di Lorenzo Borzuola

Il regista serbo Emir Kusturica torna con un nuovo esempio di cinema underground, in cui grottesco, dramma e libero amore si incollano tra loro in una armonia naturale ed emozionante. Nel film anche Monica Bellucci con un ruolo che può essere considerato uno dei migliori della sua carriera.

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On the Milky Road” è il nuovo film del regista serbo Emir Kusturica. Ora nelle sale cinematografiche italiane, è un’opera nata ancora una volta dalla mente del suo autore rivoluzionario e straordinario, che lascia ampio spazio all’immaginazione, alla fantasia. Senza dimenticare quella forma di realismo profondo che è sin dalle prime scene intaccato in quei personaggi caratteristici che aprono la storia con la stessa eleganza e silenzioso rispetto di uno spettacolo teatrale. Ambientato nelle sperdute montagne sassose e verdeggianti in una zona balcanica non bene specificata. Conoscendo le tematiche del regista, possiamo dedurre che quei luoghi e quei volti altro non sono che probabili esperienze vissute e piante.

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Kosta, per il quale lo stesso Kusturica da le proprie sembianze e movenze, è un uomo di mezza età che fa da staffetta da un accampamento militare in montagna fino ad una stramba fattoria nella pianura, governata da un’anziana nativa allettata che litiga con il grande e pericoloso orologio Austro-Ungarico che causa continui problemi anche alla giovane Milena. Ogni giorno Kosta, a cavallo di un mulo e in compagnia di un falco pellegrino, suo fedele amico, percorre quella strada seminando con pacata destrezza le pallottole che fischiano quotidianamente senza interruzione. È su quella strada che il protagonista, strano essere umano da un ambiguo passato e da un nascosto cuore nobile, si pone dei dubbi che prima non lo avevano mai sfiorato. Proprio su quella strada, mentre fa scorta in due taniche militari, incontra un serpente che beve il latte che Kosta lascia cadere a terra. Il serpente s’ingrossa a tal punto da diventare quasi una minaccia; ma qualcosa cambia. In quella via, lui il mulo e il falco, rischiano la vita prima di raggiungere la meta. In quella fattoria Kosta, amato fortemente da Milena, conoscerà una donna (Monica Bellucci).

La donna non è del posto ma grazie a Milena ora è vive lì. La ragazza, infatti, aiutata da due ambigui criminali, l’aiuta ad uscire da un ospedale in cui era ricoverata; quando il fratello, l’eroe Zaga, tornerà dall’Afghanistan, la potrò sposare e Milena potrà invece accalappiarsi il taciturno Kosta. Tuttavia il destino dell’uomo e della donna, di origine italiana, si fonderà quando a tal punto da dover prendere una decisione. La guerra e un lontano odore di pericolo, travestiti da tre militari, l’inseguiranno in un’avventura tra terre selvagge e ostili. Selvagge per modo di dire, data la forza divoratrice della distruzione bellica che varca i confini incontaminati di quel paesaggio a tratti magico, a tratti troppo pericoloso.

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Due costanti principali in quest’opera che ripercorrono tutta la produzione artistica di Kusturica: La natura e un suo possibile logoramento per mano dell’uomo. Il tema caro e ossessivo di una catastrofe che ha segnato la vita del regista, del quale non riesce farne a meno. E così, in un racconto impregnato di fantasia, fiaba e leggerezza, si scontra il dramma e la perdita. L’amore e la morte. È un film di Kusturica perciò non mancano mai sfumature grottesche, ironiche messe a contatto con una violenza familiare all’autore e ad altri che come lui portano un peso e uno spiacevole ricordo. Una storia non priva di sketch comici e battute sanguinarie: non lascia nulla all’interpretazione ma te lo sbatte in faccia senza preamboli. È invece il tema amoroso, dell’affetto e quello più semplice della gentilezza che viene accennato in alcuni punti: in altri è molto più offuscato. Il bello di un film del genere è proprio questo: ad immaginare e vivere di ciò che non c’è. Difronte alle visioni grottesche e non curanti dei mali circostanti, si è disposti andare oltre la nostra fantasia pur di vedere un filo di speranza che inorgoglisca e tranquillizzi.

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C’è pur sempre il ricorso all’immaginazione concreta e la fuga nell’irreale, specie nella scena dell’albero, quando la donna e Kosta spiccano il volo e scappano dalle grinfie dei tre soldati. Il male, comunque, è sempre in agguato e risulta difficile sfuggirne. C’è il ricorso alla mitologia quando si nascondono tra le pecore. C’è il ricorso a Chaplin e a tutte le tematiche che facciano di questa storia un esempio di realismo tragico e una sorta di favola della buona notte. L’eroe schivo e nobile, un asino e un falco, una donna il cui amore non è corrisposto, un antagonista – il fratello eroe di guerra che è una possibile incarnazione in più del conflitto e della tragedia bellica- e la dama incompresa dai lunghi capelli neri.

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Si lotta per uno scopo puro, innato e immortale, e si muore per uno inventato dall’essere umano. Il campo di battaglia è l’altro simbolo ormai decadente di un paesaggio, un lago, un fiume, una montagna; l’elemento naturale a rischio d’estinzione che racchiude racconti come questi.

Emir Kusturica nei panni di attore e Monica Bellucci, che per la parte ha seguito un corso per imparare il serbo, collaborano insieme e ciò che ne viene fuori è un film poetico, esuberante e ricco di emozioni. La cultura del paese è un altro fattore d’interesse che mitizza il contenuto di “On the Milky Road” e lo rende vero, surreale, fuori dalla normale visione della temporalità ma pur sempre dentro e legata a filo doppio.

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