di Lorenzo Borzuola

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In una di quelle classiche serate in cui il freddo serpeggia per le strade, la voglia di fare qualcos’altro è talmente poca che non appena allontani lo stomaco dalla tavola, imbandita con piatti vuoti, non pensi a nient’altro che a un bel posto calmo isolato, nella propria stessa casa. Un posto nel quale trovare un po’ di calma e dove non essere minimamente disturbati. Persino il vicino “parentame”, in una di quelle classiche serate, sembra essere di troppo, e così te ne vai, in uno dei meandri più nascosti dell’appartamento, unico e solo angolo di quietudine rimasto. La propria camera; quale posto migliore per un rifugio notturno, e la cosa più genuina che tu possa immaginare di fare è sempre la stessa, ma la più pura, soddisfacente e inebriante di sempre. Vedere un film, e in una di quelle classiche serate in cui la noia prende a tratti la padronanza del tempo e dello spazio, ne scegli uno che ti porti lontano. Strana cosa la psiche umana, e ancor più strano è come faccia in pochi istanti a rendere concreto e possibile il tuo desiderio; la tua mente brama avventure, posti nascosti e lontani e nello stesso tempo pretendi di fare quest’affrettato viaggio disteso sul tuo letto finemente decorato da lenzuola, coperte e piumoni. Insomma, quello che potrebbe benissimo fare un libro. Ma il mio intento non è parlarvi di libri, sebbene il film del quale andrò a parlare sia stato proprio ispirato da un’opera letteraria. Quello che farò, sarà raccontarvi un film che ultimamente è tornato ad attirare la mia attenzione e che mi da spunto per scrivere, ancora attratto da quelle scene che occupano con colori sfavillanti la mia mente.

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Sto parlando di “Barry Lyndon”. Per chi non la conoscesse, l’opera narra le vicende di un giovane irlandese negli ultimi anni del ‘700. Ingenuo ma curioso, furbo e ambizioso, Redmund Barry lascia la sua terra natia dopo aver sfidato a duello un ufficiale dell’esercito inglese che gli aveva portato via il suo primo amore da adolescente, quello per l’altrettanto ambiziosa e scaltra cugina Nora. È costretto per questo a fuggire. Lungo la strada per Dublino viene derubato da un bandito e da suo figlio che non gli lasciano altra scelta che continuare quel viaggio ma come soldato inglese. Barry, infatti, si arruola nell’esercito britannico, dove ha modo di conoscere le peggiori compagnie e gli individui più strani; uomini di diverso rango sociale strappati alle loro case per servire re Giorgio. Non resta per molto, umile servo e soldato. Appena giunto in Europa e appena ne ha l’occasione, Barry sfugge alle armi travestendosi da ufficiale. Attraversa buona parte del continente e il suo tragitto non sarà, certo, privo di soprese e nuovi imprevisti. Smascherato da un ufficiale prussiano, è costretto ad arruolarsi nell’esercito tedesco dove riuscirà a mettere alla prova il suo innato sprezzo del pericolo e dove avrà anche modo di ungere bene le ruote con lo stesso ufficiale, il quale, sicuro della fedeltà del giovane irlandese, decide di farlo entrare nel corpo della polizia a Berlino, consegnandogli il delicato compito di pedinare lo Chevalier de Balibari, un nobile giocatore d’azzardo, ritenuto una spia dei francesi. Barry accetta di buon grado il compito offertogli ma non appena viene a sapere che lo Chevalier è un suo connazionale, il suo amore e la nostalgia per la patria lontana, lo porteranno a confessare tutta la verità al nobile giocatore, che rimarrà talmente toccato da quell’atto d’amore così sincero e puro che deciderà di far diventare Barry un bravo giocatore e un ottimo baro. I due riusciranno a svignarsela dal territorio tedesco inseguendo la loro fortuna, data dal gioco, verso la Francia e i regni limitrofi. Ma Barry vuole di più. Il semplice gioco, sempre a zonzo di corte in corte, di castello in castello, non sembra più soddisfare l’irlandese, che segue un preciso obiettivo; sposare una ricca donna ed ereditare i suoi averi. Diventare un vero gentiluomo, un uomo di sfarzo e successo. La sua attenzione ricadrà sul viso di una giovane nobildonna inglese, Lady Lyndon, la quale, rapita immediatamente dal fascino di Barry, gli si concederà subito e, dopo la morte del marito, dovuta a un infarto dopo aver avuto un faccia a faccia con Barry, i due si sposeranno e Barry assumerà il nome di Barry Lyndon. Quando ormai tutto sembra sistemato, quando pare aver trovato il suo posto e aver raggiunto il successo, ecco che il destino sembra voltargli le spalle. Dopo la morte del piccolo figlio, Barry sarà costretto a scontrarsi in duello con il figlio di primo letto di Lady Lyndon, Lord Bullington, che per tutta la vita lo aveva disprezzato sia come patrigno che come uomo, accusandolo di aver distrutto, con la sua bramosia, ogni bene della famiglia Lyndon. Lord Bullington ferisce Barry a una gamba e portato in una locanda lontana dal castello, dove non potrà più mettere piede, i medici saranno costretti a tagliargliela. Il figliastro lo costringerà ad andare in Irlanda accompagnato dalla vecchia madre, che per tutti quegli anni aveva potuto usufruire anch’essa della fortuna raggiunta da Barry, e a non tornare più in Inghilterra. Lady Lyndon, pervasa da una latente follia, imprigionata nella sua stessa casa, dovrà risanare i debiti lasciati dal marito.

