di Lorenzo Borzuola

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Secondo le ultime statistiche, il numero dei parlanti ispanici negli Stati Uniti sta aumentando, o non ha mai smesso di crescere. Dopo il 1848 e il trattato Guadalupe-Hidalgo, da un giorno all’altro un numero enorme di sudamericani passò a essere statunitensi. Attraverso il grande flusso migratorio avvenuto dopo quel preciso momento, la lingua spagnola negli Stati Uniti è riuscita ad ottenere un doppio carattere, considerata una lingua straniera ma allo stesso una lingua materna. Secondo Eduardo Lago, per il 2050 gli ispanici costituiranno la quarta parte della popolazione statunitense e il paese potrà convertirsi in una società bilingue e dalla doppia cultura. Questo andrà sicuramente a minare le basi della tradizionale cultura statunitense conformandosi con una di segno propriamente ispanico. Si svilupperà in questo modo una nuova varietà linguistica, e un processo storico totalmente stravolto, da tempo iniziato, che giungerà a termine nel giro di pochi decenni con la conversione degli USA nel centro di gravità del mondo ispanico.

Come sempre è successo in quell’angolo di mondo, la mescolanza di lingue differenti e diverse culture è una specie di tradizione che mantiene quella caratteristica che in fine può essere riconosciuta come un calderone di svariate etnie, un fritto misto che ha sempre sviluppato un particolare processo linguistico, storico, economico e culturale al quanto diverso rispetto alle altre nazioni. Un processo necessario, secondo alcuni, per la vita e la fortificazione di un apparato preciso sociale. Quello statunitense che, a differenza della vecchia Europa, che solo più tardi ha iniziato ad affrontare un simile problema, basato essenzialmente sulla comunanza di molti gruppi etnici in un solo grande suolo sociale. Il fatto che la lingua spagnola e gli usi che da essa ne derivano stiano prendendo piede nella società americana, in maniera impetuosa, non deve essere, a mio parere, visto come una minaccia bensì come frutto di quel legame e sviluppo costante di nuovi elementi su altri.

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D’altra parte, la paura primaria di molti nativi degli States, chiamiamoli così, è probabilmente questo, che l’influsso ispanico nel paese possa essere interpretato come una supremazia implacabile, sulle spalle della vecchia tradizione e sulla legittima identità anglosassone e puritana che fu la prima a toccare quella parte di continente. Per tanto, ci può essere il rischio di una perdita di valori culturali e linguistici, politico-giuridici che mettano da parte quel primo popolo e governo dei primordi. Ritornando per un attimo con i piedi per terra, si può di certo evincere come i sostenitori di quest’ultima tesi di terrore rispetto a un nuovo seme da impiantare, quello ispanico, siano, in questo caso specifico, una massa d’ingenui che dimenticano che la società statunitense nacque proprio dallo schiavismo e dal genocidio. Se vogliamo essere giusti, verso quella che può essere considerata la sola e unica etnia nativa americana, dovremmo scavare per riprendere le radici linguistiche e culturali dei primi e autentici nativi, sottomessi attraverso la legge del più forte ma, di sicuro, non attraverso giustizia e parità. L’America, in questo caso gli Stati Uniti, non ha e non avranno mai un proprio riconoscimento etnico vero e proprio; quello che aveva e che si poteva chiamare tale, è andato perduto dopo il 1500. Per questo motivo è meglio che continui a essere ciò che è sempre stata; un’entità varia in continuo movimento e sviluppo.

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