E. A. Mario: autore nell’ombra

di Lorenzo Borzuola

Per la simpatica rassegna “uomini nell’ombra”, il 24 giugno è proprio l’anniversario della morte di uno di questi, chiamiamoli, personaggioni. Questo in particolare, è stato forse uno dei più celebri autori di canzoni, poesie e filastrocche che dall’Italia si è spostato oltre la lingua d’oceano in uno dei periodi storici più importanti di sempre. Vi siete mai chiesti chi avesse scritto canzoni come “La canzone del Piave”, “Tammurriata Nera”, o “Santa Lucia Luntana”? Testi famosi nella penisola quanto fuori. Tale individuo celebre e dimenticato, risponde al nome di Giovanni Ermete Gaeta, meglio noto con il nome d’arte di E. A. Mario.

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Nato nel 1884 a Napoli, la sua infanzia era racchiusa nel quartiere popolare di Sant’Antonio Abate e nel retrobottega della barberia del padre: tutto ciò che la famiglia possedeva. Dopo i primi studi e il matrimonio, avvenuto nel 1919, E. A. Mario intraprese un forte rapporto d’amicizia e collaborazione artistica con un altro grande del suo tempo, Eduardo Scarpetta, commediografo, attore teatrale e capostipite della famiglia d’artisti dei De Filippo. Intrapresa la carriera di marinaio, dovette abbandonare l’accademia nautica per motivi finanziari e fu proprio in quel momento che un piccolo strumento musicale cambiò totalmente la sua vita. Un tale che si era appena servito nella bottega del padre, dimenticò sul bancone un mandolino. Sapete come sono i napoletani; E. A. Mario non lo restituì al legittimo proprietario bensì lo tenne con se, e imparò un poco alla volta a strimpellare lo strumento con grande facilità e a leggere la musica da autodidatta. Successivamente divenne impiegato alle poste. “Maestro, le vostre musiche sono bellissime ma i testi sono tante papucchielle!”, frase che il giovane artista, molto bruscamente, proferì dinnanzi a Raffaele Segré, famoso compositore di canzonette dell’epoca. Un incontro strano, indiscreto come è nell’anima del popolo partenopeo, ma che fu ricolmo di fortuna e aprì immediatamente le porte a questo piccolo guappo strafottente. Segrè accettò il consiglio delle molte persone che già conoscevano la fantasia del giovanotto, e lo convinse a scrivere un testo musicale. Se il prodotto fosse stato di suo gradimento, lo avrebbe aiutato a farsi un nome. Nacque la sua prima canzone in dialetto napoletano: “Cara Mamma”.

Costruitosi una maggiore cultura letteraria e storica, E. A. Mario viaggiò nell’Italia settentrionale, facendo tappe artisticamente importanti a Bergamo e poi a Genova, dove svolgeva la professione di giornalista per il periodico “Il lavoro”. Periodo questo in cui sperimentò nuovi generi musicali: le sue canzoni vennero presto interpretate e anche un po’ snobbate da Totò, anch’egli all’inizio della sua carriera. Periodo in cui si fortifica la sua vena poetica. La notte del 1918, dopo la sconfitta degli austriaci sul Piave, scrisse le parole della celeberrima canzone che divenne poi col tempo inno di vittoria e libertà contro il nemico d’oltralpe. La canzone gli fece acquistare subito una grande notorietà tra i soldati e i capi dell’alto comando. Quando la seconda guerra mondiale giungeva a termine, “La canzone del Piave” fu adottata come inno nazionale provvisorio. La canzone venne riproposta come inno ufficiale solo nel 2008 da Umberto Bossi.

Molti sono gli aneddoti che fanno di questo compositore e poeta un grande genio sfacciato e anche privo di modestia. Uno dei tanti racconta di quando il re Vittorio Emanuele III lo invitò all’inaugurazione del Vittoriano e l’artista, mazziniano convinto, confessò la sua fede repubblicana. Il re non se la prese, anzi, secondo alcune testimonianze, accettò quel gesto come un atto d’onore e sprezzo del pericolo. Lo nominò commendatore. Il secondo episodio invece fu quello del famoso colloquio tra E. A. Mario e il presidente Alcide De Gasperi, che gli offrì l’incarico di comporre l’inno ufficiale della Democrazia Cristiana. Egli rifiutò dicendo che lavorava sotto l’impulso dell’ispirazione e non su commissione.

Tammurriata Nera, Vipera, sono solo due esempi del vasto repertorio del poeta e paroliere, interpretati nel tempo da volti, o meglio, voci note della musica italiana e dell’opera; Enrico Caruso, Beniamino Gigli e per ultimo Luciano Pavarotti. Tutto il mondo ha ascoltato almeno una volta una sua composizione. È considerato uno dei massimi esponenti della canzone napoletana, assieme a Ernesto Murolo, Salvatore Di Giacomo e Libero Bovio. Era nato il 5 maggio, ottima data per un aspirante poeta, e morì il 24 giugno 1961 all’età di 67 anni a Napoli. Le sue poesie e canzoni, circa duemila, sono note a tutti, rendendo così un personaggio di questa portata un italiano e artista da ricordare.

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