di Lorenzo Borzuola

Per la nostra rassegna “Cronache di un vecchio perugino”, di cosa parlare oggi se non di uno degli hobby più antichi e ora più criticati della nostra società?! La caccia. Un passatempo che per il nostro saggio cantore è sempre stato un punto di riferimento e di incontro, attraverso il quale scoprire la paura, l’avventura e la vittoria. Si, perchè i cacciatori che il buon vecchio Osvaldo descrive, non sono solo quelli con fucile in mano e cartuccera a tracolla. Anche quel periodo è evidente nella sua vita, tuttavia è bene tornarsene indietro a quelle prime battute di caccia, in cui non si cacciava tanto per puro spirito sportivo, quanto per fame.

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All’epoca, intorno agli anni trenta, Perugia era solo ciò che si poteva vedere disteso su quel colle. Il resto era solamente una lunga distesa di campi che andavano a formare la campagna più fitta e sincera, fino ad arrivare al successivo centro abitato, che poteva benissimo essere al quanto più lontano, desolato e privo di una comunicazione persistente. Era facile per un piccolo guappo -in dialetto perugino “frego” o “freghino”- andare via dalle mura della città e trovarsi immediatamente in mezzo a un bosco o in un campo di grano. La prima esperienza di vita era proprio quella di raggiungere questi luoghi sparpagliati un pò dapperttutto e tentare la fortuna. Alle fonti di Monte Melino, località non molto lontana, c’erano una serie di canali e fossi utili all’irrigazione. Poco distante un mulino, tutt’ora esistente e funzionante. Da ragazzini andava in voga la pesca con le mani. Alcuni si buttavano nel canale mentre altri battevano dei bastoni sulle rive di granito, in modo tale da speventare i pesci che subito uscivano dalle loro tane e si riversavano nel mezzo del fiume, non sapendo di trovare le mani di quegli esordienti pescatori pronti e frenetici. Quando la carne di pesce scarseggiava anche in quei ruscelli, le rane erano il piano B. Di maggior difficoltà catturarle, erano anche di più complessa preparazione prima di poterle mangiare. Le si prendevano per le zampe, così racconta Osvaldo, e una volta tirate fuori dall’acqua, con una botta secca le ammazzavi. Portate a casa, bisognava metterle a bagno un’intera notte. Il giorno seguente si spellavano e con le cosce, che diventavano grosse e bianche, c’erano due possibilità per cucinarle. In umido con i piselli oppure fritte, come vuole la tradizione. Quando non si riusciva a trovare nemmeno le rane, si agiva da scaltri e più delinquenti, rubando la frutta fresca, mele, pere, albicocche, mais o i ceci che i contandini coltivavano proprio sulle rive dei fiumi.

Con l’andare del tempo anche la pesca aveva bisogno di essere sviluppata in maniera più complessa ed esperta; quella tradizionale, insomma. L’unica volta che Osvaldo andò a pescare come si deve, ovvero con retini, canne e barca, fu un pomeriggio di gennaio; a dire il vero era il primo giorno dell’anno. Fu convinto ad andare in una zona denominata Monte Forcione dal fratello maggiore Orlando e da un certo Panico il quale aveva portato via per l’occasione una valigia pesante. Dentro c’erano quattro bottiglie piene di polvere da sparo; bisognava solo metterci la miccia e il gioco era fatto. Le canne non sarebbero nemmeno servite. Il primo ordigno fatto in casa che fu lanciato, si dimostrò essere difettoso, tant’è vero che ne fu subito gettato un altro che, dopo circa trenta secondi, scoppiò facendo emergere a galla una quantita enorme di pesce. Eppure la botta non li uccideva bensì restavano disorientati e fiacchi solo qualche minuto e i tre dovevano fare in fretta se volevano portarne un pò a casa. Avevano perso il retino; Osvaldo dice che riuscirono a tirare sulla barca soltanto una piccola quantità dato lo svantaggiato uso delle mani che si gelavano se restavano troppo in acqua. Egli rinunciò da subito a prenderne degli altri, e così fece il fratello; ma per Panico, agguerrito pescatore, non c’era tregua. Si gettò nell’acquà gelata e nuotò verso i pesci. Quando uscì, dovettero accendere immediatamente un bel fuoco per scaldargli i piedi che faticavano a riprendere un colorito naturale. Non erano poi così lontani dalle famigerate battute di caccia di un Fantozzi o un Filini.

Dopo essersi sposato ed aver avuto figli, i momenti per un pò di svago erano pochi. Dice di non aver amato mai molto la caccia perchè detestava l’idea di svegliarsi alle cinque del mattino per andare in cima al monte e aspettare, con la possibilità di non prendere nemmeno un uccello. Così, racconta, ci andava solo quando il figlio più grande gli chiedeva di accompagnarlo. Suo fratello, invece, aveva un sistema migliore; a parte cacciare solo con una leggera maglia di cotone anche in inverno -tornato dalla Russia dopo la guerra non soffriva più il freddo-, ma poi raramente cacciava nel bosco com’era di regola. Lui se ne andava con un amico prete in un piccolo casolare sperduto. Si affacciavano alla finestra con un pò di fiaschi di vino e attendevano che qualche tordo, un fagiano o un cinghiale passasse sotto la casa. Una volta ci si arrangiava con molta più facilità. Ritornando ad Osvaldo, non era un grande cacciatore: a lui bastava prendere una preda per essere soddisfatto e tornarsene a casa.

L’altra fondamentale battuta di caccia non si svolgeva nei boschi, nè in montagna o sulle rive di un fiume: la città era il campo di battaglia dove trovare prede fresche, con l’unica differenza che poi era costretto a pagare. Questo, dice Osvaldo, avveniva quando non era sposato e aveva bisogno di svago anche sesuale oltre che fisico. Anche quella era una sorta di caccia grossa.

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2 commenti

  1. “siero antivipera a tracolla”… 😀 😀
    io non sono cacciatore bensì un banale amante delle montagne e delle escursioni, ma con il Fantozzi della caccia mi ci identifico bene anch’io… 😀

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