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Come storia in se per se, non sembra allettare poi tanto. Se ci limitasse a leggerla solo così, si riuscirebbe a malapena a entrare appieno in quegli ambienti, in quelle atmosfere, a vivere quei modi tanto nobili quanto antichi, doni di un’epoca gloriosa quanto passata come quella settecentesca, che solo il film riesce a dare in maniera unica e profonda. Iniziamo col dire che “Barry Lyndon” fa parte di una delle opere cinematografiche dirette da un dei più virtuosi, geniali e grandiosi registi che la settima arte abbia mai avuto, forse il migliore; Stanley Kubrick. Non è solo per un personale e affettuoso giudizio che cerco di dare all’opera del regista americano, così importanza e decoro. Chi si trovasse per la prima volta ad avere a che fare con questo genere di film potrà subito intuire come il prodotto, chiamiamolo così, non è facilmente catalogabile come un banale genere di costume. Sotto lo strato di pellicola, si nasconde ben altro. Una grande lavorazione, come ogni opera kubrickiana, non solo per quanto riguarda gli attori ma per tutto il suo sublime contorno che, ora più che mai, sembra avere il sopravvento ed essere il vero protagonista della storia. Un lavoro che nasce quasi per caso.

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“Barry Lyndon” fu ideato e realizzato tra il 1970 e il 1975, ed ha come protagonisti Ryan O‘Neal e Marisa Berenson, oltre all’ampio cast di attori e caratteristi, abituali nei film del regista. Kubrick aveva inizialmente chiesto permessi e fatto sopralluoghi per poter girare un film su una delle figure storiche a lui più care. Il suo prossimo film, dopo il successo di “Arancia Meccanica”, avrebbe dovuto raccontare la storia di Napoleone ma, preceduto da un altro film, “Waterloo” del 1970, non poté più esser portato a termine così Kubrick decise di mantenere parte delle location trovate, i costumi, le attrezzature, e prendere in considerazione il romanzo “Le memorie di Barry Lyndon” scritto da William Makepeace Thackeray. Cambiare totalmente storia sebbene si svolga sempre tra il settecento e l’ottocento.

