TuttoBenigni 95/96: quando Benigni era Benigni

di Lorenzo Borzuola

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Tutto Benigni 95/96 segna veramente l’apice della carriera di Roberto Benigni; storico e insuperabile mattatore che ha portato la sua iperattiva schizofrenia politica sul palco durante gli anni della gavetta di giullare, comico, attore e satirico. Solo nel 98 avrebbe vinto l’oscar per il miglior film straniero e quello per il migliore attore protagonista. Fino ad allora, la sua comica verve da toscanaccio istruito si è fatta grande e potente proprio con questo spettacolo che va oltre il successo da cassetta. Un’opera d’arte come se ne trovano in quantità enormi nella carriera dei vari personaggi di spettacolo, cinema in questo caso, letteratura, musica, pittura, ecc. Ognuno però ha una sua opera preferita o che viene preferita; messa in prima fila come monito. Per Benigni, lo spettacolo scritto, con la supervisione di Vincenzo Cerami, diretto e interpretato dal 95 al 96 è come per un Picasso “Guernica” o per Beethoven la “Nona Sinfonia”. Un capolavoro di comicità in cui ci si lascia con calma e felicità andare, divertiti e sempre al limite delle risate. Quelle belle, grasse, strozzate  e miste al pianto.

 

 

In una durata di circa 105 minuti, la messa in scena inizia con la musica d’assalto con la quale l’attore affronta sempre il suo pubblico. Bisogna ricordare che le musiche sono di Nicola Piovani. Successivamente, dopo un’arringa nella quale l’attore vuole creare il Partito del Pinzimonio, si assiste ad una lunghissima e quasi interminabile sfilata grottesca e satirica che percorre metà della politica italiana. Quella di Craxi ma soprattutto del cavaliere che in tutto lo spettacolo viene ripetuto e si fa come un co-protagonista invisibile ma presente. Berlusconi è un po’ la stellina dello spettacolo attraverso la quale Benigni riesce a creare attorno a se battute su battute, freddure su freddure. Il suo cavallo di battaglia, in poche parole.

Scene intervallate da piccoli giochi di parole e scherzi in cui il giornalista Ferrara viene sempre preso di mira: “Mi hanno detto che Ferrara è una persona gentilissima ed educatissima. Dicono che l’altro giorno in metro si è alzato e ha offerto il suo posto a quattro persone”.

Si continua, perciò, con la storia del partito di Forza Italia; quando si doveva scegliere il nome del partito e prima di arrivare a quello definitivo si pensava a “Partito Sanremo Italiano-PSI”, che non piaceva a nessuno, oppure “Partito Arbitro Cornuto”. Il discorso a Reti Unificate in cui nascono le cosiddette “Frasi Berlusconiane”: mi consenta, io mi sono fatto da solo, giuro sui miei figli, scendo in campo. Tutto questo per arrivare alla prima canzone tormentone dello spettacolo che è “Quando penso a Berlusconi”. Un elogio al politico e a quando pensa a lui, descritto come un totale sgonfiamento di apparati genitali.

« Quando penso a Berlusconi
mi si sgonfiano i coglioni
e mi si sgonfiano le palle
e non so più dove cercarle!

Quando penso a quel biscione
mi si abbassa la pressione
e l’apparato genitale
c’ha un collasso verticale!

Quando penso a Berlusconi
il testicolo si ammoscia,
tutto il corpo mi si affloscia,
ogni cosa mi va giù
e non mi si rizza più!

Non mi si rizza più! »

Ma non è l’unico ad essere preso in giro. Uno ad uno, tutti gli alleati e collaboratori vengono marchiati a fuoco dalla comicità senza freni del Benigni. Da Cesare Previti, detto il falco di Forza Italia, che non avrebbe toccato nemmeno con una canna da pesca, a Umberto Bossi e il suo “Noi ce l’abbiamo duro”. Dalla divisione del partito di Rocco Buttiglione al figlio impazzito di Vanna Marchi, alias, Vittorio Sgarbi.

