di Lorenzo Borzuola

In un piccolo cinema della città vecchia alle ore nove (di sera ndr.), viene proiettato un vecchio film datato 1920. Il titolo? “Der Golem, wie er in die Welt kamm”. A distanza di oltre novant’anni, le oscure atmosfere e i mistici e antichi occhi del Rabbi Löw, mettono in golem_1920_posterpratica ancora una volta un processo di selezione e ricerca tra ciò che normalmente viene ritenuto malvagio, con la puzza sotto il naso, e la parte benigna di quella storica società.
Il film fu diretto da Carl Boese e Paul Wegener in un periodo ancora di calma, se così possiamo chiamarla, un momento in cui ciò che si pensa è solo un ripetersi di quello che venne per secoli mostrato sempre con un misto di pregiudizio e ironica critica verso la società  e i componenti della religione e origine ebraica. Insomma, un etnia e un diverso modo di vivere e pensare che, malgrado tutto, proponeva ancora una tranquilla vita a stretto contatto con i bisogni della società. Malgrado il caso Dreyfuss, che minò quella sorta di stabilità sottile sul finire della prima decade novecentesca, la situazione non aveva iniziato a precipitare in quel baratro irrevocabile dell’epoca nazista. Wegener, di cui nella sua seconda opera sopra l’argomento è sia sceneggiatore sia attore, riprende con una leggera allegoria la leggenda del Golem e dei suoi misfatti, soffermandosi su quelli che erano gli elementi più noti e comuni, per descrivere a grandi linee come potesse essere un ghetto ebraico nella città di Praga d’età medievale e coloro che lo abitavano.
In un primo momento ci si sofferma subito sulla distinzione tra società cristiana praghese e quella ebraica. Le guglie,  le case arroccate e distorte del ghetto pongono un primo confine tra questa e l’altra zona cittadina, dove l’imperatore ha il suo castello e dal quale emana le sue leggi. Non ci sono motivi per i quali le due parti debbano entrare in der-golem-2contatto,(gli ebrei sono reclusi in in quartiere circondato da alte mura, tutto intorno distese di panorama e tutto ha un aria più respirabile e inebriante), ma questa stabilità sta per cambiare, concretizzandosi nella decisione dell’imperatore di porre fine all’esistenza di un centro riservato agli ebrei. L’astronomo e mago, Rabbi Löw, non ha bisogno di chiedere aiuto od ulteriore sostegno agli altri saggi del ghetto; aiutato dal suo giovane cadetto, da vita ad una creatura mitica, sacra per la cultura del suo popolo. Un uomo di creta, un Golem che si sveglia solo quando gli viene posta una stella sul petto, con all’interno un foglio di pergamena che riporta la scritta “Emet”, verità. Il Golem segue gli ordini che gli vengono imposti dal rabbino e dall’aiutante. Löw lo porta al castello dell’imperatore che ne resta affascinato e dopo aver salvato il palazzo da un improvviso terremoto, l’imperatore decide di ritirare il suo dogma contro il popolo ebraico, lasciandogli piena libertà. Il rabbino torna nel ghetto annunciando la buona notizia ma il Golem, mosso dalla sete di vendetta da parte del giovane cadetto verso il cavaliere Floryan, amante di Miriam la figlia di Löw, scaraventa il nobile intruso dalla torre astronomica e poi, inarrestabile, da fuoco alla casa del rabbino e rapisce la fanciulla, scatenando il panico.

Saputa la notizia tutti i cittadini seguono Löw verso l’incendio, facendosi strada tra le strette e contorte viuzze, tra gli archi gotici e scuri. Un esorcismo da parte del rabbino pone fine al dramma; la torre astronomica crolla nascondendo il corpo del cavaliere Floryan e the-golem-theredlistogni altra prova della furia del Golem. Miriam viene ritrovata da Löw priva di sensi ma é salva, un motivo in più per ringraziare il divino nel tempio, ma del Golem non vi é traccia. Nessuno potrà fermarlo ormai. Eppure, chi ha detto che a gli ebrei debba andare tutto storto? Fino a questo momento si pensa ad un catastrofico finale ma l’imprevedibilità della pellicola porta ad un più lieto finale. Riuscito ad evadere dalle mura, il Golem si ritrova nella fresca realtà di una società diversa, quasi divina ai suoi occhi.
Delle bambine bionde, vestite di bianco accorrono curiose verso il gigante di pietra. Una di loro, gli si avvicina senza timore donandogli un fiore che lui odora, assaporando la bellezza del mondo nel quale è finito; un sorriso trasforma la sua rabbia e la sua natura selvaggia e, tolta la stella dal petto dalla bambina, cade a terra senza vita addormentandosi tra l’erba del prato e le fanciulle di Praga. Successivamente è ritrovato dal rabbino e dagli altri saggi che si affrettano a riportarlo nel ghetto mettendo a tacere, momentaneamente, quel l’onta tanto terribile quanto affascinante.

Boese e Wegener muovono le proprie carte giocando su due differenti fronti; uno é quello della mistica vita esoterica che rappresentava e tutt’ora, almeno in parte, rappresenta la personalità di un ebreo. I cappelli a punta dei rabbini, visti come maghi e stregoni non sempre affidabili, il ghetto tenebroso, i rituali divinatori atti allo stravolgimento della vita quotidiana e del suo normale andamento. Questi concetti vanno a formare, in maniera semplice, riassuntiva e fedelmente reale, l’immaginario di un popolo.
Dall’altra parte, il prendere tutto come un innocuo gioco rilassa gli animi e riporta ad una finzione ingenua e quasi infantile. Benché il film sia pieno di tali rimandi ed elementi di antisemitismo, la narrativa ed estetica bravura dei due registi non favorisce un ideale di puro odio e oppressione; un esempio di questo fu anche il ruolo che assunse lo stesso Wegener, vestendo i panni del Golem, che, in un certo senso, non registra il tutto con occhio esterno ma si pone egli stesso nella storia e nella cultura ebraica, non riportando la vicenda come appartenente ad un solo popolo ma cercando, solo alla fine e in alcuni tratti, di universalizzarla.

Seconda e unica testimonianza di una precedente pellicola del 1915, diretta sempre da Wegener, “Der Golem, wie er in die Welt kamm”, rimane un buon esempio di cinema impressionista puramente tedesco. Le immagini forti, crude lasciano, ancora oggi, anche in questa stessa sala di questo piccolo cinema,  lo spettatore affascinato dalla storia, respirandone il sapore antico e moralmente ambiguo. Quello che si vede, quei punti di sottile critica, quei precetti di un mai defunto razzismo, portano lo spettatore di oggi a scherzarne, a pensare ironicamente alla costruzione del tutto. All’epoca, fu, anche se in piccola quantità, un movente, un pretesto, un alibi per un qualcosa di più grande e impensabile.
L’accompagnamento musicale dal vivo (live soundtrack), composto da una chitarra e un violoncello, trasmette al pubblico moderno quel gusto, quell’epoca passata, riscontrabile sempre e comunque nella memoria e nel realtà contemporanea.

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