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Qui, più che in ogni altra opera, Kubrick decide di sottostare a ben altre leggi che vanno a comporre il film. Il suo occhio e la sua presenza fanno solo da spunto per la costruzione e la messa in scena delle varie sequenze che via via si susseguono. Mentre le altre volte la sua rigida concentrazione si legava, spesso alla sua autorità, in questo film possiamo ben notare come il tutto sia consegnato e retto dalle mani della realtà. La natura fa la sua vera presenza, guidando gli attori verso il proprio destino.  Le brughiere irlandesi e le verdeggianti colline d’Inghilterra si mischiano al paesaggio più crudo e piatto della campagna tedesca; il contributo e l’oggetto d’attenzione con il quale Kubrick riuscì a fare di questo film una perla, un prezioso gioiello stilistico, furono la scelta di un’eccezionale fotografia e di una particolare tecnica di ripresa. Proprio per portare lo spettatore, dritto e sparato come un proiettile, nel settecento, Kubrick ottenne delle telecamere con lenti rivoluzionare, studiate dalla “Zeiss” per la NASA. (Zeiss planar 50mm f/0.7), l’obiettivo più luminoso del mondo con il quale poté girare le scene solo attraverso la luce naturale, delle candele o delle lampade a olio. Ogni inquadratura, da una movimentata a una più statica, da una carrellata a una scena domestica, da una battaglia a una partita a carte, ogni scena è un piccolo quadro, un’opera pittorica che confonde chi la vede il quale resta a domandarsi se quello fosse veramente un quadro dipinto  o vi erano delle figure reali.

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Il volto sempre malinconico di Ryan O’Neal e il suo prestante fisico ne fanno un vero soldato tra le truppe inglesi quando queste ultime marciano al suono di tamburi in mezzo al verde acceso delle colline e i castelli che, nella parte militare della pellicola, appaiono in decadenza e smorti, ma prendono subito le sembianze di regge incantevoli immerse nel soffuso languore delle candele e delle lente partite a carte. Il tutto contornato dalle musiche di Schubert, Brahms, Bach e Mozart, e dai cantici celtici, irlandesi, che accompagnano ogni inquadratura senza mai fermarsi.

Con quest’opera, Kubrick, sembra veramente aver dato il meglio di se. Per quanto riguarda lo svolgimento della storia e il comportamento e i gesti dei personaggi, il suo occhio non si pone mai a vantaggio di uno piuttosto che di un altro. Il suo giudizio rimane sempre inalterato, impassibile e superiore. Non più come fosse una divinità, ma legandosi ad una legge naturale anche all’interno di una finzione cinematografica, come se fosse vera realtà.

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La scena iniziale, a soli pochi minuti dall’inizio, dove la voce narrante (quella di Romolo Valli nella versione italiana) descrive in poche parole cosa sarebbe potuto diventare il padre di Barry se avesse continuato i suoi studi da avvocato, da subito l’impressione che niente è mai ripiegabile su qualche aiuto o miracolo da parte di qualcuno o qualcosa. Gli spari che si sentono subito dopo, e la caduta a terra di un uomo, pongono immediatamente lo spettatore a credere agli eventi della vita così come accadono senza poter far niente per evitarli, sia belli sia tragici. La voce narrante riprende la frase e dice, riferendosi sempre al padre di Barry, che avrebbe potuto impiegare la sua vita come uomo di legge, se solo non fosse morto in un duello. Già da questo piccolo incipit s’intuisce il volere del regista, in altre parole quello di narrare e mostrare senza che nessuno possa operare in maniera diversa o che aiuti a stravolgere diversamente la vicenda, nemmeno lui stesso.

Ben altre sono le scene che catturano e che rendono il film avvincente sia dal punto di vista della trama che da quello stilistico. È giusto e doveroso citarne alcune, come per esempio la scena che mostra l’esercito inglese che prosegue il suo marciare a baionette puntate verso le truppe francesi che invece attendono immobili. Un marciare che sembra non finire più, come se i soldati non riuscissero più ad arrivare al nemico mentre il paesaggio circostante, nella sua immobilità, pare prendere vita inseguendo le rosse divise che si fanno strada in quella piccola radura che sembra sconfinata.

