di Lorenzo Borzuola

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“Moby Dick, La balena bianca”, film del 1956 diretto da John Huston. Opera liberamente e fedelmente ispirata a uno dei più grandi ed energici romanzi della storia della letteratura. Molte volte ho pensato di parlare di questo film, come se fosse stato un dovere. Ora, questo onore è arrivato e potrò riesumare dal passato una delle pellicole più straordinarie ed emozionanti che siano mai state realizzate. Più che un dovere dal punto di vista artistico, di “arte per l’arte”, è una questione profondamente affettiva. Ognuno di noi ha una passione che occupa il suo tempo e le ore sin dall’infanzia. Per ciascuna passione ci deve pur essere un personaggio, un momento particolare, un inno o un’opera che abbia per primo dato inizio a questa dedizione. L’amore per il cinema non è individuale e nemmeno una rarità. Assieme alla musica o a un buon libro, è forse quello più usato, sofferto e divinizzato. Molti amano e vivono per il cinema ma non tutti hanno iniziato alla stessa maniera: né alla stessa età, né con lo stesso film. Io ho incominciato a mettermi difronte allo schermo a quattro anni, e il primo film che vidi fu proprio “Moby Dick”.

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Me ne innamorai subito. A distanza di anni è quello al quale sono maggiormente affezionato, sebbene non ci si possa soffermare solo a una cosa in particolare. Si va avanti e crescendo si scoprono sempre nuovi volti e nuovi film. Il fatto che non me ne sia mai distaccato completamente rende quest’opera un qualcosa d’impossibile da abbandonare e dimenticare. I ricordi d’infanzia si ripercuotono nella crescita. Un particolare evento segna il carattere e i gusti di un lettore, di un ascoltatore. Di uno spettatore. Così sono cresciuto con l’amore per l’avventura, e alcune volte il mio caratteraccio è paragonabile a quello dei marinai del Pequod, se non direttamente a quello del suo capitano.

Girato da un grande del cinema, John Huston, il film nacque nella mente del regista statunitense all’inizio degli anni cinquanta. Problemi burocratici con la produzione, con gli sceneggiatori e con la scelta degli attori, ritardarono l’inizio delle riprese di ben quattro anni. Trovati i finanziamenti, poterono iniziare a girare. La maggior parte delle riprese furono effettuate in Spagna, Portogallo e Galles. Ma perché mai dovrebbe essere riconosciuto come un capolavoro di quegli anni? Vi chiederete. Tanto lavoro e contrasti sono serviti a fare del romanzo di Hermann Melville, prima una piccola idea, poi uno spunto per possibili finanziamenti e infine un immenso lavoro pregiato, ricco e finemente intarsiato. Il risultato è il mix di tanti elementi che ne sottolineano la grandezza.

Primo fra tutti è sicuramente il regista. John Huston, aveva già girato una decina di film con i migliori attori sulla piazza di Hollywood. Il suo amore per la letteratura e i romanzi di avventura lo portarono a scegliere proprio quel libro come possibile rifacimento. Considerato uno dei grandi registi mai esistiti, per la sua predilezione, la sua mentalità così aperta a nuovi lavori, ma soprattutto una grande fantasia che poi si riscontra nella tecnica. E tutto il film, oltre che a una fedelissima ricostruzione di trama e di epoca, quell’ottocentesca americana, nella vita di mare, della caccia alle balene, poco dopo la fine della guerra di secessione, è un’accurata tecnica di ripresa e narratività. La finzione della storia, che con i suoi personaggi la rendono unica e mitica, si mescola all’attenzione reale per i particolari, per la vita dei balenieri, per la documentaria caccia alle balene e alle economie di una città marittima della costa est degli Stati Uniti. Dopotutto Melville fece parte per alcuni anni di una baleniera, nella quale ebbe l’ispirazione per il suo romanzo: già era stato tutto documentato in maniera precisa. Huston ha solo riportato le parole di quel libro sotto forma di perfetta interpretazione dal punto di vista recitativo e filmico. Un capolavoro stilistico e d’interpretazione.

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Gregory Peck e John Huston intenti a bere e controllare il copione

Gli attori: altro fattore di grande rilevanza per la pellicola. Usciti direttamente dall’immaginario di Melville, sono presentati uno alla volta con la stessa vitalità del romanzo. Con loro si torna indietro di più di cento anni. I loro volti marcati dal sole sono una manna per lo spettatore che entra a far parte di questa storia. Tanti interpreti del cinema inglese e americano. A cominciare da Richard Basehart nei panni di Ismaele, l’unico sopravvissuto, per poi passare al pacato personaggio di Starback interpretato da Leo Genn, già presente nelle più vecchie pellicole di Hollywood e in film peplum, e al cameo di Orson Welles che interpreta Padre Mapple con la predica nella cappella del baleniere. Molte altre facce che si susseguono come in vecchie fotografie; dai marinai, all’oste, al secondo ramponiere e fino alle donne sul molo che salutano i loro uomini e figli al momento della partenza. Tuttavia solo una stella brilla con tanta potenza da mettere in ombra qualsiasi altro personaggio ogni volta che entra in scena. Gregory Peck, altro pilastro del cinema, è truccato in modo feroce per poter interpretare il Capitano Achab. È la sua recitazione, però, a renderlo veritiero, maligno, pazzo, assetato di vendetta; una vendetta che non potrai mai avere perché inarrivabile. Molto probabilmente una delle sue interpretazioni migliori. Peck per anni aveva creduto che la sua incarnazione nel tetro capitano non fosse stata abbastanza soddisfacente. Più lo guardo e più mi rendo conto di quanto questo ruolo sia incommensurabilmente travolgente. Per lungo tempo si cerca un proprio eroe immaginario. Il tristo Achab era uno di questi.

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Le scene di caccia e quelle che concernono la vendetta di Achab nei confronti del gigantesco cetaceo, sono sempre dei piccoli quadri e ritratti, descrizioni fedeli di un’epoca passata. Una parabola in cui il contrasto Dio e uomo e uomo e natura si equivale, si separano e si fondono insieme fino allo scontro finale che vale tutto il film: forse è un po’ esagerato. Il Pequod, la nave baleniera, è protagonista e scenografia: il palco dove la trama inizia a svilupparsi prima di lasciare spazio all’altro interprete, l’oceano. Il grande sudario del mare, come viene più volte chiamato nel film, apre quest’opera cinematografica e la chiude nell’amara sconfitta ma nella speranza di una vita salvata che possa raccontare l’accaduto. Moby Dick è quella figura quasi divina che si vede e poi sparisce. Ricompare per poi inabissarsi nuovamente nel profondo, nell’inesplorato, dove neanche i balenieri e i lupi di mare non osano addentrarsi. È la scoperta e la perdita di una fede più grande all’interno di quel piccolo mondo che è il vascello di legno e avorio.

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Una storia d’avventura filmata che affascina anche a distanza di anni, e che ripropone tutta la letteratura europea e non solo. È un tripudio alle domande e ai dubbi sull’esistenza umana e il suo rapporto con tutto il resto. Questo lo penso ora, dopo averlo rivisto più e più volte. Solo a un primo sguardo, è un elemento avvincente e senza tempo che ci lascia sognare e vivere con la trama e i personaggi fino in fondo. Entri nell’inesplorata avventurata. Sei Ismaele, Achab o Melville stesso, e vorresti che tutto questo non finisse mai.

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