di Lorenzo Borzuola

Riguardando quasi per caso la serie televisiva “Malcolm in the middle”, altra grandissima punta di diamante della televisione adolescenziale, riscopro sapori che sembravano essere perduti. Ok, questa è una frase fatta, ma è quello che ho provato non appena ho riascoltato “Boss of Me”, la sigla iniziale composta dal duo rock They might be the Giants. Il loro vero successo, ed erano appena i favolosi anni 2000. Anni in cui tutto poteva cambiare: e così è stato.

Di colpo tutta la mia infanzia era li, nel piccolo schermo del portatile. All’inizio fu quasi un gioco, ma da qualche spezzone su YouTube sono passato all’intera prima stagione della serie, ed è stato come ritrovare un vecchio amico che non vedevi da tempo. Uno di quelli che lasci per seguire nuove avventure quando cresci, ma nel momento che lo rincontri dopo anni è sempre un’emozione difficile da trattenere con risate e molta, molta malinconia. La TV era una seconda mamma che ti coccolava non appena tornavi da scuola. Pranzo veloce e prima di mettermi a fare i compiti per il giorno seguente, mio fratello ed io eravamo già distesi sul piccolo letto infestato da vestiti e giocattoli per goderci alla meglio i venti minuti di Malcolm. C’erano i Simpson, c’era l’ingenuità del Wrestling –che tutt’ora miei compagni di vent’anni e più guardano come se non fosse passato nemmeno un decennio, con lo stesso fervore e credulità- poi arrivarono i Griffin e molti altri spettacoli che, a distanza di anni, non se ne sono mai andati dalla nostra mente. In mezzo a tutto ciò c’erano Reese, Malcolm, Dewey, Hal, Lois, Francis, e tutti quei volti che hanno reso celebre ogni episodio delle sette stagioni fatte. Un modo, ora che ho superato i vent’anni, per guardare indietro e capire quanto fosse entusiasmante quella vita: soprattutto un modo per rendersi conto quante cose c’erano in comune con quella strampalata famiglia americana e la mia; italiana da non so quante generazioni. È l’atlantico a separarci ma il legame che c’è tra Europa e Stati Uniti non è poi così debole e forse non  lo è mai stato. L’America, tramite la televisione e i suoi programmi, ha tenuto, in un certo senso, una stretta relazione. Dopotutto siamo tutti figli dello stesso Dio: o dello stesso atomo. A ognuno la sua scelta.

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(da sinistra) Frankie Muniz, Erik Per Sullivan e Justin Berfield durante le riprese di “Malcolm in the Middle”

Relazione, tra i vari comportamenti familiari, che ho ritrovato nell’undicesimo episodio della prima stagione di “Malcolm in the Middle”.

Funeral (la zia Helen):  in questo episodio tutta la famiglia deve andare al funerale della vecchia zia di Lois, ma Malcolm vuole assolutamente uscire con Julie, sua compagnia di scuola verso la quale nutre un certo interesse. Mentre lui è propenso a restare a casa e cerca di convincere la madre a non andare tentando di farsi del male o con scuse che poi si dimostrano fallimentari, altri invece vogliono andare a tutti costi per soddisfare i propri scopi. Hal, che all’inizio non vuole, si dimostra interessato nella ricerca di vecchi discorsi commemorativi usati in funerali passati. Reese, che aveva rotto il giocattolo per il compleanno di Dewey, non aspetta altro che arrivare davanti alla bara e nascondere li dentro le prove assieme alla defunta. Lois, che nel frattempo ha preparato i panini, lucidato la casa, vestito i figli e il marito, sa di non voler andare perché la zia era una grandissima stronza, ma deve farlo per mantenere alti i suoi valori cristiani e di famiglia. Il tutto si risolve in una manomissione anarchica del piano. Hal si mette ad ascoltare la musica a tutto volume, Dewey gioca con un misterioso bambino di nome Egg che gironzola per casa. Lois decide di abbandonare il ruolo di madre autorevole e si fa un bagno, mentre Malcolm si gode la sua libertà aspettando l’arrivo di Julie. I problemi arrivano quando Malcolm vuole mettersi una camicia ma scopre che è sporca. Lois non gliela lava e così deve farlo lui alla buona e si mette ad asciugare anche i calzoni, rimanendo in mutande. Julie arriva a casa trova il caos;  Hal inebriato sul divano, Lois nella vasca e per finire, fuggendo da Malcolm in soli slip, inciampa e finisce con la testa nella spazzatura rimasta sul pavimento in cucina. Distrutto e imbarazzato per quello che è successo, Malcolm cerca di rimediare alla lotta domestica incolpando un reato più grande del suo;  quello di Reese e del giocattolo. Lois e Hal si scagliano contro il secondogenito e ristabilite le parti obbligano tutti a partire per andare dalla zia Helen: anche il piccolo Egg che non si capirà mai a chi apparteneva.