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Quando invece l’immobile prende davvero vita, è nel momento in cui il volto di Lady Lyndon (Marisa Berenson), e del piccolo Lord Bullington, sono letteralmente trasformati in un quadro, tra il pallore del loro viso e lo sfarzo dei loro vestiti. La telecamera indietreggia in maniera molto flemmatica, tutto è fermo, nulla si muove e solo la luce naturale entra da una finestra e gioca sinuosa tra le figure umane e quelle architettoniche in secondo piano. Una lunga esposizione colmata anche dal tetro suono del violoncello in sottofondo.

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Dandovi altre informazioni riguardanti la fase preparatoria e di lavorazione, per quanto riguarda i costumi, realizzati da Milena Canonero, grazie ai quali poté aggiudicarsi l’Oscar, furono studiati e copiati direttamente dai quadri, gli stessi quadri che ritornano più e più volte all’interno del film. Questo per dire come la frase “l’arte supera l’arte”, sia solo un pretesto per non ammettere quanto le opere passate o la semplice naturalezza delle cose circostanti faccia da vero spunto per altrettante forme artistiche; nulla nasce da se, e questo Kubrick lo sa bene, fin troppo. Oltre ad una grande citazione a epoche e opere passate, credo che “Barry Lyndon” sia un grande omaggio alla vita, sebbene buona parte della pellicola sia intrisa di una potente drammaticità ed elementi che rimandano a quelli più grotteschi e kubrickiani per eccellenza. Lasciando spazio incontrastato alla natura e al reale, Kubrick ha, tuttavia, modo di spargere, qua e là, concetti e punti che fanno parte della sua personale visione del mondo e dell’umanità, come quel sentimento di odio e amore verso l’essere e il suo modo di vivere che, uguale in ogni periodo, in ogni luogo, non si rifà sempre ad alti valori. Il più delle volte l’azione dell’uomo è mossa da tenace ambizione verso un qualcosa che è disposta a cogliere e ad avere rischiando il tutto per tutto, senza paura o preoccupazione di urtare e contrastare il prossimo. Il personaggio di Barry riesce a pieno a coglierne l’essenza. Fra i suoi vari personaggi, questo è il solo che in qualche modo li caratterizza e l’ingloba tutti. Ci potrebbe essere, inoltre, la probabile teorizzazione di come ogni uomo sia uguale a un altro, e che ogni uomo, nella sua matrice più profonda, sia irlandese. Il regista da una descrizione esplicitamente scaltra dell’irlandese. Lo caratterizza come persona da infuocati ideali, dai modi non sempre eleganti, pronto a battersi e nello stesso tempo a fuggire, agendo sempre con scaltrezza in modo tale da fregare l’altro. Questo fattore è visibile sin dall’inizio del film, quando il duello che viene preparato era, alla fine, solo un sofisticato trucco, da parte dei fratelli della cugina Nora, per mandare Barry il più lontano possibile e permettere alla sorella di sposare l’ufficiale inglese, che avrebbe portato alla famiglia una dote di cinquecento sterline l’anno. Oppure, oltre alle tante volte che Barry si sia ritrovato a scappare da un’autorità superiore come avviene con l’esercito inglese e quello prussiano, il fatto che ambisca a uno strato sociale più elevato lo mette in condizione di non fermarsi difronte a nulla. D’altro canto, però, è tipico della natura umana ambire verso un qualcosa, ed essere, senza mezzi termini, ad averla con qualsiasi mezzo, usando spesso il trucco e l’inganno. Perciò, secondo la mia visione, l’irlandese Barry può in qualche modo racchiudere ogni aspetto dell’essere umano, sia bello sia tragico, sia di alti ideali che quelli più bassi. È la natura, così come avviene al finale del film, a prendere le redini del singolo e scegliere lei il suo posto.

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In conclusione, il mio sforzo è quello di convincervi a vedere questo film. Il motivo? Guardandolo anche solo una volta capirete. Potrà sembrarvi lento, scontato, qualsiasi cosa, ma di certo non potrà non restare invischiato nella vostra mente come una mosca in una solida ragnatela. Troverete almeno un elemento con il quale andare d’accordo, con il quale sentire una sorta di legame, e “Barry Lyndon” ne ha infiniti.

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