Cronache di un vecchio perugino: vita in fabbrica

di Lorenzo Borzuola

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Il nostro Osvaldo conobbe l’importanza del lavoro a soli dieci anni. Fino a quel momento aveva frequentato le scuole elementari al di là del piano che separava il piccolo quartiere dalle pendici del Col Landone, ove si erge la città di Perugia. L’ingresso in una delle fabbriche più importanti e produttive della regione e di tutta Italia, lo si deve a sua madre. Donna instancabile e, come la descrive lo stesso protagonista, “Bona come l’pane”, aveva iniziato a lavorare quando aveva cinque anni. Lei e la sua famiglia erano “Casengoli”, vale a dire, dividevano la loro casa con altre famiglie e tutti facevano parte di un unico padrone. Poveri mezzadri il cui solo possedimento era un pasto caldo tutte le sere. Alle due di notte il padre la costringeva a vestirsi e a seguirlo nei campi dove rischiavano pur di racimolare scorte in più senza farsi vedere dal contadino. La notte che il padre morì, la poveretta fu costretta ad andare di persona al vecchio ospedale in città per poterlo vestire. Dopo di che, un matrimonio combinato con un falegname del borgo le assicurarono oltre che una maggiore stabilità economica, anche due figli. Il primo nato nel 1913 e il secondo, nostro cantastorie, nel 1922, anno in cui la madre entrò nella nota “Perugina”, e che ci rimase fino al ’32, quando un incidente con un macchinario le tranciò di netto tre dita della mano destra. Dato il triste evento, il piccolo Osvaldo la sostituì e qui inizia il suo lungo lavoro.

La fabbrica era ancora in centro città, vicino alla stazione. Il primo datore di lavoro, una sorta di tutor che lo prese in simpatia, era un omino con i capelli neri tirati all’indietro e due baffetti finemente tagliati. I suoi compiti erano svariati, almeno durante i primi cinque anni. Lui ed altri scaricavano sacchi di cacao, caffè, uova, frutta, pezzi di ricambio dai camion che la mattina presto arrivavano sul piazzale rettangolare dello stabilimento e la sera caricavano i prodotti da spedire su quelli in partenza. La linea ferroviaria che entrava direttamente la dentro facilitava anche il trasporto all’interno dei vagoni che dovevano mettersi in viaggio. I tempi erano brevi e i turni sempre più lunghi. Così che, dopo anni di apprendimento, anche per Osvaldo arrivò il momento di un salto di livello. Mentre altri venivano spostati al reparto cioccolato o alla torrefazione, Osvaldo si faceva le ossa nel reparto caramelle. Dopo aver scaldato lo zucchero in enormi bagnarole e aver colorato il composto a seconda del gusto desiderato, la pasta che ne veniva fuori una volta completata la prima fase di lavorazione, veniva appesa a dei ganci di ferro e li tirata fino a diventare malleabile e pronta per essere tagliata. A cubetti, a spicchi o in altre forme. L’incartamento avveniva in un’altra ala della fabbrica.

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La pausa che lo portò al servizio militare, finì quando anche la guerra era ormai lontana ed Osvaldo rientrò in azienda ma nel settore spedizioni. Aveva più scelta di turni. Con la famiglia che s’ingrandiva, preferiva lavorare di notte e il giorno aiutare a casa. Ma era sempre in pista, specialmente quando doveva soffermarsi alcune ore in più in azienda per un po’ di straordinari.

La cosa, dice, che più ricorda con più gioia di quel periodo di crescita economica, era l’aria di spensierata calma che si respirava ogni volta che si timbrava il cartellino di entrata. La pausa pranzo con il pane scavato e purè e spezzatino all’interno. Le uova di pasqua enormi che venivano preparate durante il periodo pasquale o l’indimenticabile odore di cioccolato che si sparpagliava velocemente per tutta la città.

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Solo una volta, continua raccontando Osvaldo, fu costretto a tornare a casa in preda al panico. Un operaio addetto allo scarico dei sacchi si era messo dietro al camion intento a tirare sulla piattaforma un carico più pesante. Per facilitare l’operazione era sceso al di sotto della piattaforma e all’altezza delle ruote del tir. L’autista, facendo marcia indietro, distratto e sicuro che dietro non ci fosse stato nessuno, continuava ad avvicinarsi alla piattaforma. Osvaldo, che era poco più distante, vide il camion schiacciare completamente il povero ragazzo, dicendo che cadde a terra senza più vita, sgonfiandosi come un palloncino. Il lavoro fu fermato e anche per quelli degli altri settori fu consentito il ritorno a casa.

 

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