di Lorenzo Borzuola

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Jim Jarmusch torna con un film che ripercorre la sua carriera cinematografica, i suoi temi principali, i suoi ideali e i sogni, riassunti e impressi nella vita di personaggi al margine di una società che spesso evitano, che rifuggono sotto la rete di comportamenti e pensieri. Dopo “Solo gli amanti sopravvivono”, “Paterson” partorisce dalla mente del suo autore la poesia di un vivere diverso ma simile allo stesso tempo di molti altri; protagonista, eroe, o meglio, un antieroe che non si mescola tra la folla, ma ci si bagna un poco i vestiti, per poi cercare di tornare nel suo di universo, anche se un poco stravolto.

La storia affronta il tema di una vita nata in gran parte per essere vissuta, o almeno così sembra, per affrontare ogni giorno la stessa routine fatta di piccole varianti che danno talvolta un ritmo diverso ma senza cambiare nulla alla base. Nella cittadina del New Jersey, Paterson, il giovane autista di autobus si chiama Paterson anche lui. Vive in una piccola casa con la giovane fidanzata Laura (Golshifteh Farahani), la quale sembra dargli quello stimolo in più per poter sopportare la stessa monotonia. Paterson, interpretato da Adam Driver , non sembra apparire agli occhi dello spettatore né come un insoddisfatto che lotta per un migliore assetto sia economico sia vitale nella realtà che gli gira attorno, né come uno che tenta di avere qualcosa in più. La sua esistenza inizia al mattino, quando l’orologio sopra il comodino gli serve a capire se quello biologico, interiore, sia ancora funzionante, e sembra esserlo. Lo stesso orario, che può variare solo di alcuni istanti, inizia il lunedì ed egli è già pronto per andare a lavorare. Indossa l’orologio, abbraccia la ragazza dall’altro lato del letto e lei, dopo avergli raccontato del sogno appena fatto, si rimette a dormire e Paterson si alza per la colazione. Esce dal vialetto e raggiunge il deposito, dove il supervisore, alla domanda di Paterson se stia bene, gli racconta dei suoi lunghi e intensi problemi familiari che Paterson sembra seguire fino alla fine con scarso interesse; in seguito è pronto per partire. Dopo il lavoro torna a casa. Laura, che come al solito sta dipingendo ogni angolo, ogni particolare di quell’abitazione con la stessa tonalità di nero e bianco –tecnica che non si priva di utilizzare nemmeno in cucina per decorare i cup cakes con i quali spera, in una viva e ingenua speranza, di arrivare al successo- saluta il partner e subito dopo accorre a coccolare anche il piccolo Marvin; un grosso bulldog inglese che si pone fastidiosamente tra lui e lei solo con l’ansia della sua presenza canina. Ogni sera, dopo averla sentita fantasticare sul loro futuro, Paterson esce da casa con il cane, lo lascia difronte a un bar ed entra a farsi una birra in compagnia di Doc (Barry Shabaka Henley), il vecchio barista nero e amico, patito di scacchi e di pezzi di giornale e fotografie su personaggi famosi nati proprio nella cittadina Paterson, che attacca al muro accanto ai liquori. Ogni tanto la giovane Marie accompagna le loro chiacchierate fatte di poche parole e poi è costretta a svignarsela non appena Everett, il suo ex fidanzato, non sopraggiunge a pregarla di rimettersi con lui. Una vita apparentemente tranquilla. Paterson parla poco. Paterson non sembra mai scontento per qualcosa. Paterson vive la sua vita, la sua casa, la sua donna senza intralci, come un uomo qualsiasi. Un posto come autista; lavoro ideale per chi non ha niente da dire e pensa alla concretezza che questa visita esistenziale possa concedergli. Il suo comportamento non lascia trasalire nulla al di fuori della superficie, ma ciò che in verità rappresenta la natura di questo fugace eroe, nasce prorompente nelle piccole cose, nelle lunghe corse in autobus, dove nessuno pensa che ci sia davvero, che veramente esista dietro allo scomparto della postazione di guida. Invece Paterson ode e fa caso a ogni cosa. L’autobus, il bestione su ruote che sguscia via per le strade della città, quel posto, sembra accennare qualcosa dietro a quella strana e insicura apatia. Egli è, infatti, uno scrittore, o meglio, un poeta ed è proprio quella, la poesia, a fare di lui un’eccezione. Prima di mettere in moto il veicolo, durante la pausa pranzo inondato dall’inebriante tranquillità della cascata, o nel piccolo ufficio nel sottoscala dell’appartamento; i luoghi prescelti da Paterson per scrivere e farlo su ciò che sente, su quello che vede mentre guida o quando si alza al mattino.

