di Lorenzo Borzuola

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1879. La piccola cittadina di Rose Creek, in California, è insistentemente perseguitata da un ricco e perfido magnate dell’oro di nome Bartholomew Bogue (Peter Sarsgaard), il quale sfrutta i contadini del villaggio costringendoli a lavorare nelle miniere in cambio di pochi soldi, in più prelevando con la forza e il sangue, le terre destinate all’agricoltura. Dopo l’ennesima repressione da parte di Bogue e dei suoi uomini, si decide di intervenire e cercare di risolvere questa spiacevole situazione. La giovane vedova Emma Cullen (Haley Bennett), attraverserà diversi chilometri nella disperata ricerca di qualcuno che faccia al caso loro che si rivela essere il duro, spietato ma razionale Chisolm (Denzel Washington), un Bounty Killer che accetta con piacere l’offerta fattagli dalla donna, quella di uccidere Bogue e la sua banda. Non ce la potrà mai fare da solo così, l’impavido Chisolm, grazie alla sua bravura e le sue conoscenze, da cacciatore di taglie specialmente, riuscirà a mettere su un gruppo di uomini altrettanto spietati, facili al sangue e alle armi; un giovane baro (Chris Pratt), scampato più volte alla morte ma bravo con la pistola e le carte, un asiatico (Lee Byung-hun) la cui unica religione sembra essere il coltello, l’elegante pistolero (Ethan Hawke) preceduto più dalla sua fama che dalla sua bravura ormai alla fine del successo, Il messicano chiacchierone (Manuel Garcia-Rulfo), un enorme e barbuto cacciatore e cercatore d’oro (Vincent d’Onofrio), dotato di una flebile vocina e dalla forte fede che lo accompagna anche mentre sta finendo il suo nemico con un’ascia. Infine, tra la banda, riesce a infiltrarsi persino un giovane indiano, deciso ad aiutare l’uomo bianco in questa strana e pericolosa missione. In men che non si dica, il gruppo è già formato, ci sono volute poche parole per convincere tutti a partecipare. La motivazione e l’ideale che li lega non sembra essere affatto quello del denaro o dell’oro, del quale la città di Rose Creek sembra esserne un ricco giacimento, bensì un sentimento d’odio contro il cattivo, un grido di libertà che prevale fra le loro parole e discussioni, dal quale forse si sentono troppo legati, perdendone completamente il senso. “Dobbiamo combattere contro un uomo malvagio” dice Chisolm quando incontra per la prima volta l’indiano, come se loro non lo fossero e che uccidano solo per il bene del prossimo.

