di Lorenzo Borzuola

Il grande regista francese, ma di origini ebreo polacche, Polanski, è uno spunto per tutta l’industria cinematografica dei primi anni sessanta fino ad oggi. Da quando realizzò il suo primo lungometraggio “Il Coltello nell’acqua” nel 1962, non ha fatto altro che far accrescere nel pubblico quella veste di grigio direttore tormentato ed estremamente grottesco, e parte di quei fattori, di quegli elementi che ritroviamo nei suoi film altro non sono che uno strascico, o almeno per alcuni, di esperienze personali, passate, buie e remote che il regista non ha mai messo da parte. Un individuo, inoltre, segnato da varie vicende non proprio rose e fiori che lo hanno portato ad analizzarle più da vicino come se lo spettatore potesse aiutarlo in quella sorta di scavo mentale.

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I suoi film sono impregnati di un’oscura dose di terrore misto ad innocenza e mistero. Dramma mistico ed esoterico contro la realtà distorta e tormentata. Molti avvenimenti della sua esistenza si ritrovano nelle sue opere, perché fatti dell’infanzia, adolescenziali  e frutto di letture, di destino. E il destino, ma più il mistero e la troppa coincidenza sono parti centrali di alcune pellicole. Film che segnano il fato e altri che descrivono il passato.

La mia curiosità, verso un uomo di cinema come questo, mi porta a pensare che nel dettaglio, sebbene una vasta filmografia come la sua, ce ne siano pochi di film che più di tutti riescono a squarciare la realtà del regista spingendolo a mettere in luce le sue fissazioni; quelle più profonde e quelle che sono state di scandalo internazionale: dall’omicidio di Sharon Tate per mano di Charles Manson e della sua banda, le radici polacche devastate dalla tragedia della Shoa fino al suo arresto avvenuto il 26 settembre 2009 per accuse di violenza su una ragazza minorenne.

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Nasce a Parigi il 18 agosto 1933. Rajmund Roman Thierry Polanski si trasferisce a Cracovia dopo che un forte antisemitismo si era diffuso nella capitale francese. Convinti della tranquillità della Polonia, l’avanzata nazista e lo spostamento della famiglia nel ghetto ebraico della città saranno per Roman il primo indizio di un vita già cicatrizzata, destinata a non essere quella di un ragazzino qualsiasi. “Il Pianista”, magistralmente interpretato da un cadaverico Adrien Brody nella parte del pianista ebreo, è un giro immenso attorno a Roman e alle sue radici. Sebbene non uno dei suoi primi, è un racconto biografico e in certi punti autobiografico che spiega quel forte senso di ansia umana disumanizzante che resta viva nel regista. La scena in cui il protagonista cerca di salvare un bambino che tenta di fuggire dalle SS oltrepassando il muro del ghetto, è un chiaro riferimento ad un’esperienza propria, quando fu messo in salvo dalla barbarie nazista. Nel film, invece, il bambino muore. Un film meditato poiché mette a nudo un pezzo di vita in cui tragedia e speranze future si collocano sullo stesso piano. Mostra naturalmente la nascita del Polanski uomo, quello che da innocente vittima diventerà poi un genio del cinema lacerato e con un avvenire non facile.

 

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Adrien Brody ne “Il Pianista”

 

Ecco, perciò, che dopo la guerra entra in scena il secondo capitolo nero di Polanski. Film sul diavolo quando poi è un diavolo ad entrare in casa sua e prendersi le due cose a lui più care; la giovane moglie e il figlio che stava per nascere. Dopo il successo di “Rosemary’s Baby” del 1968, Polanski è a Londra a promuovere il film. Sotto ordine di Charles Manson, i membri della sua banda uccidono la moglie, l’attrice e modella Sharon Tate e alcuni amici della ragazza che si trovavano nella villa in quel momento. Polanski non si da pace e l’unico film che riuscirà a girare pochi anni dopo il triste avvenimento, sarà “MacBeth” del 1971. La tragedia di Shakespeare per ritornare a quella fatidica notte. Infatti la luce tagliente e le scene di sangue e morte sono più che realistiche simboliche. E un secondo fatto tragico, accaduto sempre in quegli stessi anni, è la morte del compositore Krysztof Komeda, grande amico del regista. Se “Rosemary’s Baby” era un film sulla magia nera, l’assassinio di Sharon Tate, più che una coincidenza poteva sembrare il bersaglio di menti malate che si mostravano al mondo come maghi, adepti di forze oscure e maligne. Come fosse stata, quella pellicola, una sorta di premonizione. Il successivo “MacBeth” è più riconducibile ad un resoconto degli eventi anche perché girato anni dopo la furia malata e omicida di Manson. La scena in cui Lady MacBeth muore è molto simile agli avvenimenti che portarono alla morte della giovane moglie del regista polacco.

 

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Roman Polanski assieme a Sharon Tate

 

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Mia Farrow nel ruolo di Rosemary Woodhouse
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John Finch è Macbeth nell’omonimo film del 1971

Il terzo evento fondamentale per la vita del regista è quasi sicuramente il suo arresto per aver molestato una ragazza nel 1977, quando si trovava in casa di Jack Nicholson. Venne trattenuto nel carcere di Chino, in California, per 42 giorni, e al suo rilascio Polanski lasciò definitivamente gli Stati Uniti trasferendosi in Francia prendendo la cittadinanza. Lo stesso arresto gli fu ripresentato nel 2009 quando era Zurigo per ritirare un premio. Personaggi politici e dello spettacolo accorsero in aiuto del regista firmando petizioni per il suo rilascio. Ciononostante l’accusa per violenza è una tematica attorno alla quale ruota un altro suo film. “Chinatown”, del 1974 con Jack Nicholson, Faye Dunaway e John Huston, è un thriller noir il cui finale lascia lo spettatore con un forte senso di stupore. Problematiche legate alla politica, all’irrigazione dei campi attorno alla città di San Francisco, all’amore di una madre verso suo marito o verso sua figlia, sono riconducibili ad un fatto di stupro su minore. Si, bè è un po’ generalizzato, e l’arresto del regista avvenuto solo tre anni più tardi è solo una coincidenza ma un sottile filo che lega il film alla realtà è pur sempre presente.

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Quattro film che sembrano inseguire anche nel privato Roman Polanski. Il primo è naturalmente un adattamento a vita vera e fatti reali, mentre i successivi fanno da cornice alle tragedie passate. Un uomo che nasce dal dolore e ne è tormentato per oltre quarant’anni. Il fatto è che non si è mai arreso ed ha continuato a girare e produrre, occupandosi anche di teatro. Due documentari incentrati sulla sua vita: “Roman Polanski: Wanted and Desire” del 2008 e “Roman Polanski: a Film Memoire” del 2011. Entrambi riescono a fare luce più da vicino a quegli episodi tanto tragici quanto scandalosi e scioccanti, dandone anche un maggior equilibrio a quelle che possono sembrare puramente leggende, realtà o solamente coincidenze.

 

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Polanski sul set de “Il Pianista”

 

 

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