di Lorenzo Borzuola

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La seicento Fiat del 1956

Il primo veicolo che Osvaldo comprò, –Che misi sotto il culo- come lui scherzosamente raconta, fu una MV Agusta 175. Nel quartiere era stato uno dei primi a potersela permettere. I primi anni alla fabbrica erano stati un apprendistato continuo. Instancabili, aggiunge il nostro caro narratore. Il treno o le proprie gambe erano tutto quello su cui poteva contare. Biciclette? Neanche a parlarne, dice: e come fai, in una città come Perugia? Solo salite scoscese. Finita la guerra, venne il momento per Osvaldo di racimolare quanto bastava per comprare un primo vero mezzo che gli avrebbe permesso di facilitarsi la vita. Basta con la sveglia due ore prima la mattina; con quella moto, sebbene a fatica raggiungesse gli ottanta chilometri orari, poteva almeno farsi un’ora in più di sonno. Era una bomba. Un pezzo di meccanica che raramente si vede nei giorni nostri: ormai sono pezzi da museo. All’epoca era quasi un lusso per uno che veniva da una famiglia del basso ceto sociale. Poi le politiche di lavoro avrebbero cambiato anche quello. Per il momento, dagli anni ’30 ai ’50, quello che aveva sarebbe bastato. La usava per tutto, soprattutto per trasportare più persone alla volta. Madre, padre, zio scorbutico e scapolo, e quando c’era la possibilità anche la giovane morosa. L’ultima volta che la prese, continua dicendo, fu anche la prima che con quella stessa moto uscì fuori dai confini umbri. Parliamo del 1956-57, e le strade per Siena non erano ancora un granché: forse un po’ dappertutto non lo erano. Partì una sera di gennaio con suo cognato per andare dal vecchio suocero all’ospedale di Siena, dove era stato operato a una gamba ed erano stati costretti ad amputarla. Le donne, rimaste a casa, videro partire i due uomini rispettivamente su due veicoli a due ruote, ma solo una di quelle due moto tornò. Indovinate di chi era l’altra dispersa? Mentre erano sulla strada per tornare a Perugia, gli prende un acquazzone improvviso. La pioggia si fa sempre più fitta e insopportabile una volta arrivati all’altezza di Cortona: quindi non erano neanche troppo distanti da casa. Solo altri trenta o quaranta chilometri e avrebbero consumato un buon pasto dinanzi al camino. Tuttavia c’è sempre l’imprevisto. Quando l’acqua inizia a trasformarsi in grandine, Osvaldo non fa in tempo a guardare per aria, che una ruota inizia ad andare per conto suo. E via. Lungo per terra. Fortunatamente senza drammi ma una grande scarica di bestemmie, una in fila dopo l’altra che sembrava davvero il ritmo di una mitraglia. Si sa, gli umbri sono chiusi ma quando c’è l’occasione non possono tenere a freno la lingua,in una situazione del genere poi. Sicché, raggiunto il compare a terra, Cognato e il povero Osvaldo furono costretti a tornare sulla stessa moto, abbracciati come acciughe per cercare di riscaldarsi. Prima e ultima volta che furono così uniti. La MV Agusta aveva fatto il suo tempo.

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Una seicento fiat di seconda mano fu la scelta migliore, non appena il primo figlio iniziava a diventare più grandicello e bisognava portarlo al mare: lo iodio era uno dei tanti motivi che permetteva a Osvaldo di mantenere la calma durante le quasi quattro ore di viaggio per raggiungere Forte dei Marmi. Una volta che era arrivato e si preparava a scendere, la pelle delle cosce si staccava da quella dei sedili con un lento e lancinante dolore, seguito dal fragore di qualcosa di appiccicoso che si stacca. L’autostrada non c’era, così solo quelle strade che oggi sono semi abbandonate, erano l’unico modo per potersi spostare. Un esodo lungo che sembrava non finire mai. Quando arrivava a destinazione, già pensava al viaggio di ritorno. Una macchina che, nonostante le piccole dimensioni, bastava per una famiglia di tre persone. I vecchi di casa preferivano andare a piedi. Quando nacque il secondogenito, la piccola Elisabetta, si rese conto che quella non andava più tanto bene, e convinto più dalla moglie che dal suo fiuto, si decise a “levarsi lo sfizio”, come ci ha detto più volte.

