di Lorenzo Borzuola

Era interessante captare, solo poche settimane fa, quando l’opera prima di Ewan McGregor era solo uno spot pubblicitario tra una pausa e l’altra di un altro spettacolo, come alcuni spettatori si scandalizzassero, o meglio, restassero stupiti e un po’ confusi quando scoprivano che un film in procinto di uscire era interpretato dalla stessa persona che lo dirigeva. Non è una novità, certo. Se si pensa al passato, e anche al presente, sin sono susseguite decine e decine d’influenti personalità che oltre a creare immagini da dietro una cinepresa ne hanno riempito lo spazio difronte all’obiettivo con la propria attorialità. Si pensi solo a grandi personaggi dello spettacolo che hanno saputo interpretare tutte e due le parti, sia come regista sia come attore, come Woody Allen, Roberto Benigni, Nanni Moretti, Roman Polanski, tutti con un personale modo di girare e recitare. Non sempre, però, tale compito multiplo riesce ad avere altrettante personalità che siano in grado di portarlo a termine. A volte il regista non ha un vero e proprio “physique du rôle” per vestire i panni dell’attore, ma può riuscire a camuffarlo astutamente con l’etichetta di un personale stile di recitazione. Altre volte è l’attore che non può avere il controllo anche della parte registica e allora riprende solamente a fare il proprio mestiere. Questi sono solo due dei tanti motivi per i quali un film possa non uscire in veste di capolavoro o almeno di una discreta opera. Altra motivazione può essere una fiacca sceneggiatura ma anche in questo caso il compito del regista tornerebbe in gioco facendo ricadere, in parte, la colpa ancora una volta sulle sue spalle.

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Parlando del nuovo film di McGregor, entrato nella storia del cinema con il cult “Trainspotting” del 1996 e poi riconosciuto un bravo attore con una lunga serie di altri film, possiamo dire che quelle imperfezioni, sopra citate, già hanno scatenato un gran numero di critiche e proteste con la sua prima esperienza dietro alla telecamera. Diciamo che non ha avuto fortuna ma per una piccola percentuale si può affermare che se l’è andata a cercare. Portare in scena un’opera di tale importanza e grande complessità narrativa come “American Pastoral”, scritto dal premio Pulitzer nel 1997, Philip Roth, è un compito arduo, magari un poco affrettato per un primo lavoro e perciò non poteva che avere difetti e creare subito incomprensioni tra i fan e cultori di quel tipo di letteratura. Un genere di scrittura, quella di Roth, che difficilmente riesce a trovare una buona trasposizione su pellicola se non ci si da un po’ da fare, scavando tutt’intorno ai confini battuti a macchina affiancando nuove idee legate all’immagine e all’estetica visiva e che allo stesso tempo non perdano d’occhio la matrice essenziale. Una tipologia di personaggi, protagonisti, e anche di luoghi, dove spesso sono immersi attraverso la fantasia dello scrittore, che rendono la lavorazione di un film come questo faticosa, poiché ci si ritrova immediatamente a dover scegliere forse la cosa più importante per tale realizzazione, in altre parole capire quale sia la strada giusta per arrivare dritti alla metà; un libro che sta per trasformare la sua caratura in progetto cinematografico, dipendente naturalmente dalla volontà dello sceneggiatore, del regista o di tutto il team, non può far altro che dividersi in due entità distinte aventi, tra di loro, elementi che li accomunino e che ritornino all’originale mitologema. In altre parole, il regista, o colui che intende trasporre un romanzo in un film, potrà avere la scelta di costruirlo in base ad una certa fedeltà con l’opera scritta o decidere di seguire passi propri, legati alla sua visione e idea che ha di quell’opera. Quest’ultimo passo, è usato e non sempre riesce ad avere appoggi dai sostenitori dello scritto precedente. Esempi di questo genere sono rintracciabili in molti film, tuttavia è una scelta che permette, seppur di non colpire a pieno il bersaglio, almeno di aggirarlo, tastando il terreno e ricavando frammenti e unità comuni tra le due materie (scritta e cinematografica).

americanpastoralbookLa scelta di Ewan McGregor è stata proprio quella di seguire per filo e per segno ogni evento, ogni personaggio, ogni salto temporale in maniera mimetica così come veniva mostrato nel romanzo di Roth. Scelta azzardata, così ritengono molti, e in parte mi ci ritrovo anch’io. McGregor fa di tutto per raccontare con grande fedeltà tutta la storia, correndo il rischio di trasformarla solamente in una semplice cronaca di ciò che era già stato creato.