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Tuttavia, le poesie da lui create, scritte da Ron Padgett, non sono tutto. Paterson scrive solo per stesso, sebbene per tutta la settimana che il film percorre e racconta, venga più volte pregato da Laura per fargliele leggere o almeno di stamparle durante il week-end. Egli risponde sempre di sì ma è non si è sicuri che lo farà davvero, certo non dopo il piccolo inconvenevole che capiterà e di cui ci andrà di mezzo proprio il cane Marvin. Le cose che egli scrive nascono nella sua mente spontanee, così com’è spontanea la sua attendibilità nel vivere come se niente gli interessi sul serio; ma le persone che nelle sue tappe incontra risvegliano sempre la curiosità.

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Partendo dai personaggi famosi della città che Doc, il barista, colleziona, s’intuisce come l’intenzione del regista sia quella di non far capire bene quale sia il vero protagonista principale della storia. Paterson è un uomo in carne ed ossa ma qualsiasi cosa che fa si rispecchia di getto nelle case e nelle strade di Paterson, New Jersey. La città e il protagonista appaiono un tutt’uno più la trama continua ad andare avanti. La scritta Paterson appare sulla segnaletica stradale, sulla scritta luminosa dell’autobus, sulle mura della vecchia fabbrica che lui incontra per tornare a casa. Un legame, questo, che supera ogni attore o poeta nato e vissuto a Paterson prima di Paterson. Egli vive la città, egli naviga nella città –un pezzettino che appare come un mondo ideale e sereno come placido e distaccato è lo stesso protagonista/eroe- egli è la rappresentazione umana di quel piccolo mondo a lui su misura che racchiude centinaia di altri individui. Il mondo che Jarmush ha inteso creare apposta. Non ha bisogno di far leggere le poesie perché esse trattano di elementi vissuti, veri e puri che si trasfigurano su di lui; egli è, in certo senso, la città. Le conversazioni sull’autobus di due ragazzini che parlano di un vecchio pugile nato li, due uomini che parlano di donne e delle loro voglie, due studenti che discutono sull’anarchia e sull’attentato al re Umberto I da parte di Gaetano Bresci; tali elementi costituiscono la forma della sua curiosità e, come ho detto, fanno di Paterson il custode, il cantore, lo spione, il poeta, le strade, i bar del paese. Eppure nulla ha una stabilità eterna, e quel tranquillo equilibrio da lui trovato si slega come lacci di una scarpa vecchia nel momento in cui vede le cose in un altro modo o queste spariscono dalla sua vista. Il blocco improvviso del veicolo e la scritta che scompare di botto, uno sventato suicidio in un bar, ma la pistola è solo un giocattolo, il rifiuto per la tecnologia che però si presenta come un aiuto in un certo momento, la presenza sempre più costante di coppie di gemelli, nell’autobus, per la strada, una ha pure la stessa passione poetica di Paterson; bambini gemelli che compaiono anche nei sogni di Laura. Stravolgimento in peggio o un miglioramento nella sua vita? La presenza del cane che, a sua insaputa, inclina ogni volta la cassetta delle lettere che Paterson invece addrizza prima di rientrare nell’abitazione, assume un’ulteriore distorsione del cammino fino ad allora seguito.

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Una costante monotonia che appare nei film indipendenti di Jim Jarmusch è appunto il lento miglioramento, o la disgregazione di quell’universo primario, che il protagonista si ritrova a dover opporre e a cambiare se vuole davvero ritrovare il suo angolo di paradiso; uno spazio che è sempre messo in discussione, ma al finale, se ne trova sempre un altro. La ricerca di un vivere spassionato e disinteressato ma, utile e vivido nel profondo dell’eroe. Opere come, “Daunbailò”, “Coffee and Cigarettes”, “Dead Man”, “Broken Flowers”, “Solo gli amanti sopravvivono” e “Paterson”, ruotano intorno all’ideale di pace e perfezione perseguiti dal regista ma bloccati da interventi più alti e sopra ogni aspettativa. Tuttavia è concepibile una possibilità, una scelta che non trascura il ritorno del problema ma che, comunque, lo tiene lontano, almeno per un periodo di tempo. Il figlio di Ian Solo nel settimo episodio di Star Wars e parallelamente al cinema ora nel nuovo film di Martin Scorserse “Silence”, Adam Driver, veste i panni di un altro eroe di Jim Jarmush e come un apatico redattore della prima fase romantica, quella dello “Sturm und Drang”, sente che tutto quello scorrere serenamente è solo un’ipotesi, e sente accendere in se stesso la fiamma d’ansia e inquietudine. Quella fiamma che la marca dei fiammiferi sopra il tavolo in cucina, Ohio Blue Tip, gli fanno tornare in mente la decisone di continuare a scrivere, l’apparente armonia della vita e il fuoco d’amore che lo lega alla donna di tutte le mattine.

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