Una Fiat 1100 TV era proprio quello che ci voleva per una persona in più. Specialmente quando, via con loro, in viaggi al mare o solo per semplici scampagnate in campagna, venivano via anche la cognata e la figlia. Oltre a queste due invitate, che spesso si autoinvitavano da sole, a fargli compagnia c’era sempre la loro inarrestabile parlantina. Fu proprio quella che, una volta, in viaggio verso Genova, aveva fatto nascere nella mente di Osvaldo l’idea di lasciare al primo Auto Grill le due chiacchierone. “Non l’ho mai fatto”, commenta l’anziano, “ma quanto avrei voluto, tu non te ne fai un’idea”. Cosa vuoi fare se non ridere e passare ai successivi mezzi di trasporto.

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La 1100 durò parecchi anni; più di quanto s’aspettava. Seguirono nell’ordine: un’AlfaSud e successivamente una Renault-14 verde pisello. Era un vero e proprio cadavere. Tant’è vero che dopo essere finito in un fosso, mentre era intento a insegnare alla moglie a guidare, decise di tenerla solo per occasioni meno eleganti. Iniziò a essere un’auto da battaglia; per la caccia, la pesca, trasporti eccezionali e per insegnare ai figli a guidare: sebbene il più grande già guidasse da svariati anni. Fu proprio lui, infatti, a rigare la 1100 lungo tutto un muro di cemento, determinando la sua fine nella famiglia.

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l’AlfaSud protagonista assoluta in un episodio di “Bianco, Rosso e Verdone”

Le ultime due macchine vennero un po’ per dovere, più che per voglia di comprarle. La Lancia Prisma fu comprata durante gli ultimi anni ottanta ma secondo il suo parare aveva un qualcosa di antico. Ci si trovava bene, dice il buon vecchio Osvaldo. Gli ricordava un po’ le altre che l’avevano preceduta. L’ultimissimo acquisto fu una sorta di regalo per la figlia ma lui la usava più di tutti lì dentro. Una Fiat Tipo: come poteva mancare un’altra Fiat? Era quasi di regola, giacché le prime che accompagnarono i suoi viaggi erano venute direttamente da Torino. Fatta sul modello della Olds Mobile, o di una Caddillac -il ricordo è un po’ sfumato-, la Tipo era un vero e proprio mostro su quattro ruote. All’interno così grande e spaziosa che ci potevi vivere, mangiare, fare ciò che ti pareva. Esteticamente non era un granché ma non era importante: l’importante era che camminava e fino all’ultimo non l’ha mai tradito.

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Dopodiché, il suo investimento in macchine finì e lasciò ai figli l’onere di comprarle. Una sua catalogazione che lo porta ad aggiungere altre tre vetture che aveva avuto, oltre le cinque sopra elencate. Il primissimo fu il famoso carozzone, o pattinella, o monopattino come si usa chiamarlo. Un mezzo che rappresenta la sua fase più infantile e spensierata, con il quale scendeva giù per la “Cortina”, la discesa sotto casa. L’altro, gratuito perché fa in un certo senso parte della carrizzeria, sono le proprie gambe. Quando anche quelle smettono di funzionare e s’ingolfano, ecco l’ultimo grande e ironico mezzo fiammante che puoi portare anche al bagno. La sedia rotelle. Scherza su questo, Osvaldo. La vecchiaia è una cosa che non puoi scegliere di vivere, che non puoi evitare, dice. Dura, inaspettata, attesa e disprezzata. Scuote la testa sorridendo un poco e su quel veicolo sempre a quatto ruote, solo più casalingo, continua a raccontare e ad affascinarci.

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