di Ettore Arcangeli

Come un fulmine a ciel sereno l’ordine esecutivo del 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America ha scatenato le folle in ogni angolo del globo e diviso il mondo in chi lo loda e in chi lo critica.

L’ordine esecutivo firmato da Donald Trump il 27 gennaio ha interdetto l’ingresso negli States a tutti i cittadini di sette paesi a maggioranza islamica per 90 giorni e sospeso l’accoglienza dei rifugiati siriani a tempo indeterminato.

Non sarebbe nulla di strano per la storia americana, tranne per il fatto che la prima redazione dell’ordine ha bloccato ai confini anche molti residenti negli stessi Stati Uniti. Un errore formale che ha però avuto un forte impatto emotivo, anche per i toni che hanno accompagnato l’emanazione dell’ordine. Appena i primi cittadini di Siria, Iraq, Iran, Libia, Yemen, Sudan e Somalia sono stati bloccati ai controlli aeroportuali le proteste di quegli americani contrari all’ordine esecutivo del loro presidente sono iniziate.

Grazie a Nichita Babim, inviato speciale a Philadelphia e New York, anche noi possiamo documentarvi una parte di quelle manifestazioni che vogliono ribadire l’accoglienza del popolo americano, rappresentata dalla Statua della Libertà.

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La Statua della Libertà è divenuta simbolo dell’opposizione delle politiche di Trump. Regalo della Francia, la statua ha accolto i milioni di europei che nei primi anni del Novecento sono passati per Ellis Island sognando di entrare negli Stati Uniti.

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I manifestanti hanno anche espresso la loro contrarietà al progetto del muro al confine col Messico, rimarcando come la grandezza stessa degli Stati Uniti risieda nell’immigrazione. Anche perché come sottolinea un manifestante, negli States tutti sono stranieri, tranne i nativi americani. Lo stesso presidente Trump è nipote di un immigrato tedesco che lasciò la Germania per gli Stati Uniti nel 1885. E la First Lady (che secondo alcuni pettegolezzi potrebbe non trasferirsi mai alla Casa Bianca e rimanere nella Trump Tower) è persino nata in un villaggio sloveno della fu Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Ma capisco la difficoltà di opporsi alla globalizzazione della bellezza!

 

 

 

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