di Lorenzo Borzuola

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Avevo solo sette anni quando ascoltai per la prima volta la storia di un vero assassino in carne e ossa. A raccontarmi questo aneddoto macabro fu mia zia, una professoressa di storia che sin dall’infanzia mi aveva educato a lunghe passeggiate e racconti che scandivano quelle ore d’estate. Ore totalmente a contatto con una natura non contaminata ancora dall’asfalto della città. Un piccolo paese che, nonostante la quasi immobilità del tempo, racchiude all’interno storie di vario genere. La cosa più sorprendente, che distingue ancora la grande città da una di appena duemila abitanti, è che tra i cittadini di quest’ultima puoi ritrovarti con più facilità a contatto con i personaggi di quelle innumerevoli profacole campagnole. E così, distesa sulla valle del Nestore, a pochi chilometri da Perugia, immersa nella selvaggia campagna, questo villaggio contiene, nelle ristrette dimensioni, tanti volti differenti, ognuno segnato da storie, leggende, superstizioni e le classiche voci di corridoio che tengono viva la monotona vita quotidiana. Tra di loro, a volte, possono nascondersi delle esistenze del tutto particolari; talmente strane e inaudite che ti domandi se siano veramente accadute.

Fu così che dalle parole innocue di una zia, venni a conoscenza di un terribile fatto di sangue avvenuto nello stesso posto dove mi trovavo a passeggiare. Tutto sembra ancora vivido come fosse accaduto ieri ed io guardo quella macchia e quei sentieri non più con indifferenza ma con occhio attento e indagatore. Vorrei tanto mettervi al corrente di quello che è stato, ma prima dobbiamo tornare indietro ancora un po’. È il 1965. C’è ancora un piccolo treno che lega la cittadina di Tavernelle a Perugia; tra pochi anni verrà smantellata e in mezzo a quella pianura correrà solo un’unica lunga scia d’asfalto. Il resto è un paesaggio desolato e in certe stagioni quasi desertico. Per quelli che vivono lì, la vita inizia la mattina presto; o nei campi dove il lavoro non manca mai o nelle piccole autovetture che partono all’alba verso le fabbriche in città. La sera c’è solo un bar aperto e intorno solo il silenzio. Nelle case più distaccate dal borgo in pianura, sulle colline, molti non hanno nemmeno la televisione. L’Italia del Boom non va ricercata ancora in questi ambienti di campagna.

In una di queste dimore più isolate abita un giovane di nome Francesco. Ha diciannove anni e non è ben visto dallo scarno vicinato e giù in paese. Sono anni ormai che i suoi familiari hanno la pessima reputazione di essere degli scansafatiche rozzi e senza una lira. Francesco, sia per necessità sia per sua natura, si diverte a rubacchiare oggetti di poco valore, alimenti e qualche soldo, aumentando così le maldicenze. Eppure, fuori da quella casa violenta in cui vive assieme ad una madre anaffettiva, un padre manesco e alcolizzato e la sorella, Francesco ha molto di più per cui sperare. La cosa che più di tutte può allievare la vita grama di un giovane come lui; l’amore per una ragazza. Si chiama Sara e vive a pochi metri di distanza dal ragazzo. Si vedono ogni tanto. Entrambi sentono qualcosa di forte che li attrae: ma c’è un ostacolo. Il padre di lei, un modesto contadino vedovo, non vuole che il giovane le se avvicini. Conosce bene le malefatte di Francesco, tanto bene da rinchiudere la figlia in casa quando è via per lavoro.

