di Lorenzo Borzuola

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Personaggi che durante gli anni hanno consolidato una certa dose di mistero rimanendo celati come oro in forzieri, all’improvviso tornano al presente e la loro storia è capace di affascinare e destare stupore generale. Di uomini dalla strana esistenza ce ne sono stati, e ciò che più affascina è naturalmente non quello che hanno fatto per cambiare il mondo, ma come il mondo abbia lavorato su di loro mettendoli alla prova. Personaggi che vengono sottovalutati, ignorati per troppo tempo: non supereranno mai, subito, quella soglia d’interesse che circonda altri individui, largamente glorificati, eppure è quasi impossibile ascoltare le loro storie e non rimanerne incuriositi, anche solo di poco. Uomini e donne che hanno lasciato qualcosa su questa. La testimonianza del loro passaggio, da continui nuovi spunti e materiale di studio.

Uno fra questi fu il corpulento Kurt Gerron. Attore da tempo dimenticato, regista e sperimentatore di un cinema che poco più avanti si sarebbe realizzato, con l’aiuto di altri che ne hanno capito l’intenzione e il succo profondo. Cabarettista e comico berlinese, Kurt Gerron fu un uomo di spettacolo e delle arti di religione ebraica nato proprio nel momento più sbagliato per essere un ebreo geniale e con inventiva; inutile a dirsi, cresciuto nel paese sbagliato sotto una politica che per lui aveva già provveduto con la soluzione finale ben pianificata, non tanto però da rimanere nascosta sotto l’occhio del mondo. Figlio di borghesi, Gerron ebbe la possibilità di scegliere la strada che lo avrebbe dovuto accompagnare lungo la sua esistenza. Studiò medicina e arruolatosi nell’esercito, combatté nel primo conflitto bellico fino al momento in cui dovette essere riformato a causa di una ferita inferta durante lo scontro. Com’è vero che nessuno nasce razzista, il giovane Gerron fu insignito della croce di ferro al valore e il figlio della patria, alla quale si riconosceva, tornò ai suoi studi medici. Ma gli anni a guerreggiare erano maturati in lui con una sottile ironia, affiancata al già innato senso ironico, a tal punto che il teatro fu il suo secondo e definitivo insediamento nella società. Il cabaret lo rese celebre a livello locale, il cinema lo consolidò come attore di grande spessore in tutta la Germania e ben presto in tutto il mondo con il film “Der Blau Engel” “l’angelo azzurro”, del 1930 a fianco di Marlene Dietrich.

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Marlene Dietrich e Kurt Gerron nel film “der Blau Engel”

1933, le leggi razziali erano state promulgate e Gerron, che aveva appena iniziato la carriera di regista, dovette lasciare il set di un film da lui stesso diretto e in seguito, assieme alla moglie, anche la terra natale spostandosi nei Paesi Bassi. La propaganda nazista utilizzo alcuni fotogrammi di altre pellicole, dove si poteva notare la presenza di Gerron, per rimontarli in un film atto a giustificare l’abominio che a breve si sarebbe consumato: il film si chiamava “Der ewige Jude – l’eterno ebreo”, ma Gerron era ormai lontano per esprimere rancori, cosa che piace pensare non avrebbe mai fatto, smorzando il momento con una grassa risata.  Non fu una brutta scelta e il regista continuava il proprio percorso in terra straniera ma ottenendo buoni successi. Se la sua carriera era stata fino a questo momento soddisfacente, avendogli dato la possibilità di dirigere ciò che meglio esprimeva il suo animo e ideale, il prossimo lavoro lo avrebbe coinvolto molto di più. Da qui si capisce la sua grande professionalità. Occupati i Paesi Bassi, e aver rastrellato le città dal nemico giudeo, Gerron e la sua famiglia, furono trasportati e deportati nel campo di concentramento di Theresienstadt, dopo essere stati smistati con l’impeccabile cura tedesca nel campo di Westerbork. Qui, il successo e la fama che aspettava, si sarebbero concretizzati per poi disperdersi, in un attimo, in un baratro di fuoco disperdendosi nel vento gelato della Cecoslovacchia. Theresienstadt, doveva essere trasformato in luogo felice e tranquillo, o almeno come la gente comune avrebbe potuto vederlo. Fu ingaggiato proprio Gerron, o meglio obbligato, a girare un documentario sul campo di concentramento, “Theresienstadt: Ein Dokumentarfilm aus dem jüdischen Siedlungsgebiet”. Il reinsediamento degli ebrei, come il titolo soleva sottolineare, fu probabilmente captato da Gerron come un non ritorno a casa e alla vita di prima. La stessa messinscena costruita dai nazisti, fu portata avanti dallo stesso regista con umile impegno, sapendo che da quella situazione non ne sarebbe uscito mai vivo. Ciò che poteva fare era seguire la sua natura e dirigere quello che poi sarebbe diventato il suo ultimo lavoro, dando prova ancora una volta della straordinaria ironia che portava, e che fece, in quella situazione particolare, un’ultima beffa a quegli uomini forti e intrisi d’odio, ma di sicuro non inclini alla battuta e al senso dell’umorismo. La regia di Gerron nel documentare un qualcosa che andava contro di lui e gli uomini del suo stesso credo, contro l’intera umanità, è da interpretare come un’ultima beffa e battuta satirica verso un mondo in disfacimento che aveva perso la strada. La libertà fisica non fu da Gerron più ritrovata. Il giorno prima che Himmler chiudesse le camere a gas nell’autunno del 1944, Kurt Gerron e sua moglie, trasferiti nel frattempo ad Auschwitz, entrarono in una di quelle camere e successivamente bruciati nei forni. La libera creatività, da Gerron tanto sperata, poteva tornare a essere di nuovo viva.

Vi è piaciuta?

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(un’intervistatrice di una rete televisiva tedesca a Robin Williams) Signor Williams, secondo lei, perché non ci sono molti comici tedeschi in questo momento?

(risposta di Robin Williams) Ha mai pensato che forse avete ucciso tutti quelli divertenti?

5 commenti

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