di Lorenzo Borzuola

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Giappone. Prima metà del 1600. I padri portoghesi Rodriguez e Garupe sono informati da padre Valignano che il missionario Ferreira, da anni in Giappone per portare anche lì la buona novella, è stato costretto ad abiurare salvandosi dai numerosi stermini e rappresaglie da parte del braccio inquisitorio giapponese contro i cristiani e i nativi della costa, già convertiti. Non credono che Ferreira, maestro e guida spirituale, possa aver rinunciato alla sua vita di missionario e abbia rinnegato la fede in cristo solo per paura di essere giustiziato. Secondo le ultime lettere da lui stesso inviate, parla della sua trasformazione in quella terra; altre voci testimoniano che Ferreira abbia cambiato il nome di battesimo in uno giapponese e che abbia ora una moglie e dei figli. L’unica cosa che Garupe e Rodriguez credono sia giusto dover fare è quella partire senza altri indugi e trovare Padre Ferreira, continuando quel lavoro di conversione che li aveva preceduti da altri. In un cielo tenebroso d’Europa si raggiunge la costa cinese e l’atmosfera si fa carica di pesantezza che il male di quegli uomini miscredenti sembra trasmettere ai due missionari, ancora estremamente convinti di continuare la missione. Sono affidati a Kichijiro, un giapponese convertitosi al cristianesimo nell’isola di pescatori da dove proviene; egli da subito segni di una grande crisi che, oltre a turbarlo interiormente, lo segna anche all’esterno di quel suo corpo malandato e gonfio d’alcol. L’uomo li aiuta comunque a mettere piede su una piccola isola dove, ad accoglierli, è l’intero villaggio, completamente fedele al credo cristiano, che ospita i due stranieri come un segno divino. Sperano in loro per continuare quella parabola interrotta e camuffata, agli occhi degli altri, da un’apparente fiducia al grande Buddha. Li nascondono in una capanna sulle montagne e li sono costretti a restare silenti fino a quando non scende la notte; solo in quel momento potranno scendere al villaggio, e nella piccola chiesa di bambù, pregare, dire messa e battezzare, donando a ognuno un nome cristiano-occidentale. Il loro lavoro continua, spingendosi su un’altra isola e sembrano trovare la loro strada, quella che dovrà in un secondo momento portarli da padre Ferreira. Quell’ardente passione che i fedeli ripiegano nei dettami di Gesù cristo, sembra però soffermarsi solo sull’attaccamento a oggetti che rimandano alla sua figura, e non su di un credo ancor più alto come invece lo intendono i due missionari, che iniziano a captare segnali che tutto quello sforzo, forse, ne richiederà dell’altro, stando sempre attenti a vivere nascosti e sperando, nel silenzio di quel luogo sempre più invalicabile, l’arrivo di qualcosa di più valido, che dia stimolo anche agli stessi Rodriguez e Garupe. La stretta morsa degli uomini dell’inquisizione dividerà i due giovani padri l’uno dall’altro, portandone uno fino alla città di Nagasaki, dove Rodriguez vedrà con i suoi stessi occhi lo svolgersi di quella missione.

Tratto dal romanzo storico del 1966 di Shūsaku Endō, “Silenzio”,e rimaneggiato in parte dalla mano scrupolosa del regista newyorkese e quella dello sceneggiatore Jay Cocks, già collaboratore del cinema di Scorsese per “L’età dell’innocenza” e “Gangs of New York”. Un primo tributo, sebbene nel romanzo dello scrittore giapponese sia narrato, di carattere puramente cinematografico, rimanda al film “Apocalypse Now” diretto da Francis Ford Coppola. Nel momento in cui i due padri gesuiti chiedono il permesso, celando una sorta di dovere, di andare a cercare il loro mentore scomparso, non si può non pensare al viaggio del capitano Benjamin L. Willard (Martin Sheen), che, nel bel mezzo della guerra che sta procedendo sul suolo vietnamita, gli è chiesto di affrontare. Risalendo il Mekong, fino alla giungla cambogiana, per cercare e trovare il colonnello Walter E. Kurz (Marlon Brando), scomparso dalle truppe americane per seguire una battaglia distaccata ma che è in stretta armonia con quella che Willard vede attraversando il fiume. In entrambe le pellicole c’è la presenza dell’elemento missione, la cura per un compito delicato, quello di andare e tornare possibilmente vivi, portando a buon fine l’opera iniziata. L’ansia che pervade entrambe le opere, la fede in un credo elevato (la Patria e l’esercito nel film di Coppola. La fede e l’incombenza missionaria in quello di Scorsese), il pericolo in una terra non abituale e non riconosciuta; la forza iniziale e la paura quando intorno c’è solo un cupo silenzio e la convinzione di non poter portare a termine la delicata missione.