La bellezza di questo episodio è in quelle piccolezze –esagerate dagli attori- che sento di ritrovare nella mia famiglia e in quella di altre persone. È questa realtà domestica che esce fuori da ogni singolo personaggio e avvenimento che è come se ti sputasse in faccia la verità: siamo tutti cresciuti così. A distanza di anni so che Malcolm non è solo pura fantasia ma un intenso studio della vita di famiglia americana e non solo: di tutto il mondo. Questa verità viene proprio fuori con questo episodio in cui si notano maggiormente i pregi e i difetti di una famiglia.

Malcolm

Intanto c’è il contesto: il funerale di una parente la quale non importa molto ai membri della famiglia. Bisogna farlo e basta perché è un segno di rispetto dovuto. Quante volte mi sono ritrovato in situazioni del genere. Per un cattolico può anche essere peggio perché la mancata presenza al funerale di un caro, è vista a volte come peccato mortale.

In secondo luogo ci sono i vari individui: padre, madre e figli, che vogliono o non vogliono fare una determinata cosa. Lois, che è l’incarnazione della dittatura domestica, non chiede, ordina ciò che dev’essere fatto. Le madri, specie quelle italiane, sono lo stesso. I padri fanno un po’ di storie ma alla fine assecondano le mogli. Hal si ribella ma basta uno sguardo di Lois a fargli cambiare idea. I fratelli più grandi accondiscendono ai voleri genitoriali, se si stratta solo di un giorno e se c’è inoltre la possibilità di soddisfare, anche durante un evento funebre, qualche premio. Per Reese c’è la possibilità di sbarazzarsi del giocattolo, per altri invece, feste o ritrovi con i parenti, possono essere un modo per mangiare tanto e gratuitamente: comportamenti che vedo continuamente in mio fratello e in alcuni amici e conoscenti. Il figlio più piccolo è sempre quello più difficile da convincere. In questo caso la mia figura può essere associata a quella di Malcolm. La scena in cui inventa una scusa per non andare al funerale è proprio lo specchio di molti. Per quanto sia una balla ben congeniata, la furbizia di una madre è un ostacolo quasi imbattibile.

Malcccc

Infine c’è la descrizione di tutta un’epoca d’infanzia che si ripercuote ancora, nonostante gli anni e le trasformazioni sociali. Il primo amore, o semplice interesse per una ragazza, che viene distrutto dai doveri della famiglia. La casa così incasinata e così pulita non appena l’alto comando prende il sopravvento. Il rapporto genitori e figli, marito e moglie e quello tra fratelli. Consiglierei a tutti di vedere e rivedere, per quelli che come me lo fecero in passato, questa straordinaria serie televisiva. In particolar modo l’episodio 11. Uno dei più belli e scientificamente provati per capire come si deve vivere all’interno di un nido domestico. Molte leggi da rispettare e difficili da infrangere, ma quando si diventa un po’ più adulti si ripensa a loro con divertimento e nostalgia.

It’s just good story telling. It’s funny, but it’s also poignant. It has heart, but then it goes absolutely insane. I truly believe that Malcolm is one of those rare shows that make people laugh and feel good. It’s honest. I have such pride connected to Malcolm I just feel so pleased and fortunate to have been on that show and I hope people really enjoy it. – Bryan Cranston talks about “Malcolm in the Middle”

 

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