Addio a Paolo Villaggio: salghi lei Ragioniere!

di Lorenzo Borzuola

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Durante la cerimonia funebre per Mario Monicelli avvenuta a Roma nel 2011, un ancora energico Paolo Villaggio disse di essere diventato bravo per commemorare i colleghi che nella morte lo hanno preceduto. Gassman, Tognazzi, Monicelli. Ora che anche lui se ne è andato, chi potrà commemorarlo come si deve.

Oggi, 3 luglio 2017, è morto all’età di 84 anni Paolo Villaggio, ultima vera maschera del cinema e di tutta la cultura italiana. Assieme ai personaggi della commedia dell’arte goldoniana come Arlecchino, Pulcinella, e poi su, con il cinema, anche Totò –maschera di miseria e della risata-, anche il personaggio del ragionier Ugo Fantozzi aveva fatto il suo tempo e calcato l’immaginario collettivo con una descrizione esatta, per quanto anche surreale, dell’uomo medio: dell’italiano medio. La figlia ne da il triste annuncio su FaceBook postando una foto dell’attore e con la frase Ciao Papà, ora sei di nuovo libero di volare. Frase particolare, ma dolce e profonda, che non ci si sarebbe aspettata da uno come Villaggio; ironico al massimo, anche strafottente e sicuramente grande bugiardo, capace di dire e pensare di tutto, che negli ultimi anni si lasciava andare in goliardiche interviste in cui sfotteva se stesso e ogni persona che gli capitava fra le mani. All’interno delle mura domestiche, pur sempre un uomo, un padre e un marito arrivato all’ultima fase della vita. Quella vita che lui aveva sempre preso un po’ sottogamba e nello stesso tempo descritta come un’agonia feroce e un lungo divertimento senza fine.

Sin dalle origini, Villaggio, genovese verace, ha sempre messo in pista qualsiasi cosa pur di arrivare al successo, irrompendo prima nei cabaret, poi nelle trasmissioni televisive quando portava in scena i suoi personaggi più riusciti. Kranz, Fracchia e Fantozzi, il più riuscito dei tre e nato dalla sua mente sotto forma di romanzo. Fu l’agguerrito Luciano Salce che decise di trasportare lo sfigato ragioniere sul grande schermo nel 1975. Da li, ne uscirà una saga lunga trent’anni, che non annoierà mai lo spettatore, sebbene gli ultimi film non son all’altezza dei precedenti. Con lui, con la sua forza comica, il suo fisico goffo da impiegato logorato di lavoro, una schiera di volti e attori senza i quali non si sarebbe certo potuto parlare di un gran film. Perché è il gioco di squadra, il contorno e le persone con le quali Fantozzi entra in contatto che lo rendono un uomo totalmente sfortunato, circondato da individui che tendono ad alienare la società di quell’epoca. Da Milena Vukotic, nel ruolo della signora Pina, in precedenza l’attrice Liù Bosisio, Plinio Fernando nei panni della bertuccia Mariangela, Calboni, la signorina Silvani, Miss Quarto Piano, e poi il grande Gigi Reder nel ruolo del miope Filini, grande spalla di Villaggio e perseguitatore del povero ragioniere. Soprattutto a Villaggio, con i libri e le pellicole, va il grande privilegio di aver contribuito con questo personaggio alla trasformazione della comicità in Italia, all’arrangiamento con nuove tematiche drammatiche e spiritose e all’uso dei cosiddetti termini fantozziani oggi ancora in uso; molti sbagliano ancora pensando che sia il vero Congiuntivo. “Allora bevi. – Ma, mi da del tu? – ma no è congiuntivo”.

Un attore sempre sopra le righe che in tutti questi anni di carriera ha potuto lavorare assieme ai grandi del cinema italiano. Primo fra tutti Monicelli che lo volle nel ruolo dell’alemanno Torz, nel film “Brancaleone alle crociate”, al fianco di Gassman, Proietti e Stefania Sandrelli. Ancora, con Tognazzi, del quale raccontava spesso i vari aneddoti delle cene passate a casa sua a mangiare dei piatti tanto all’avanguardia quanto disgustosi e immangiabili. Renato Pozzetto, Boldi e Lino Banfi. Molti registi, considerati oggi dei veri e propri maestri del nostro cinema, ebbero l’opportunità di dirigerlo. Da Pupi Avati a Salce, da Ermanno Olmi per “Il segreto del bosco vecchio” a Lina Wertmüller in “io speriamo che me la cavo”. Sotto la regia di Federico Fellini aveva girato il film “la voce della luna”, assieme a Roberto Benigni.

In più ricordiamo il grande lavoro fatto per la televisione, quando si dovette far conoscere e quando tutti si accorsero che attraverso questo giovane attore genovese stava cambiando il modo di recitare e di far ridere. La frase che Villaggio disse ad una signora seduta fra il pubblico, scoperta essere dopo la zia di Pippo Baudo, “Zitta lei, vecchia imbecille”, fu un gesto brusco ma altamente innovativo. Villaggio rispose per la prima volta al pubblico senza uscire dal personaggio e questo favorì un maggiore approccio con gli spettatori.

Si ricorda soprattutto la grande amicizia che lo legava a Fabrizio De André, con il quale scrisse la canzone “Carlo Martello torna dalla battaglia di Poitiers”, e sempre con lui girò mezza Italia alla ricerca di un produttore discografico che potesse mettere sotto contratto l’anarchico cantautore. Tornati a Genova senza più la macchina e accompagnati da un cappuccino che aveva un alito di merda. Questo sempre secondo le parole del grande Villaggio, che amava anche disseminare ogni suo discorso di verità e allo stesso tempo di grandi bugie. Una della ultime innovazioni a livello di comicità da lui apportate fu quella di non dire mai tutta la verità. Falsificare alcune storie o stravolgere i fatti mettendo l’intervistatore e il pubblico in continua difficoltà.

Un ultimo ricordo non va però a questo grande scrittore, cabarettista e attore italiano, quanto a quelli che come me sono cresciuti con la sveglia messa alle 7 e 51 o con i capodanni passati a festeggiare con panettoni di zaffiri e ametiste e champagne riserva 1612. Un saluto a quelli che come me hanno riso fino alle lacrime e continuano a farsela addosso quando la mano del ragioniere rimane incastrata in macchina o quando va a cacciare con il ragionier Filini. Sono tutti ricordi difficili da dimenticare. È vero, Villaggio non era solo Fantozzi, ma è impossibile non associarlo. Specialmente oggi che se ne va un uomo del suo calibro. Il mondo dello spettacolo e l’Italia tutta, piange la grande maschera del dramma e del comico.

3 comments

    • Intanto ti ringrazio per aver citato il mio articolo. Ho trovato molto sfiziosa questa tua analisi.
      Sono tornato un po’ bambino leggendo. Tuttavia, accanto ai primi due film personalmente aggiungerei anche “Fantozzi subisce ancora”.
      Sebbene già non ci sia più Salce dietro la macchina da presa, credo che Parenti abbia azzeccato in pieno il possibile continuo non sciatto e banale. Poi c’è una sorta di continuazione della famiglia e della stirpe dei Fantozzi che mi rallegra sempre. Ha un ritmo diverso dai primi ma è forse l’unico possibile sequel ben fatto secondo me.

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