KEATON vs CHAPLIN

di Lorenzo Borzuola

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Freddo tra le vallate umbre. Tempo tenebroso e clima di ghiaccio; quei momenti in cui sarebbe meglio restarsene a casa avvolti da una coperta o immersi nella benevolenza di un qualcosa di caldo, o magari solo di un semplice caminetto acceso. C’è una novità però quella sera. Una rassegna cinematografica per la quale vale la pena affrontare la bassa temperatura e la strada insicura, oltrepassare il colle con alto Perugia e, arrivando nella bassa valle, dove veramente la sensibilità delle mani e dei piedi sfuma come polvere, con altrettanta facilità, recuperare l’ideatore di quella serata, la persona che ha avuto la brillante idea di farmi uscire di casa, con il rischio di un raffreddore o peggio. Ti entra nelle ossa, ma il per un buon film questo è altro, e così, orientatomi verso la casa del pianificatore, ci si dirige verso il cinema proprio accanto al centro cittadino. Un cinema a Bastia Umbra? Chi l’avrebbe mai pensato?! Per chi non lo sapesse Bastia Umbra, o solo Bastia, è una cittadina che si erge alle pendici di quell’aspro e opulento monte dove il poverello, gran personaggio noto e sicuramente da molti conosciuto, si affidava per i suoi ritiri spirituali senza paura che il freddo gli penetrasse fin sotto la sottana; lui badava ad altro. Città un po’ meno conosciuta, diciamoci la verità. Paese di frontiera, un po’ confine tra il Perugino e il resto della regione. Zona commerciale ma grande orgoglio cittadino, che si badi bene a non dire di queste cose a uno del posto. Città di non rinomata storicità, ma città antica che dal tempo dei romani preserva una certa fierezza e una vita votata, non solo al commercio, persino all’arte e alla parte culturale. E così, scherzando ma non troppo, tra questi luoghi comuni (più rinomati tra persone del posto), anche Bastia Umbra ha un proprio posto, dove l’arte è sempre ben accetta. Il cinema e teatro “Esperia”, da poco tornato al passato splendore, presenta “Sherlock Jr. VS The Kid”. Per coloro che l’inglese rimane incastrato tra denti e lingua, il primo è un film di Buster Keaton, il secondo, a reggergli il gioco, è il famoso “Il Monello” di Charlie Chaplin.

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E così, fatti i biglietti e superato l’ingresso principale, si rimane in attesa che inizi lo spettacolo. Due film che segnano la storia del cinema in un cinema che sembra davvero riportarti indietro. Restaurati dall’associazione “l’Immagine Ritrovata” della Cineteca di Bologna, “Sherlock Jr.” del 1924, in Italia uscito con il titolo di “Palla N.13”, e “Il Monello” di Chaplin, primo lungometraggio della maschera “Charlottiana”, benché siano passati anni dalla loro creazione, rivivono di nuovo sul grande schermo, intatti e grandiosi. Due pellicole che in comune hanno poco, se non il bianco e nero e il muto. La comicità di Buster Keaton si separa da quella di Charlie Chaplin, per prendere le sembianze del triste Clown inespressivo e di vestiti al quanto dissimili, proprio perché, arrivato prima, l’inglese Chaplin aveva avuto modo di creare un personaggio che dalla sua entrata nel mondo dell’arte in poi era già stato preso di mira e imitato, ricopiato innumerevoli volte da un vasto esercito d’attori. Keaton, fa il contrario, e crea un proprio personaggio, più insicuro e rigido ma al pari con quello di Charlot. Queste due opere sono il coronamento di geniali carriere che formano entrambi uno stile differente. “Sherlock Jr.”, narra la vicenda di un giovane proiezionista di un piccolo cinema che sogna di diventare un grande detective; studia su di un libricino ogni mossa fondamentale che ogni investigatore dovrebbe seguire. Ha una storia d’amore con la figlia del suo capo, ma egli è troppo timido perché inizi a fare sul serio con la ragazza la quale è subito agguantata dalla mascolinità di un presuntuoso pretendente. Incolpato di aver venduto l’orologio del padre della fidanzata, il giovane è cacciato da casa e recluso alla sua vita da piccolo proiezionista con misera paga. Il suo sogno di detective sembra essere perduto ma ecco che il film proiettato lo fa cadere in sonno profondo. Questa volta sogna sul serio, e cosa sogna se non di diventare il grande investigatore Sherlock Junior, che riuscirà, fra tranelli e stupefacenti inseguimenti, a scoprire il vero ladro, quello che nella realtà della storia sarà proprio l’altro pretendente che aveva rubato e venduto l’orologio. Risvegliatosi, saprà cosa fare e come far valere nuovamente il suo amore alla ragazza. Sicuramente un vero e proprio mescolio di scene che si susseguono dalla prima con una certa lentezza per poi arrivare alla velocità spasmodica. Dietro alle risate ci sono un buon uso narrativo e un grande uso di effetti speciali ben studiati che riescono. La comica arte di Keaton è più contenuta ma senza dubbio non meno visiva e carica di ritmo. La scena del biliardo e quella della motocicletta che continua a vagare riuscendo a superare ogni ostacolo senza pilota, sono sicuramente le due scene più emozionanti di tutto il film. La tecnica del cinema nel cinema che da spunto al protagonista per diventare ciò che sogna e per risolvere il caso è solo un’altra delle trovate di Buster Keaton che crea ogni scena con una meccanica di precisione.

