di Lorenzo Borzuola

Alien: Covenant, dovrebbe farti sentire come unico incredulo spettatore in una sala buia di un cinema. Terrorizzato da ciò che è accaduto e inerme difronte a quello che sta per accadere; perché diciamocelo, è un film in cui da subito si possono sentire le urla e il malfunzionamento della missione. Non si aspetta altro che il bislungo capoccione di una delle creature più affascinanti e terribili mai create. Ridley Scott, alla regia della terza ricapitolazione di ciò che fece della sua nascente carriera un grande trionfo, compie qualche passo indietro e tenta di dare informazioni aggiuntive alla trama. La stessa trama iniziata negli anni settanta all’interno della nave spaziale “Nostromo”, poi posta sulle spalle del “Prometheus”, in cui la minima originalità stava proprio nel fare luce in tutte quelle tracce così disseminate nel primissimo lavoro del regista inglese. La nave attraccata sul pianeta deserto, il resto mummificato di uno di quei esseri umano formi, rivelati come nostri ingegneri nel film “Prometheus”, ma soprattutto le stramaledette uova aliene che in quest’ultimo lavoro hanno sempre una certa dose d’importanza.

Alien: Covenant è il sequel di “Prometheus”, in cui succedeva tutto e nello stesso tempo niente di così elettrizzante da sperare un altro film. Invece il buon vecchio Scott non solo ripropone la storia del “Prometheus” ma fa partire il tutto come il primissimo originale, quindi il solito viaggio verso una meta stabilita in precedenza, in questo caso un pianeta da colonizzare, l’equipaggio in stato di criosonno e il risveglio. In effetti il punto d’arrivo è un lontano pianeta di nome Origae-6, che per arrivarci ci vorrebbero sette anni. La figura dell’androide Walter, interpretata ancora una volta da Michael Fassbender, aleggia come un presagio sui responsabili della navicella  e sui duemila coloni in attesa di quell’arrivo che, inutile a dirsi, non vedranno mai. Con la dipartita del capitano, nei minuti iniziali, c’è la presa di potere da parte di un altro che non appena scopre un pianeta sconosciuto ancor più vicino di Origae-6, non ci pensa un secondo di più e scende in avanscoperta con  un drappello di uomini. Da lì il caos è sempre più palpabile e il sangue inizia a scorrere a fiumi subito dopo che un colono pesta per sbaglio alcune palle o bacche dalle quali esce un microbo che penetra nell’orecchio del malcapitato infettandolo. Ciò che ne verrà fuori sarà la spettacolare nascita di un mostro alieno che inizia subito a seminare il panico. Perché è quasi inutile dire di indossare sempre il casco. Dopotutto è un altro pianeta.

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Tuttavia il peggio deve ancora arrivare e quasi a metà della pellicola, con un numero già elevato di vittime, ecco farsi largo la figura luciferina dell’androide David, superstite del Prometheus, che in un primo momento aiuta quei pochi rimasti, per poi dare sfogo alla sua sete di conoscenza e creazione di organismi alieni potenti, superiori alla razza umana che lui detesta. Lo stesso David che all’inizio del film parla con il suo creatore in un dialogo sull’esistenza umana e su chi possa essere il vero architetto di tutto quello fin ora conosciuto. Dopo un duro confronto tra Walter e David, l’eroina del film Daniels riesce a mettersi in salvo dal mostro e a tornare assieme ad altri sulla nave, riprendendo il viaggio verso Origae-6. Ma il contagio non è ancora terminato e dopo l’epico scontro tra umano e alieno, quando l’ordine sembra ristabilito, ecco il finale aperto che chiude la trama sulle note di Richard Wagner.

Scott ci prova ma a mio parere non trova niente di meglio che spettacolarizzare un po’ di più tutti quegli elementi già visti e rivisti nei film precedenti. Ci si spinge verso un qualcosa che dia risposte ma oltre a qualche immagine che sembri persuasiva e concreta, non c’è nient’altro che soddisfi l’attenzione del pubblico. La mano del regista è stilisticamente grandiosa per un’opera che gira sempre intorno a se stessa senza uno scopo ben preciso. Quindi il tutto va a perdersi in scene d’azione e nascite aliene continue dopo la prima parte, in cui si risente del vecchio stile e dell’originale. All’inizio c’è un aumento di curiosità e tensione in cui si crede di arrivare alla verità. Quando la storia riparte dall’atterraggio sul pianeta già è tutto scritto e sebbene il personaggio dell’androide possa davvero spiegare qualcosa e aprirci gli occhi è la scena sulla nave che prende il sopravvento, quando la creatura semina il panico e l’eroe femminile, brutta copia della Weaver quarant’anni dopo, lo distrugge rigettandolo nello spazio.

Non c’è un filo conduttore specifico, e le scene che dovrebbero essere più esplicative si riducono in chiacchere confuse per fare spazio all’azione e al sangue. Inutile anche fare troppi giri di parole. David è un lontano parente del Roy Betty di Blade Runner e un ancora più lontano di Hal 9000. Esseri creati dall’uomo che si ribellano ad esso nel momento in cui si rendono conto che quel legame non è più indispensabile e possono continuare da soli la missione. La figura dell’androide è forse quella più interessante, già iniziata nel primo film con la figura di Ash, e qui portata avanti. Con l’andare del tempo però diventa banale e anche stancante. L’unica cosa in cui si può fare affidamento sono le scene mozza fiato di quando un nuovo alieno nasce o quando attacca le sue vittime. È forse questo che ci rende attaccati a questo film e a tutti i suoi prequel e sequel; l’indistruttibilità di un essere che si può riprodurre tramite un metodo troppo complicato e allo stesso tempo affascinante. La cosa più strana e quella che più ci rende svegli è che tutto ti può contagiare e ogni cosa è un minuscolo organismo dal quale ne esce uno più grande e feroce. Scott viene anch’esso contagiato perdendosi in scene spettacolari, mentre la trama è sciatta e leggermente rivisitata con accenni di banalità. In generale, un film da vedere senza affezionarcisi troppo.

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