La nobile arte della tragedia

di Lorenzo Borzuola

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A sole poche settimane dalla tragedia che coinvolse la località turistica di Rigopiano, nel pescarese, ora luogo di drammi e lutti, un’altra notizia sciagurata sta per abbattersi su quella faccenda. Una miniserie incentrata sui fatti accaduti. Sarà la casa produttrice Taodue a prendersi l’incarico di trasporre in poche puntate la triste storia avvenuta quest’inverno quando l’Italia centrale era già smembrata dalla furia naturale del sisma. Già il popolo si è indisposto, e quelli più propensi a parlare e a dire la loro sono pronti con la guerriglia per dire “NO”, e per fermare quest’ultima forma di subdola e miserabile lotta al guadagno.

Permettendomi di dire la mia, non credo che tale faccenda sia fin troppo degna di grande attenzione, né di farla subito terminare con un processo sentenzioso e subito risicabile come spregevole forma d’arte. In questi casi si dice che chi prima arriva bene alloggia, e per quelli che si sono fatti sfuggire quest’occasione, è solo l’invidia a parlare, essendo stati troppo lenti con una pensata del genere. In un mondo dove ormai tutto è filmabile con pochi mezzi, e dove anche il video di gattini o di bulli, fa ben presto il giro del mondo, l’idea di far finire la tragedia di Rigopiano in una serie televisiva da mandare in onda dopo il telegiornale e il gioco dei pacchi, mi disgusta ma allo stesso tempo mi affascina e mi fa dire di si a questo progetto, non potendo non restare indietro con i tempi sempre più digitalmente avanzati e inarrestabili nemmeno difronte ad avvenimenti che gelano il sangue, ma che comunque sono fonte discutibile di dibattito. Io mi pongo con quella minoranza, almeno per adesso, che possa sentirsi favorevole a questo progetto; tanto la percentuale approssimativa di telespettatori collegati sarà individuabile in vecchie signore incollate da anni alla televisione in cerca di un’ora rilassante prima di andare a dormire, casalinghe anch’esse drogate dalle onde elettromagnetiche che bramano storie fatte di sentimenti forti per poi rileggerle in giornali fatti appositamente per questa categoria. Tuttavia, se proprio vogliamo essere oggettivi, l’unico motivo perché Rigopiano non debba essere ricordato negli annali delle statistiche televisive è perché come storia in se non è poi così allettante. In fondo non è stata poi così una grande tragedia e la sua importanza non potrà mai superare, né ora né mai, centinaia di altri avvenimenti che si sono succeduti. Che storia avvincente potrà mai essere? Un terremoto e una valanga finita per scontrarsi contro un rifugio di montagna ubicato esattamente nel punto dove, per l’appunto, detriti, valanghe e i resti di un monte sono soliti depositarsi. Ciò che fa parte della spietata legge naturale che crea e trasforma ogni qual volta. Un equilibrio, questo, che l’uomo non può battere e ignorare.

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Se si pensa agli sconvolgimenti naturali avvenuti in Italia, è senza dubbio il numero dei morti a fare di una storia una dramma, ma soprattutto è l’intervento umano che complica sempre le cose e attua tutto in modo da trasformarlo in tragedia. Se il proprietario dell’albergo avesse costruito il suo Relais in una posizione migliore ora non staremmo certo a sprecare del tempo su questa faccenda e sull’iniziativa che la Taodue si è incaricata di prendere. Un’iniziativa contrastante, ambigua, prorompente ma possibile, eppure su una pseudo tragedia che non lascia spazio a una grande quantità di suspense e brivido. Ma oggi si gira di tutto e ogni idea è buona per fare un po’ di soldi. Per questo sono favorevole e dico subito che se mai si farà una miniserie italiana sui due poliziotti italiani che uccisero lo stragista di Berlino, ai quali la nazione tedesca rifiuta di dare un riconoscimento a causa di prove sulla loro simpatia verso Mussolini o Hitler, io sarò ben disposto a dare il mio sostegno. Si potrebbe chiamare, perché no, “Quando c’era lui, non sarebbe finita così”.

Un pensiero su “La nobile arte della tragedia

  1. Personalmente la storia dell’hotel di Rigopiano è tra quelle che più mi ha colpito. Più dei vari terremoti, sono sincero. Non credo sia il solo numero delle vittime a rendere la tragedia ciò che è. Un terremoto lo riesco ad elaborare più facilmente come fatalità, ma l’essere sommersi da metri di neve e il non poter essere salvati perché in tutta la regione ci sono metri e metri di neve e i mezzi di soccorso non possono arrivare. So che può sembrare strano, ma è così. Mi ha lasciato sgomento, più dei terremoti, più degli attentati.

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