Gli amanti di cinema non possono naturalmente dimenticare il film originale. Sebbene siano passati anni, il rifacimento di Antoine Fuqua de “I magnifici sette” del 1960, diretto da John Sturges, trae un po’ in inganno l’accanito spettatore che preferisce rimanere legato alla pellicola originale piuttosto che lasciarsi trascinare nel solito Western Movie moderno, fatto di violenza, il più delle volte gratuita e non motivata, con il solito finale in cui il continuo rimbombo delle pallottole e i fiumi di sangue dividono in due blocchi contrapposti il pubblico; i nauseati, stanchi e quelli che cercano più violenza e adrenalina, ai quali basta questo per rendere bello un film e la serata soddisfacente. Lasciando per un attimo stare il cast di attori, che anche in questo “Remake”, sembra raggiungere per importanza e bravura quello vecchio, la divisione tra i due film è sfumata all’inizio; anche se non in maniera totale, lo spettatore non sembra notare difetti o imperfezioni. Un rifacimento non deve per forza ricalcare in tutto e per tutto l’opera precedente, e fino alla prima metà della pellicola lo si apprezza anche per quanto riguarda la scelta di atmosfere, paesaggi, situazioni un poco diverse e trasformate che mantengono, comunque, l’antico significato. Con il passare dei minuti, però, ciò che prima appariva solo come un leggero tratto, diventa poi difficile da non vedere e non facile da fermare. La matrice violenta, già presente nel film del 1960, non è più spinta da una legittima motivazione. I “Pistoleros”, composti di attori del calibro di Yul Brinner, Steve McQueen, Charles Bronson, James Coburn, ecc., erano mossi da un sentimento di evasione, un desiderio di fuga ogni giorno dal pericolo con qualsiasi mezzo. Seguaci del compito di sopravvivere rendendosi spietati 00614003.JPGalla vita, al mondo che li circondava; alla fine, però, erano pur sempre uomini che si portavano appresso i macabri volti degli uomini da loro uccisi e, chi per un motivo chi per un altro, si sentivano stufi di scappare ogni giorno, di avere paura in qualsiasi istante e doversi continuamente guardare le spalle. L’aiuto che danno ai contadini messicani contro il temibile Calvera (Eli Wallach), è più un atto di redenzione che un semplice uso di pistole e fucili. Una ricerca di purificazione che bramano, della quale si ritrovano a parlare tutti insieme, e che trovano quando decidono di non tirarsi indietro, di non fuggire come avevano sempre fatto ma di affrontare i loro demoni e il loro destino. Nel momento in cui premono il grilletto, lo fanno non solo per difendere se stessi ma anche per difendere i poveri contadini e le loro famiglie da tempo sottomesse. Ad alcuni di loro nasce il sospetto che sotto non ci sia solo il problema di tenere lontano Calvera dal villaggio ma anche la ricompensa di una sostanziosa somma di denaro o una grande quantità di oro; un sospetto più che comprensibile se ci fosse veramente stato dell’oro in quella zona. In verità, e lo si capisce negli istanti finali, la volontà che hanno di aiutare i poveri esseri di quella terra aspra e desolata, rischiando più volte di morire, è pura, sincera e ricompensata dall’affetto che, questi ultimi, nutrono e danno ai pistoleri; a quelli vivi ringraziandoli chiedendo loro di restare, a quelli morti dando degna sepoltura nel cimitero. Nella scena finale quando Chris e Vin (Brinner e McQueen) (unici superstiti insieme al giovane Cow Boy che invece s’innamora di una donna del villaggio e rimane con lei),cavalcano accompagnati dalla storica colonna sonora, entrata nel patrimonio cinematografico e musicale, sanno che ciò che hanno appena fatto ne è valsa la pena; un gesto che non avevano mai compiuto fino ad allora e che cambierà per sempre la loro vita nella lunga strada del West.

Il rifacimento di Antoine Fuqua è quello che possiamo chiamare una sorta di “interpretazione pimpante”, nuova e moderna, o almeno cerca di esserlo. Come già successo per opere precedenti, il Remake resta un atto difficile da controllare, specie 55931_hpquando si cerca di non copiare troppo restando sempre negli spazi della vecchia matrice, del vecchio testo che funge da guida. Nonostante alcune le modificazioni della trama, cambia in un certo senso la forma del cattivo, i protagonisti, portati a una più moderna interpretazione, l’ambientazione, ecc. è quasi impossibile fare di meglio del precedente film che era stato, anche quest’ultimo, all’epoca della sua uscita, un poco sottovalutato proprio per la trasformazione oggettiva, prospettica e tematica apportata, stabilendo un primo mutamento e passaggio dal western classico a uno più movimentato. Ritornando alla nuova opera cinematografica, non basta un buon cast di attori a rendere grande un film, specie se si prende spunto da un altro che rimane e rimarrà ancora a lungo una pietra miliare, un cult immortale. All’interno del film di Fuqua, pirotecnici effetti speciali prendono troppo il sopravvento, il tema della redenzione e della paura di un cow boy nell’affrontare i suoi demoni, la propria esistenza, è messo in secondo piano dalle scene di violenza, dalle continue sparatorie senza fine arrivando a un massacro generale in cui non si riesce a distinguere più i buoni dai cattivi, i feriti dai morti. Alla fine, l’originale tema musicale composto da Elmer Bernstein, che si sente solo alla fine, lascia il pubblico in sala con una leggera nota amara ma pur sempre aspettata; sentendo quel motivo, lo spettatore non ripensa alle scene appena viste ma alla pellicola del 60, mentre la nostalgia sale e nella sua mente si riproiettano come vive diapositive, le immagini dei veri vecchi eroi. Anche per chi non abbia visto il film originale, tenta comunque di immaginare come sarebbe stato vederlo e quale emozione avrebbe potuto lasciare. Un goliardico e maturo film moderno all’inizio degli anni sessanta. Il cinema Western è proprio questo; violenza mai cruda, mai gettata la senza motivo, il ciondolio cantilenante degli speroni, le strane e goffe movenze del cow boy e la sua voglia di non sottostare mai alle regole della società o di un gruppo più ristretto di persone, diviso sempre tra un carattere spietato e uno più docile e fanciullesco.

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