Café Society: tutto il Woody che volevi in un solo locale

di Lorenzo Borzuola

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Dopo tutta una vita passata a esporre i titoli di testa colorati di bianco, su uno sfondo nero, con le note lente, quasi statiche e leggere di una melodia jazz, è facile intuire e capire in maniera pratica come Woody Allen lavori e intenda costruire un suo film. Come se non volesse lasciare nulla per scontato, il nero sullo schermo prova a trattenere tutto il film senza che i cast e credit rovinino la prima scena; non vuole che faccende burocratiche interrompano il giusto andamento, ma è quasi un inganno. Leggendo attentamente fra la lista di collaboratori artistici il nome di Vittorio Storaro irrompe e s’innalza tra i vari elementi. La primissima scena, che si apre con un party in piscina in una lussuosa villa piena di emergenti personalità dello spettacolo, catapulta la nostra attenzione all’interno di quel fantasioso gioco di luci, ombre e sfumature che è esattamente il compito del Direttore, “autore”, come viene a volte chiamato, della fotografia. I film di Allen non sono mai stati scarichi di begli effetti fotografici, si pensi a “Manhattan”, “Io e Annie”, “Amore e Guerra”, o i più moderni “Match Point” o “Midnight in Parys”, dove la cura della fotografia e del suo impatto sui personaggi e l’ambiente ha avuto sempre un ruolo fondamentale portando il regista ad avere un proprio stile che riesce benissimo a mescolare con un personale modo di fare cinema a cavallo tra quello europeo e quello statunitense. Newyorkese per eccellenza. Nel suo nuovo film, “Café Society”, c’è un contrasto diverso tra la scenografia, i movimenti di macchina e la ricca fotografia; come già intuito e verificato da Gianni Canova, il passaggio dalla pellicola al digitale, prima volta per Allen in tutti i suoi anni di carriera, permette con magnificenza ed eleganza un approccio diverso. Storaro, affermato e pluripremiato in altrettante opere cinematografiche, fa fare tutto al semplice gioco di luci e ombre che abbonda in tutta la pellicola; ogni scena non è mai priva di un elemento di vera fascinazione che, per l’appunto, avvolge, sottrae quasi magicamente l’occhio dello spettatore. Trattandosi di un film legato al passato, precisamente agli anni cinquanta, il pubblico non può che essere trasportato assieme agli attori in quel mondo e in quell’epoca lontana.

Nei primi minuti, la voce narrante descrive la storia e calca gli aspetti dei protagonisti. Siamo nella Hollywood del cinema nel suo momento d’oro, in cui le Major Companies e le feste colme di gente e drink, tracciano i confini di quell’universo creativo ponendosi come una forte istituzione; gli uffici delle case di produzione, così come gli interni delle ville, sono tracciati da una calda luce solare che penetra dalle grandi vetrate e i viali, le mura, le macchine si confondono in un dolce color seppia e il verde delle palme, intervallandosi con un’atmosfera più fredda, cupa ma familiare quando si presenta la città di New York. I più aperti modi di fare e parlare della gente segnano una forte distanza con l’amata New York del regista, meta non meno importante nel film. È proprio dalla grande mela che arriva il protagonista Robert “Bobby” Dorfman (Jesse Eisenberg), un giovane ragazzo ebreo che decide di lasciare il lavoro nell’oreficeria del padre per dirigersi, senza alcuna esperienza e pochi soldi, a Hollywood per incontrare suo zio Phil Stern (Steve Carell), fratello della madre, sperando di avere da lui un lavoro nel campo del cinema. Dopo alcune incertezze e dubbi da parte del potente e ricco zio, quest’ultimo decide di aiutare il nipote dandogli da fare alcuni lavoretti nella speranza di metterlo in contatto con altre persone famose, affiancandolo alla giovane segretaria Veronica “Vonnie” Sybil (Kirtsen Stewart) della quale Robert s’invaghirà perdutamente. “Vonnie” lo affascina per il suo modo di fare, il suo continuo snobbare gli attori e il loro opulento e sfarzoso stile di vita. Anche lei, sebbene abbia un fidanzato, è attratta da Robert e la sua goffa personalità. Nel momento in cui i due stanno per dare inizio al loro rapporto, la presenza dello zio Phil, amante e fidanzato di “Vonnie”, le faranno cambiare idea, riportando Robert alla sua precedente vita nella fredda metropoli. Da questo momento inizia la seconda parte del film che non starò a svelarvi.

In “Café Society”, si assiste ancora una volta al gusto al quanto retrò di Woody Allen; il suo malinconico interesse per gli anni d’oro e la nostalgica curiosità e descrizione degli ambienti più sofisticati e nello stesso tempo più stralunati di quella società ritornano carichi, intensi, quasi inaspettati. New York è sempre la sua città, la sua dea e musa ispiratrice, ma più che in altri suoi progetti precedenti, in quest’ultimo sono tralasciate le lunghe passeggiate per i viali, le trafficate strade della metropoli, le visite ai musei o nei circoli intellettuali. Il tema principale sembra essere il continuo contrasto tra la società e la vita spaesata californiana con quella più convulsa e frenetica di New York. Un tema sempre presente e costante nella filmografia di Allen che ripresenta, dopo svariati anni, con la descrizione degli ambienti, con il linguaggio elegante, snob e nauseante dei divi e dei ricconi californiani, provenienti da un altro mondo.

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Jesse Eisenberg in una scena di “Café Society”

Allen sembra aver trovato, almeno in apparenza, il suo giovane alter ego, la sua giovinezza e originaria verve comica in Jesse Eisenberg, simile nei movimenti, nei gesti e nelle parole, e che fa muovere in quello spazio caro, sterminato e intimo, come la mondanità newyorkese o l’ambiente domestico in cui lo stereotipo ebreo vaga con molta familiarità e, perché no, nostalgia. In queste scene sembra di rivedere veramente l’inizio di quella fortuita carriera che negli anni sessanta trasportò l’ironia del goffo e occhialuto regista e attore in giro per tutto il mondo, incominciando da pellicole quali “Prendi i soldi e scappa”, “Amore e Guerra” o “Io e Annie” arrivando poi a progetti più profondi e maturi. Qui, lo spettatore e il pubblico tutto, ritrova gli aspetti di quella lontana ma costante comicità e ironia; tutta la seconda parte del film ruota attorno e dentro il “Café Society”, l’elegante pub gestito da Robert e dal fratello criminale Ben “Corey Stoll”, in cui sono presenti e vivi, in maniera maggiore o solo accennata a volte, tutti gli elementi che fanno di un’opera di Allen un biglietto da visita, una caratteristica; non una sorpresa, questo è certo, ma comunque si è trascinati nel suo mondo e non si può non ridere, non divertirsi mentre il ritmo del jazz, altra grande passione di Allen, riemerge in ogni scena, rendendo tutto più surreale, dal sapore lontano e nostalgicamente comico.

-Per tutto il film, ogni volta che c’era una battuta antisemita, lui non poteva smettere di diventare tutto rosso, comprimersi nel suo corpicino e ridere come un pazzo

-Che maledetto

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da sinistra, Jesse Eisenberg, Kirsten Stewart e Woody Allen durante le riprese del film

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