E ancora: “Fortuna che non c’è stata la guerra civile. Grasso che cola, come dice Ferrara quando suda”. “E il grosso è fatto. Come disse la mamma di Giuliano Ferrara quando partorì”.

Una satira politica dopo l’altra per passare poi a riflessioni più profonde sul senso della vita e della sofferenza. Ma sono riflessioni che trovano immediatamente una sponda grottesca dove poter ritornare ancora a far ridere. Ora vediamo Benigni tramutarsi in Dio, il quale torna da San Pietro che gli mostra in che situazione di miseria e di rincoglionimento sia finito il mondo in questa precisa epoca storica. Fa comparire un sordo Mosè che ha sbagliato ogni cosa dettata dall’altissimo: “Ti dissi Caino e Adele. Adele. Ma perché quando non capisci non mi dici come scusi non ho capito? Due maschi mi hai fatto? E Per forza si sono ammazzati, due maschi chi trombavano scusa”. Dopo si presenta Noè, che nel suo viaggio con gli animali racconta di aver rischiato di essere sodomizzato da una di quelle due ultime specie. Dio da uno sguardo al paradiso e dopo essersi accorto che è vuoto decide di chiamare Giosafat e di liberare la valle per il giudizio universale anticipato del 21 aprile. In mezzo alla grande folla di gente non mancano di certo i politici italiani che fanno un po’ da bilancia per l’intera razza umana. Quelli scomodi vengono immediatamente cacciati; come Sgarbi, quando continua a ripetere “puttana Eva” ed infine è rincorso da un manesco Adamo. Craxi viene ripreso più volte dall’Onnipotente Benigni quando sbaglia gruppo etnico e sociale: “Gli imbecilli a sinistra. I grandi statisti a des…Craxi dove cazzo va?” Ferrara è costretto a spostarsi dal gruppo di cannibali che gli girano intorno. Una volta andatosene Dio trova un posto per i cinesi, giapponesi e qualche cittadino del Tufello.

Una volta smistati un po’ tutti, americani, inglesi, africani, Emilio Fede e compagni, arriva anche il cavaliere Silvio Berlusconi che si presenta dinnanzi a Dio con un semplice “Buongiorno, collega”. Dopo aver elencato tutte le sue ricchezze con un rock crudo e forte, Dio e San Pietro rispondono con un canzoncina da rito abbreviato; “Fior di limoni. Io e Pietro, siam giunti, alle seguenti  o conclusioni. È ora che tte leviii…. O daii , coglioniiii”. E la giostra della risata continua fino al momento in cui Dio, ormai stanco e inerme difronte alla confusione umana, detta a Mosè l’ultima vera legge utile perché il mondo torni ad essere un posto felice. “Questa è la somma parola. Amate e basta”. Poi controlla se Mosè abbia scritto bene: “Questa è la pommarola. Mangiate la pasta. Si, si Mosè avevo detto così”.

Un minestrone politico e sacro in cui non lascia perdere nessuno e dove è possibile ritrovare la causa del grande marasma che affligge l’umanità nella politica italiana di quegli ultimi anni. Benigni, anche nei suoi interventi in conferenze, in trasmissioni, non aveva mai smentito le sue idee e di sicuro le sue forme ironiche verso quella precisa area politica. Con “Tutto Benigni 95/96”, porta a compimento il lungo tragitto iniziato con “Tutto Benigni 1983”. Tutto più in grande fino a toccare la sacralità e portare in giro anche quella. Un pezzo di comicità indimenticabile simbolo di quella straordinaria era confusionaria quando Benigni era ancora Benigni e Berlusconi ancora manovratore.

L’evento si conclude con la sua canzone più famosa: “L’inno del corpo sciolto”. Un elogio all’amore per una cosa tanto naturale quanto importante; frutto d’emozione e tranquillità, che descrive e riassume l’intero spettacolo.

 

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