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Dal canto suo, Chaplin gioca le sue carte in maniera differente. La sua critica verso una società tiranna è un piccolo elemento di questo immortale capolavoro. La storia è forse meno complessa; Abbandonato dalla madre quando è ancora in fasce, il piccolo John è ritrovato dal vagabondo con i piccoli baffi e bombetta che lo cresce con sé in una situazione di totale miseria insegnandogli di non abbattersi mai difronte alle problematiche della vita. Gli insegna anche un mestiere per riuscire giorno per giorno a racimolare il sufficiente per sfamarsi e vivere sereni; con un piano ben congeniato, il piccolo tira i sassi alle finestre e poi il buffo tutore passa a risistemarli facendosi pagare. La vita sembra scorrere tranquilla ma la legge subentrerà nelle loro vite e cercherà di separarli. Tra una scena e l’altra non si smette di alternare risate a pianti incontrollabili. La forza di questo film deriva da quella parte biografica e pura della vita del regista che, come tutti ormai sanno, non ha avuto facile inizio. Da buon umoristico mescola dramma con la spensieratezza di una risata, di una gag comica; un legame tra commedia e la tragedia della miseria, con i suoi personaggi reietti ma instancabili e grandi comici. Un’opera che ne rispecchia molte altre passate sotto forma di testo scritto, musica o rappresentazione teatrale. Le sfaccettature della vita, e delle vite, quelle del misero, del povero, verso un mondo migliore, fatto di gente migliore; forse quasi un’utopia per alcuni, per altri una possibile speranza. Il piccolo protagonista, affidato ad un maestro di vita, cresce in quell’ambiente e si fa forte come accade per Il “Lazarillo de Tormes”, o altri eroi che continuano a susseguirsi. Sia il serio clown dal volto inespressivo, sia il vagabondo dai grandi piedi, sia Keaton sia Chaplin lottano per un qualcosa di migliore ma senza cadere mai nel banale, nel troppo giusto o sbagliato. Sebbene personaggi di storie differenti, la povertà e il sentirsi un pò estranei alla nuova società li accomuna entrambi, chi più chi meno, facendoli uscire sconfitti o  in certo senso vittoriosi ma senza mai abbatersi troppo.

Due attori, due registi distinti con grandi differenze e nello stesso tempo legati da continue sperimentazioni e l’arte del cinema istituita sulla base d’esperienze. Le stesse esperienze che si traducono in idee e possibilità di trionfo dopo una fortificante gavetta.

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Insomma, due film irrinunciabili, che poche pagine non basterebbero  a descriverli e metterli in competizione. Prendiamoli così, come due opere di cui non si può fare a meno e che sono la vera base di un cinema moderno e valente.

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