Libere disobbedienti innamorate – In between

di Lorenzo Borzuola

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La scena iniziale si apre con un dialogo tra una pseudo estetista e una giovane ragazza in procinto di sposarsi. Mentre l’anziana fa scorrere sulla pelle della donna un rimedio per una ceretta, le spiega come deve affrontare la sua vita e come comportarsi una volta che si sarà congiunta al futuro sposo; diventerà una donna di casa, una moglie pronta a obbedire senza discussioni e dovrà riporre tale compito d’obbedienza solo in suo marito. Le parole della saggia scorrono in pochi minuti in un discorso fluido senza intoppi o disturbi, un dogma che tocca la sacralità e non lascia altra scelta che quella di adempiere il proprio destino. Istanti che confondono lo spettatore che si aspetta tutt’altro, invece le scene che ne seguono sono completamente svestite da quell’antico retaggio e aprono a un nuovo capovolgimento di ruoli e sensazioni.

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Un luogo decisamente meno riconoscibile da quello della prima scena. Tel Aviv si copre d’occidente e prende le sembianze di una qualsiasi città europea, libera e affollata, composta da migliaia di volti diversi in cui vengono presentate, durante un rave party, le due protagoniste alle quali si affiancherà una terza. Lalia (Mouna Hawa) e Salma (Sana Jammelieh), due ragazze arabo-cristiane e laiche che condividono lo stesso appartamento nel quartiere yemenita della grande città. La prima, Lalia, è un avvocato che rompe subito la barriera dello stereotipo classico, arrivando a essere una donna astuta, che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, che sa cosa fare, indipendente e attenta nello scegliere relazioni che la portino a condividere la propria vita con quella di un uomo. Salma è invece una DJ che gode anche lei della propria autonomia, almeno quando non è costretta a ritornare qualche volta a casa, al villaggio Natale, per incontrare sempre nuovi spasimanti che il padre e la madre procurano nella speranza che si sposi. Riesce, però, a sfuggire ogni volta al grande passo, mantenendo celata la sua omosessualità agli occhi dei genitori. La terza, e ultima anima femminile a occupare l’appartamento di Lalia e Salma, è quella di Nur (Shaden Kanboura), di osservanza arabo-musulmana, che cerca un alloggio vicino all’università dove sta per terminare l’ultimo anno e poter trovare un lavoro che soddisfi le sue aspettative.

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La presenza della nuova arrivata, studentessa timida, impacciata con le due ragazze d’indole più libera e non legata alla religione e al corretto modo di essere, disorienta anche quest’ultime che all’improvviso si ritrovano a dover convivere con una presenza che prima cercavano di non incontrare mai, con quella parte di società della quale non volevano fare parte custodendo quella che è la loro energica sottrazione con un carattere libero, inusuale in quella particolare parte del mondo. Nel momento in cui sentono di avere qualcosa in comune e capiscono di volerne spartire ogni pezzetto, è anche il momento in cui capiscono di dover affrontare i demoni che le rendono uniche e allo stesso tempo in bilico tra un quieto vivere spensierato e i dettami tradizionali. Nur sarà la prima a subire la negatività del mondo in cui vive quando il fidanzato e futuro marito cercherà in tutti i modi di convincerla a non seguire i suoi sogni e di non continuare a vivere con quelle due donne, considerate solo come delle puttane, arrivando a stuprarla senza pietà. Salma e Lalia, convinte di poter contare solo sulle proprie forze, riescono in parte ad aiutare l’amica maltrattata ma sono incastrate da continue presenze maschili che contaminano gran parte della pellicola, ponendole in posizione di allerta e squilibrio dal quale doversi difendere, pur di mantenere puro il loro essere donne forti ed emancipate. Salma con la sua omosessualità e Lalia alle prese con un nuovo fidanzato che le da felicità, rappresenta per lei il moderno uomo liberale del quale non avere paura, ma solo in apparenza, quando anche lui vuole riportare Lalia in una zona d’ombra, quella delle donne mediorientali madri di famiglia che non devono lavorare, fumare e vestirsi a loro piacere.

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La Tel Aviv di questo film sembra un posto perfetto, dove la donna possa costruire una propria personalità e Lalia, Salma e Nur sono il soggetto che ispira la regista, Maysaloun Hamoud, ad affrontare il tema dell’uguaglianza del sesso femminile e della sua emancipazione. Sprazzi di commedia misti alla vita reale e a fattori di drammaticità che amplificano la questione principale. Più che altro sono le tre protagoniste a trasmettere un’armonia serena e vitale che è il perno intorno al quale ruota tutto il film. La donna che non smette di lottare e che ride e piange, tutte e tre sorrette l’una dall’altra, nel caotico vivere della metropoli israeliana, porta lo spettatore a una visione domestica e calda, nella quale sguazza tranquillo e si agita quando la situazione sembra precipitare. I dialoghi che si scambiano all’interno dell’abitazione principale, quella delle ragazze, ma con lo stesso brio anche nei bar o nelle case del villaggio, è un momento di ritrovo comune che rimanda alle sitcom americane in cui ciò che viene, fuori prima di tutto, è la convivialità dei personaggi in ambienti di tutti i giorni, in cui possono succedersi episodi di riso o quello del pianto o di una decisione disperata, arrivando alla fase finale senza perdere di vista quel fattore di dolce riflessione e acclimatamento. C’è la determinazione nel mostrare una realtà diversa dalla nostra ma con alcuni spunti che provengono proprio da mondo all’apparenza più moderno; ci si avvia perciò a uno scontro tra scene, paesaggi, modi di esprimersi, personaggi della finzione che interagiscono e scontrano con il pubblico in sala, che apprende e vive delle avventure delle tre donne. Un bel film che fa ridere, piangere e con l’intento, non meno importante, di far riflettere.

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