di Lorenzo Borzuola

Il giorno della memoria. 72 anni fa, con estremo impegno da parte della camaleontica e ambigua potenzialità umana, l’intera civiltà veniva minacciata da abusi e tragedie. Questa in particolare, si è rivelata essere la punta dell’iceberg, il picco massimo dove si era spinta la malvagità dell’essere umano il quale, cercando di imporre se stesso, tramite ideali derivanti dal proprio orgoglio etnico, ne ha quasi distrutto un altro. Un annientamento fisico il cui nome è stato coniato in svariati termini, divenendo il simbolo della grande pazzia alla quale si sino aggrappati popoli occidentali, tra i quali, uno in particolare si è macchiato di tale abominio. Un abominio, un affronto all’umanità, come ve ne furono altri in passato, prima di quel momento, tuttavia differente; programmato, pianificato. Nato dalla volontà di pochi e riversato nell’ingenuità del popolo che comunque restava all’oscuro, sconfinato e relativamente libero, fuori da quel filo spinato elettrificato. Ma la verità sarebbe venuta a galla.

Il giorno della memoria. Di quel fatto, le testimonianze sono diminuite col tempo. Di quei sopravvissuti, i bambini che ebbero il destino di attraversare i cancelli, si sono fatti uomini e sono diventati vecchi. Hanno lasciato quel che potevano, raccontando e testimoniando i fatti; altri hanno fatto tutto il possibile per dimenticare. Altri ancora non hanno saputo reggere il peso di quel ricordo tanto atroce quanto pesante e oppressivo. I ricordi a mano a mano sono passati di padre in figlio ma quelli che non l’hanno vissuto, hanno solo potuto riportare i fatti come non appartenenti alla propria anima e corpo, ma come in una cronaca dalla quale apprendere e poter insegnare a future generazioni di uomini. I veri depositari di quei giorni, di quegli anni sono quasi tutti scomparsi e battuti, stavolta dallo scorrere incessante del tempo. Chi non fu disposto a lasciar correre, s’impegnò, per anni, nella ricerca di carnefici, o magari solo di uno in particolare, che avevano tolto loro la libertà e la possibilità, di essere ancora uomini.

A noi cosa resta? Che possiamo fare? Che cosa resta da fare se non ricordare, sforzandoci di mettere noi stessi nei panni di chi scese dai treni. Nelle vesti logore di quelli che per la prima volta videro i fuochi nei camini in funzione. DI coloro cui la neve scendeva sopra la testa e fra le gambe ridotte due stecche consunte di legno. DI quelli che ritornarono; di coloro che perirono nelle distese di fango. Questo mondo sembra non avviarsi mai alla perfezione; più volte è stato sull’orlo di cadere in un baratro senza uscita. Nemmeno quella volta aveva toccato il fondo, ma settantadue anni dopo non sembra raggiungere ancora una perfezione. A noi che restiamo e viviamo, resta il duro compito di lottare per non sbattere definitivamente contro un qualcosa di ancor più terribile. Resta il compito del ricordo per non cascare ancora. Questo giorno, è un giorno di memoria.

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