di Lorenzo Cavallo

La vita di Aleksandros Memetaj incontra quella di Alexander  Toto in uno spettacolo che trascende la nostra capacità di percepire l’ ‘’altro’’ e il nostro ‘’mondo’’.
Quando l’arte teatrale, degna di tale categoria, incontra l’attualità sociologica, psicologica, culturale e politica, si realizza un grande momento di riflessione e commozione collettiva. Troppo spesso oggi la polemica sui migranti economici e politici perde il contatto con la dimensione umana e psicologica dei protagonisti di queste odissee. Ma per fortuna esistono ancora persone che sanno trasformare un vissuto biografico in un’arte tanto capace di comunicare immagini ed emozioni.

Straordinariamente importante è il ‘’mezzo’’ espressivo e scenico con cui viene portata avanti tutta la vicenda, estremamente capace di innescare i meccanismi di quella Catarsi di cui parlava Aristotele nella ‘’Poetica’’.

La dirompente mitologia identitaria di un dodicenne di nome Aleksandros, cresciuto in un Veneto dove la discriminazione verso chi è di origine albanese nasconde il suo odio criminoso nell’espressione ‘’Albania casa mia’’, lo porterà a scontrarsi con la storia della disperazione di una generazione che tenta in ogni modo di sfuggire ad un mondo che la calpesta.

Un grande spettacolo non necessità di una grande recensione.

Aleksandros Memetaj nella scena madre di

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