Chuck Berry, padre del Rock

di Lorenzo Borzuola

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Agli amanti della musica nuova, esclusivamente di quella all’avanguardia, moderna e inarrivabile, suonata nelle discoteche dove l’incessante ritmo pulsante mette tutti in una condizione di adrenalina ed eccitazione, ricordatevi che tutto ha un proprio passato e delle basi profondamente ben radicate nel sottosuolo di quella musica, a detta di molti, superata, surclassata, ma che resta e resterà sempre quel punto ben preciso, prediletto dal quale tutto ha avuto inizio. E non solo ora ma soprattutto in epoche precedenti, quando negli anni settanta, ottanta e novanta si faceva uso di nuovi ritmi musicali ma che comunque avevano sempre un legame forte con quella più antica; la musica dei pionieri, quella mescolata ai canti degli schiavi, allo spirito folclorico, alle note classiche di un Bach o un Beethoven, ai ritmi ricercati di molte altre culture che si mescolarono fino ad arrivare a generi divenuti poi classici intramontabili e scuole di vita e apprendimento. Dalle musiche popolari si passò a un rinnovamento fatto di regole e note ben precise, più suntuose con la musica classica. Da lì, con il passare degli anni, le crisi economiche e sociali, le discriminazioni, il mix di etnie e popoli in un unico grande calderone, hanno aperto la strada a canti lamentosi che descrivevano il dolore di un preciso gruppo etnico. Il gospel e il blues, nelle zone più oscure d’America, radicarono con insistenza e con l’intenzione di accrescere la propria importanza, fino ad arrivare allo stile jazz e infine al Rock più maturo, duro, crudo e scandito da una melodia rabbiosa, elettronica e tamburellante. Ma anche i più noti musicisti Rock, e non solo, si sono inchinati, e di quelli rimasti, s’inchinano ancora difronte a uno dei padri pellegrini di questo genere, in queste ore scomparso.

Chuck Berry aveva novant’anni quando si è spento nella sua casa in Missouri, luogo che l’ha generato e nel quale si era fatto le ossa tra lavoretti di vario genere, episodi d’illegalità che fecero di lui un uomo dal carattere forte e difficile. Tutti conoscono le sue canzoni, ognuno di noi ha, almeno una volta, ascoltato un suo pezzo, senza mai sapere chi fosse; sono motivi talmente sentiti che non ci si fa più caso, come quando si sente un pezzo di Beethoven e tutti iniziano a fischiettarlo, a canticchiarlo, non sapendo nemmeno chi sia il compositore. Berry, pioniere instancabile, ha fatto della sua musica un genere rivoluzionario, alla pari di un Mozart o un Beethoven, creandosi presto attorno a se una schiera sempre più ampia di ammiratori e imitatori che ne hanno ripreso lo stile facendolo proprio. Nato a Saint Louis nel 1926, Chuck Berry alternò la prima fase della sua vita con lavoretti saltuari e i locali notturni della città, dove andava a suonare. L’incontro con Muddy Waters lo portò a Chicago, dove perfezionò il suo stile e dove poté mettersi in contatto con altri personaggi della musica che lo avrebbero ben presto portato al successo. Incise “Roll Over Beethoven” e da quel momento la sua vita cambiò definitivamente, a tal punto che neanche il seguente episodio di prigionia, per aver abusato di una minorenne, spense in lui la voglia di continuare a fare musica e diventare ben presto un punto di riferimento per numerosi artisti più giovani che a lui dovettero la loro ispirazione, tra questi va ricordato il gruppo inglese dei Beatles, i Rolling Stones. Dagli anni sessanta agli anni ottanta la sua fu una carriera fatta di enormi successi, quali “Johnny B. Goode, usata in “Ritorno al futuro” quando Marty Mcfly suonandola anticipa lo stesso Berry di qualche istante, School Days, You Can’t Catch Me, My Ding-a-Ling o You Never Can Tell, quest’ultima resa ancora più celebre nell’immaginario cinematografico di Quentin Tarantino che la volle usare in “Pulp Fiction” per la scena della gara di ballo. Insomma, un’icona del Rock’n Roll che, seppur ci lasci fisicamente, non sarà mai dimenticata e i suoi pezzi continueranno a rockeggiare per ancora molti anni.

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