Nathan Zuckerman, alter ego di Philip Roth, si ritrova a parlare con il vecchio amico Jerry Levov ad una riunione scolastica, dopo molti anni. Viene subito spiegato il fatto come il vero protagonista non sia Nathan e nemmeno Jerry ma suo fratello Seymour Levov detto “Svedese”. Un uomo che sin da giovane aveva sempre raggiunto i massimi livelli, scolastici, sportivi, amorosi, sposando la bella Dawn Dwyer ed ereditando da suo padre, Lou Levov, la fabbrica di guanti che lo porterà ad accrescere la sua fama di uomo comune ma onesto, semplice ma gran lavoratore, portatore, come altri buoni americani tradizionali, dei veri valori quali lavoro, famiglia e libertà. Attraverso le parole di Jerry, Nathan segue tutta la storia, un processo che inizia fin dagli anni cinquanta con un buon proposito per il futuro, almeno questo si spera guardando la vita di Seymour Levov, ma che tuttavia dovrà arrestare questa scia di buoni propositi non appena l’età della loro unica figlia, Merry, diventerà ormai troppo adulta, i propri ideali troppo autonomi per essere cambiati; ideali, quelli di Merry Levov, che sono schierati contro quella società dei padri che negli anni sessanta, con la guerra in Vietnam avevano portato a uno sradicamento tra la vecchia e la nuova generazione. Dalla figura di Merry e del suo rapporto con i genitori, specialmente con il padre, tutto inizia e ruota a velocità alterata; le problematiche sociali e politiche degli Stati Uniti di quell’epoca, si riflettono nella famiglia Levov. Seymour interpreta quella parte d’America dai grandi valori, nel suo caso, dai saldi principi ebraico-americani, Merry la trasformazione che dilaga, la lotta che non teme lo scontro diretto ma che al di fuori di quel nido familiare trova solo confusione e dolore. L’episodio all’ufficio postale della piccola cittadina di Newark stravolgerà del tutto quel pezzetto di mondo quasi perfetto.

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Dal punto di vista estetico, il gusto del regista non sembra affatto contestabile. La fotografia, i costumi e la scenografia ben curata non lasciano dubbi sulla preparazione di McGregor che assieme, e soprattutto grazie anche agli attori riesce mantenere il controllo della situazione, senza che essa sfugga di mano; ed è proprio qui che sta la pecca principale. La linearità delle inquadrature scorre parallela con quella della sceneggiatura e non permette di spingersi oltre, di grattare più a fondo su quella dura superficie che resta ancora e sempre il romanzo. Si resta legati, quasi incatenati al testo letterario come in una morsa che nega la possibilità di dare una propria supposizione della trama, un legame che non da modo di sporcarsi un po’ più le mani. Il regista legge, riscrive e gira ma guarda da una distanza che non è né troppo lontana né troppo vicina, solo nel mezzo; una forma fin troppo mimetica di un’opera d’arte.

C’è sempre e comunque la convinzione che non sia andato tutto perduto, che sia pur sempre un esempio di cinema girato e ben curato a livello di recitazione e quant’altro, destinato a essere una delle poche trasposizioni che avrà la possibilità di dire “Almeno ci ho provato”. Non tutte le cose iniziano per il verso giusto, l’importante è sempre sbagliare per far si che non si sbagli più, anche se, “sbagliare”, non sia propriamente il termine più adatto, che dia al lavoro di McGregor il riconoscimento che possa meritare. Egli non stravolge né sminuisce il romanzo di Roth, potremmo chiamarlo un onesto e fedele tributo in ogni suo aspetto e in ogni angolo più nascosto.

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