Monna Lisa’s snigger: il fascino sopravvalutato della Gioconda

di Lorenzo Borzuola

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Visitare Parigi è un’esperienza completa, che può cambiarti la vita. Da una parte il brivido della grande metropoli che si estende senza termine, la fin dove l’occhio può arrivare. Una città che già a metà del 1700 era una delle metropoli più grandi d’Europa, ed è continuata a esserlo per anni, prima che altre non s’intromettessero nello sconfinato orizzonte dello sviluppo e della crescita demografica. Dall’altro lato, la sua famosa accozzaglia di materiale artistico ne fa una stella di grande cultura e splendore. E quale posto migliore, a parte i vari monumenti lasciati esposti per le lunghissime file di strade, del Louvre come simbolo e custode di tutte le bellezze mai realizzate e derubate ad altre nazioni. Ora, se così le vogliamo intendere, bellezze non perdute e patrimonio di un’umanità legata alle arti e al buon gusto. Perché è veramente così; il monumentale museo si estende per vari chilometri sulla riva della Senna e al suo interno, interminabili corridoi, scalinate marmoree, che sfoggiano in tutto il loro sfarzo migliaia di prodotti appartenenti alle più svariate epoche e nazionalità. Egiziane, romane, rinascimentale, spagnole, italiane, inglesi, arabe, orientali, tutto quello che avreste potuto immaginare. Quel mastodontico blocco inerme attende circa dieci milioni di visitatori annui, aggiudicandosi il titolo di meta artistica più visitata. Come un grande supermercato della bella arte, il Louvre ha di tutto, e in ogni suo scaffale puoi trovare dall’opera più famosa a quella più adornata di mistero, dall’artista più celebre a quello meno: sono tutti lì, divisi per anni, etnia, nazionalità in enormi sezioni. Il visitatore si perde la dentro e prima di ritrovare la via d’uscita ha modo di rifare la stessa strada fatta in precedenza e imbattersi con suo immenso stupore in opere di cui prima non aveva fatto minimamente caso.

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Anch’io ho deciso di dare il mio contributo alla cultura, e tutto ciò che li è custodito, vale la pena di essere raccontato, con il brio giocoso di un bambino, ma non prima di aver riflettuto su una cosa che mi aveva sempre incuriosito, e così ogni buon turista che arriva alle porte di Parigi. Anche il Louvre, al suo interno, ha un luogo prescelto, un luogo di culto che riesce ad attirare più di ogni altra opera messa insieme. Inutile dirvelo, è veramente scontato, perché è veramente uno dei motivi perché si va a visitare Parigi e forse una delle opere più famose di tutta la città. Devo dirvi la verità; trovarsi faccia a faccia, o meglio lato a lato perché non c’era modo di oltrepassare la folla impetuosa, con la Gioconda, è senza dubbio un momento che non scordi con tanta facilità. Dopo essere passato da un salone all’altro ed essere rimasto folgorato da altrettanti capolavori, ti ritrovi come d’improvviso, in una gigantesca sala tutta illuminata. Appesa a una grande parete, tutto solo e indisturbato, troneggia il quadro di Leonardo Da Vinci, quello che qualche italiano ancora pensa che gli appartenga e fa utopiche discussioni pur di avere ragione. Vi chiedo, ne vale davvero la pena? Per quanto mi riguarda, se lo possono pure tenere. Quell’accenno di sorriso, dietro al quale si nascondono leggende ormai sorpassate, è come se volesse lanciare una sfida all’altro quadro che gli sta difronte, “Le nozze di Cana”, che come grandezza e splendore superano notevolmente le striminzite fattezze della Monna Lisa.

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Quadro sopravvalutato? Da un punto di vista artistico possiamo dire come tutta la sua importanza e bellezza siano state, nel corso dei secoli, ampliamente stravolte da un alone di mistero che se fosse qui Leonardo potrebbe smentire con la stessa facilità con la quale è stato costruito. Se non fosse per lei, molto probabilmente la magia di questo posto sarebbe dimezzata, e la donna dai lunghi capelli ritratta su uno sfondo oscuro e quasi infernale, rimarrebbe ciò che molti scoprono dopo anni dalla loro visita: “È solo un quadretto”. Solo un quadretto che, tuttavia, porta al museo visitatori e denaro contante ogni anno. Vedendo centinaia di turisti accalcati li davanti, nell’intento di scattare una decina di fotografie, o solo per scattarsi un selfie, è accresciuto in me quel senso di nausea giusto per dare le spalle alla Monna Lisa, in arte la gallina dalle uova d’oro, e fotografare quella folla da stadio che a un certo momento si è messa a strepitare e scalciare neanche fosse un concerto di Vasco Rossi.

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Fu quasi inutile darle un ultimo sguardo, davanti a me avevo un’opera d’arte vivente che consiglio a tutti di andare a vedere. Che sia forse questa la magica atmosfera del dipinto di Leonardo? Una baraonda di scimmie ammaestrate che contemplano un piccolo quadro spoglio, mentre alle loro spalle c’è tutto un mondo di altra grande e imperdibile magnificenza.

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