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Il secondo tributo, che è poi tutta la sostanza che pervade il film, è la materia religiosa che si sente fortemente e anche in maniera prepotente nel linguaggio non solo letterale e cinematografico di Martin Scorsese. Il silenzio segnalato nel titolo è elemento che in questo caso ha valore doppio, e slega numerosi altri elementi che ne derivano: il silenzio della fede non compresa da un popolo e un’etnia che non comprende, non vuole e non può neanche, quel messaggio così grande quanto impensabile e assurdo. Il silenzio nel timore di essere scoperti ma, senza ombra di dubbio, il silenzio nella devastazione e nella tragedia che ruota attorno al protagonista, padre Rodriguez (Andrew Garfield), che appare più di una volta assorto in un silenzio dalle mille sfaccettature. Rimane silente quando non riesce con assoluta certezza a capire se la fede del villaggio dei Krishtan sia veramente analoga alla loro e rimane silente quando capisce che non lo è del tutto. Resta silente quando le atroci esecuzioni sorgono dinanzi ai suoi occhi. Il silenzio nell’abiura e di quel dio tanto sperato e pregato che non parla e non si mostra difronte alle efferatezze. Un silenzio che è costantemente dietro l’angolo e che lascia siano gli uomini a romperlo attraverso i numerosi atti di dolore e di bontà. Il silenzio nel non poter gridare il proprio credo; quando ce né la possibilità si resta in silenzio risparmiando la vita di altri e la propria.

Non vi sono più rimandi alla famiglia e alle scene di vita criminale organizzata in quest’epopea. Le interminabili immagini dei pranzi e delle commissioni per strada, quei codici d’onore, le scene di sangue e violenza riscattate da un linguaggio gangster-stradale e di quartiere e da fruttuose ricompense alla fine de lavoro, sono rimpiazzate con una violenza fisica non sempre generata dalla mano dell’uomo. Il segno della croce e le catenelle con l’immagine di cristo portate al collo degli eroi Scorsesiani, ora hanno un significato del tutto diverso. Non s’identificano più con un proprio retaggio accantonato, ma con l’inizio, la conservazione e la ricerca disperata nell’espandere quel credo quando non c’era altro di più forte, quando la verità dell’esistenza umana era caratterizzata da una natura religiosa che avrebbe dato all’individuo la sua vera conoscibilità e forza morale per continuare.

Un cambio tematico, da parte del regista, che, anche in questo caso ha significati e motivi variabili. La scelta di questo soggetto, così fortemente distaccato dall’ideale artistico primario, come se volesse significare la compensazione di quel retaggio cattolico-cristiano che prima era solo toccato attraverso le scene di vita “quotidiana”, ora, invece, si va più a fondo. Scorsese analizza quello spaccato di storia umana e si avvicina alla storia di quella fede, che poi comprende lui stesso, concedendosi una pausa dal mondo profano della violenza a pagamento. Perché non farlo prima? Forse perché quando si è nel bel mezzo della rivalsa e del successo, nemmeno ci si accorge e si cerca di pensare a tutt’altro; vivere con i mezzi raggiunti e salvaguardare quel trionfo con facsimili e opere che legano la corrente artistica seguita. Com’è successo ad altri prima di lui, Scorsese risente improvvisamente di quel sintomo di fede, mai abbandonato o tralasciato prima, ma adesso ben più forte che lo porta a una lavorazione completamente incentrata su questo. Il bisogno di ricredersi e riavvicinarsi a un alto valore è abbastanza comune in quelle persone che nel momento dell’invecchiamento si guardano indietro, alle prime esperienze. Quei due momenti dell’insegnamento a una particolare forma religiosa e quello della vecchiaia, separati dalla fase più sfrenata e libera della vita, cercano, ora, un ricongiungimento caloroso e più personale. Che Scorsese si sia invecchiato sul serio?

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Un film che vede la partecipazione di Andrew Garfield nel ruolo del portoghese Rodriguez, Adama Driver e Liam Neeson. Un film la cui sensibilità storica, non solo tematica, è ben gestita. Stilisticamente è un buon esempio di cinema in grande ma in alcuni punti tale stabilità è soppressa da qualcosa che invece non riesce a tenere sempre il giusto ritmo. La storia, il tema affrontato e com’è affrontato, fanno di “Silence” un’opera discutibile, di cui ancora se ne parlerà per molto tempo. Ciò che nella prima parte della pellicola viene scandito in modo fluido non ha la stessa chiarezza e curiosità nella seconda parte: qualcosa viene tralasciato o toccato con troppa leggerezza. Firmato da Martin Scorsese, non racchiude la sua metrica e ciò che alla fine può apparire come certo non è che una piccola caratteristica di un messaggio più grande, forse troppo per essere racchiuso in un solo film di due quasi tre ore. Forse non uno dei suoi lavori migliori ma di sicuro più personale e intimo.

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