Saviano indigna. Le mafie no.

di Ettore Arcangeli

Le provocazioni sono uno degli stratagemmi migliori per avviare alla riflessione. O per scatenare un onda di pubblica indignazione. Le provocazioni dividono, creano scalpore, dibattiti. Si provocano gli amici per spronarli a migliorare. O semplicemente per divertirsi con la loro rabbia. Delle provocazioni che arrivano da personaggi pubblici se ne parla per giorni, lodandone o deprecandone l’utilità. Spesso se ne ammira il puro valore d’innesco. Spesso la capacità di spingere alla riflessione.

In questi giorni si dibatte di una provocazione particolare, difficilmente passata inosservata: quella di Roberto Saviano. Il celebre autore di Gomorra, Zero Zero Zero e l’attuale bestseller La Paranza dei Bambini, ha dichiarato in un’intervista il suo sogno: sindaci africani a capo dei municipi d’Italia. Critiche a valanga, per rimanere legati all’attualità polare che stringe l’Italia nella sua morsa. Qualche lode e pure qualche vile insulto personale.

Roberto Saviano ospite a "Presa Diretta"

Ma perché Saviano vorrebbe sindaci africani per il Sud? Sembrerebbe una sparata degna della Boldrini più in forma, ma le parole hanno un significato, diretto o allusivo che sia. L’affermazione può essere condivisibile o meno se però se ne comprendesse il significato.

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Il sindaco di Brazzaville

Personalmente mi risulta difficile credere che Saviano voglia sostituire De Magistris con il rispettabilissimo sindaco di Brazzaville, nonostante non scorra proprio buon sangue tra i due. Ma sembra che qualcuno abbia così interpretato le sue parole. Il significato delle parole di Saviano si può più facilmente ricercare tra i post e i commenti nella sua pagina Facebook, dove per rispondere alle molte critiche l’orizzonte viene leggermente ampliato. La tesi di Saviano è quella che dando alle molte e folte comunità africane del Meridione una rappresentanza politica possano emergere personalità capaci di rompere con le tradizioni più malsane del nostro paese. Come è già successo a Castelvolturno e a Rosarno “dove gli immigrati si sono ribellati

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Yvan Sagnet

alle organizzazioni criminali quando gli italiani non lo facevano più da decenni”.  Come quando nel 2011 un bracciante camerunense, Yvan Sagnet, ha organizzato il primo sciopero dei braccianti contro l’illegale pratica del caporalato. L’Italia, e non solo Napoli, è “un Paese in cui realizzarsi è difficilissimo per tutti (italiani e stranieri, e non certo per colpa degli stranieri), un Paese da cui la giustizia sembra essere bandita”.

Non si auspica una sostituzione etnica di alcun tipo, ma solo che si possa sviluppare un progetto diverso di Paese. Un progetto fresco, libero e democratico, pieno d’energia. Se poi l’alfiere di questa energia sia italiano o straniero poco cambia: l’importante è che l’energia sia positiva.

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