Il momento tanto atteso sembra però arrivare un giorno d’inizio estate. L’uomo, il papà di Sara, lascia la casa abbastanza presto e si avvia al suo lavoro nei campi. Tornerà solo la sera. Francesco, resosi conto di avere la strada spianata, si affretta come una volpe alla casa e si cala all’interno dalla finestrella che da sull’orto. Finalmente soli, lui e la ragazza possono dare sfogo a quella passione nutrita ormai da tempo, sicuri di non essere beccati. Quando il padre rientra in casa solo due ore più tardi, trova il giovane abbracciato alla figlia. Avvertendolo di quello che gli sarebbe accaduto lo intima di staccarsi da Sara puntandogli addosso il forcone. Francesco, spaventato e preso da uno stato di shock, riesce ad arrivare al fucile sopra la mensola. L’arma è carica, e il ragazzo non ci pensa due volte a sparare due colpi che lasciano il padre steso sull’uscio senza più vita. In questo momento lo stato di shock del ragazzo si trasforma in un gioco animalesco all’ultimo sangue pur di salvare la pelle. Tutto è attentamente studiato. Francesco non tocca la ragazza ma la convince, molto astutamente, a scrivere una lettera in cui dichiara di aver ucciso  lei stessa il padre mentre era intento a violentarla. Sara, sconvolta e semi incosciente, scrive la lettera senza pensare a quello che le accadrà in un secondo momento. Francesco la porta al pozzo vicino casa. Le fa togliere le scarpe e secondo quello che racconterà al commissariato di polizia solo alcuni giorni più tardi, in un momento in cui ogni cosa sembra essersi fermata, bacia la ragazza e poi la getta nel pozzo. Dopodiché sparisce dalla circolazione.

Iniziano le indagini e le forze dell’ordine sono quasi tratte in inganno da quel marchingegno. Il fucile, la violenza, il padre ucciso dalla ragazza, la lettera in cui confessava il suo gesto e poi il suicidio. Il caso sta per essere chiuso e archiviato ma il brigadiere, che conosceva bene la tresca dei due ragazzi, venendo a sapere che Francesco non è più  a casa da tre giorni s’insospettisce. Ora è una caccia all’uomo; intuiscono che il ragazzo c’è dentro fino al collo. La conferma arriverà il quinto giorno dal ritrovamento dei due cadaveri. Francesco è acciuffato a Milano e riportato immediatamente nella cittadina di Tavernelle. Confessa ciò che ha fatto e come siano andate con esattezza le cose. La vicenda non sembra sconvolgere tanto la popolazione che sa di chi si trattava e si ingegna apertamente in opinioni su come avrebbe dovuto agire il giovane per non essere beccato: “è stato un povero scemo. Se non andava a Milano e rimaneva qua, quando lo beccavano? L’aveva studiata bene ma si è fatto fregare come un coglione”. Non da meno è la famiglia di Francesco che, come se la cosa non interessasse, lo lasciano in balia dei suoi problemi commentando l’accaduto con: “Ha fatto bene!”

Una storia non facile da digerire. Cruda e vera, senza preamboli o mezzi termini. Una vicenda che si consumerà sulla pelle del ragazzo nei tredici anni passati in carcere, abbonati alla fine per buona condotta. Uscito dal penitenziario ritorna in libertà (vigilata), e si appresta a tornare al paese dove per i prossimi quarant’anni riuscirà a ricostruirsi una vita come elettricista, sposandosi con una donna che pochi anni prima aveva ammazzato il marito. Si vede che si sono trovati, o il pur sempre buono “Dio li fa e poi li accoppia”. Eppure oggigiorno non si parla più di lui come un feroce assassino bensì il fatto può essere ricondotto ad un banale errore di gioventù.

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Lo incontrai per la prima volta quando avevo già quindici anni. Mi sembrò una persona normale, socievole e aggraziata nei modi. Tutto il contrario di quello che si poteva immaginare. Poche settimane fa, questo personaggio, usato ancora per terrorizzare i bambini, è morto e non ha lasciato nient’altro che questa storia. Nessuno saprà mai come deve aver vissuto dopo quell’avvenimento, e nessuno, in paese, osò mai chiederglielo. Il suo nome e il suo gesto sono una storiella in più da raccontare e rimembrare nelle sere quiete d’estate. Lui stesso non se ne prendeva a male di questo. Dopotutto era un brav’uomo.

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