ternana, Terni può sollevarsi dal ruolo subalterno a cui la geografia amministrativa l’ha relegata.

L’odio calcistico è forte e già prima dell’inizio della partita partono cori per sfottere gli avversari. Lo stadio va riempiendosi e dalla gradinata, dove mi trovo, lo spettacolo è magnifico. Con il fischio d’inizio le due squadre danno il via alle ostilità. Il passare dei minuti porta occasioni da una parte e dall’altra, ma nel primo tempo le reti rimangono inviolate. Le classiche chiacchiere da intervallo intrattengono i tifosi sugli spalti. Il secondo tempo riprende e poco dopo il Perugia passa in vantaggio. Lo stadio esplode in un boato enorme. La gioia è incontenibile. Pochi minuti e l’avversario pareggia. Dalla gioia alla delusione in poche azioni.

La partita prosegue con le due squadre che si danno battaglia quando un grido distoglie l’attenzione mia e di tutto il settore. Una persona è stata colta da un malore e occorre un medico. Prima che si accorga della gravità della situazione passano dei minuti. Sarà un lieve mancamento. Un po’ di acqua e di zucchero e tutto si sistema. Intanto un capannello di persone distoglie l’attenzione dalla partita e circonda quell’uomo. Chi con intenzione di aiutare, chi con sconveniente curiosità. Arrivano i sanitari. Quell’uomo ha bisogno di un massaggio cardiaco. È grave. La notizia circola rapida tra le file circostanti mentre tutto lo stadio non si rende conto della tragedia che si sta consumando. Passano i minuti e mi rendo conto che della partita se ne può fare a meno. Guardo i calciatori, i tifosi, gli uccelli che sorvolano lo stadio e le nubi che si aprono lasciando filtrare qualche timido raggio di sole. Solo quando salgono in gradinata altri soccorritori, muniti persino di defibrillatore, il resto dello stadio si accorge del dramma di quel settore di gradinata. Dopo tanti minuti passati provando a rianimarlo sembra chiaro a tutti che la sentenza è di morte. Molti iniziano a invocare la sospensione della partita. Si fischia, si urla, tutto pur di interrompere il gioco. Lo stadio non segue più le azioni dei propri beniamini. Tutti sperano in un miracolo dei paramedici. Ma non è così. Il gioco non si interrompe.

Il calcio è uno sport che vive dei suoi tifosi. È intrattenimento. Ora che nessuno ha più voglia di intrattenersi si potrebbe farla finita. Le autorità non intervengono, o almeno non vogliono sospendere la partita. È la curva allora che interviene. Spinge dai cancelli e quando si aprono un piccolo gruppo di tifosi rimuove gli striscioni appesi dietro la porta. Il gioco potrà pure proseguire ma il tifo e la partecipazione no. Quando le curve si intromettono nelle partite bloccandole per fare un dispetto alla società o perché ritengono indegni  i giocatori sono da condannare. Questa volta non posso essere più d’accordo. È giusto così. Continuare a fare finta di niente non si può. La partita viene sospesa. La notizia arriva pure in campo. Si comprende quella che all’inizio si pensava fosse follia. È morto. I momenti che seguono sono surreali. L’arbitro ha le mani legate, rischierebbe la carriera e va compreso. Non può cancellare la partita da solo. Il questore dice di portare a termine il tutto per motivi di ordine pubblico. La partita riprende, ma non il gioco. I calciatori in campo iniziano a passarsi la palla per far scorrere via gli ultimi interminabili minuti, tra i fischi.

L’unico applauso è per salutare quel tifoso, spirato in un giorno che si sperava fosse una festa.

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Foto di Filippo Ciotti

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