Il diritto di contare: le radici dell’allunaggio nate con l’odio razziale

di Lorenzo Borzuola

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Tre donne di colore nell’America degli anni sessanta. Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson lavorano in un ufficio della NASA come matematiche e fisiche, ma il loro compito inizia e finisce tra quelle quattro mura. Un giorno, notate dai supremi ricercatori bianchi, una per una vengono spostate nelle varie sezioni dell’industria aereospaziale a seconda delle proprie attitudini. Una fra queste, Katherine (Taraji P. Henson), è notata da Al Harrison, interpretato da un ormai anziano e grassoccio Kevin Kostner, supervisore al progetto che prevedeva l’invio del primo essere umano fuori dall’atmosfera terrestre. All’inizio c’è un po’ di timidezza e timore fra i vari membri del progetto, tutti uomini bianchi che mal sopportano la presenza della donna di colore, tra i quali c’è Paul Stafford, interpretato da Jim Parson, reduce dalla fortunata serie televisiva “The Big Bang Theory”. Dopo un certo periodo di tempo, tutto sembra andare nel verso giusto. Katherine riesce a farsi notare e ad avere un’attenzione maggiore che la porta anche a farsi coraggio e a denunciare gli abusi che, sebbene in piccola parte rispetto a fuori di quell’edificio, sta subendo, e così faranno le sue due colleghe e migliori amiche. Una storia zuccherata che finisce in maniera altrettanto smielata; Katherine trova un nuovo marito e nuovo padre per le sue tre figliolette amorevoli (così come vuole la tradizione), John Glenn riesce a roteare per ben tre volte intorno all’orbita terrestre, e tutti sono contenti e soddisfatti.

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La solita corsa tra Russia e USA già narrata svariate volte, qui con l’aggiunta del altrettanto banale e ripetitivo tema del razzismo e sessismo. Tematica che concorda a pieno con il clima teso della società contemporanea statunitense ma che, tuttavia, inizia proprio a superare il limite della ripetitività. Quest’incessante maniera di rendere per forza di cose tutto rose e fiori, non fa altro che diventare più nauseante e noioso. Film benfatto, riprese niente male, uso di effetti speciali all’avanguardia per ricreare le scene nello spazio, eppure l’ennesima copia delle copie. Un’opera che è fatta con lo stampo con il quale sono state forgiate altre di carattere biografico e di denuncia (stile puramente statunitense), e si capisce dalle solite tonalità seppioline e un poco sgranate, accostate con il luccichio di orologi e delle maniglie delle porte. L’uso di musiche profonde fatte di archi e d’intervalli cantati da una voce femminile lamentosa e incessante. La fase iniziale con le enormi distese di campi dell’entroterra americano per poi passare nella grande città dove ognuno gira con occhiali all’ultimo grido e scarpe lucide. Tutto molto bello. In effetti, un’ora e mezzo è abbastanza sopportabile e alla fine il concetto è di facile comprensione, il problema è che è sempre lo stesso. Tramite le parole di Michael Moore nel suo ultimo film “Where to invade next”, quando dice che l’America fu fondata sullo schiavismo e il genocidio, guardando questo film è come assistere ancora una volta a un messaggio di scuse da parte del popolo bianco americano. Un ennesimo inginocchiamento e prostrazione verso una delle due etnie maggiormente massacrate dal comportamento dell’uomo bianco: i neri e gli indiani d’America. Tratto da una storia vera che Theodore Melfi gestisce, non con maestria né con brio all’avanguardia, ma con il classico metodo da catena di montaggio un film simpatico, carino, ma senza ombra di dubbio evitabile, così come evitabile fu la candidatura ai premi oscar. Cos’anno gli statunitensi che non va? Ditemelo voi. Per chi volesse affrontare il tema basta che guardi al passato e troverà decine di film migliori. Di cattivo gusto, secondo un personale parere, anche la scelta di Jim Parson come fisico, ruolo per anni interpretato; come se sapesse fare solo quello oramai.

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