di Lorenzo Borzuola

amarcord

Tre giorni sulla riviera romagnola, in particolare nella ormai meno caotica Riccione, sono un modo sorpassato di stare al mare. Da alcuni anni la gente preferisce spostarsi altrove, dove il mare è più pulito o dove c’è un po’ più di tranquillità, tralasciando un po’ quelle che furono le capitali per eccellenza del turismo marittimo e della movida estiva. Rimini, Riccione, Milano Marittima, Cattolica, hanno perso quel tocco movimentato. In particolare una città come Riccione, un tempo la Las Vegas dell’Adriatico, sembra non offrire più quella dose di divertimento sfrenato misto ad alcool e sesso. Perché diciamoci la verità, le prime vacanze si svolgevano sempre lì e la speranza di incontrare una preda per una notte di sesso sfrenato era il primo pensiero per giovani sedicenni. Naturalmente non succedeva mai, è ovvio. E si passava tutta la settimana con i rimorsi della sera prima e con ancora il sapore amaro dei troppi drink o dei bomboloni presi alle 5 di mattina.

Da qualche anno a questa parte, il fragore giovanile si è un po’ spento. Eppure fa piacere ritornare, anche solo per pochi giorni. Devo dire che da questa parte della costa durante la sera cala un placido velo di malinconia difficile da trovare in altre zone della penisola. Il mare diventa piatto, quasi finto per quanto immobile. Sembra fatto di plastica. La città si spegne a poco a poco lasciando che la brezza marina entri anche nelle strade più distanti dalla spiaggia. Si sentono rumori lontani che scompaiono a mano a mano che il tempo passa. Sembra tutto così magico per quanto in realtà sia abbastanza malinconico e noioso. Ma non sta forse qui il bello del gioco? Immaginare di vedere una città idealizzata che durante le ore notturne si trasforma e diventa un piccolo paese incantato. La fine foschia che accarezza la spiaggia, le luci della strada che brillano rispecchiandosi in acqua e una musica che hai in testa e che risuona di una sinfonia tutta tua.

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Ora capisco perché un personaggio internazionale come Federico Fellini abbia fatto un film su questa terra, la sua sebbene se ne fosse allontanato da anni senza mai il bisogno di tornare. Ed è proprio vero, un film come “Amarcord” ti rimane impresso sulla pelle come una giostra fanciullesca. Non è ambientato a Riccione e nemmeno nella sua Rimini sebbene lui sia riminese. La storia nasce e si evolve sui suoi ricordi e sul sogno, tema sempre caro a Fellini e sperimentato in altri classici. Una città dunque vera ma immaginaria e falsa allo stesso tempo così come reali ma caricaturati enormemente i personaggi; dal protagonista Titta -vero nome dell’amico d’infanzia Luigi “Titta” Bensi- a quello del babbo. Dal personaggio della Gradisca, formosa donna dei sogni, a quello della ninfomane Volpina. Dal nonno allo zio matto, dai compagni di scuola, Naso, Bobo, Ciccio, ai professori con accento pugliese o napoletano; veri mostri usciti dai ricordi e dalla fantasia del regista. Intorno c’è appunto una Rimini di finzione nella quale attori e comparse di cinecittà giostrano e recitano. La trama scandita nell’arco di un anno; dalle manine, i fiori che cadono quando arriva la primavera, la “Sega Vecchia” che segna la fine dell’inverno, poi l’estate con i suoi colori accesi, il Grand Hotel, per poi tornare all’autunno, all’inverno e l’anno del nevone,  e infine ancora una volta alle manine e alla stagione primaverile. Il personaggio di Fu Manchu che passa con la moto per le vie del paese o al porto rappresenta proprio il passaggio da una stagione all’altra.

Il film più autobiografico di Fellini e possibile continuo de “I Vitelloni”. La giovinezza del regista che torna con i volti d’un tempo e gli episodi che succedono immediatamente gli anni trenta. L’adunata fascista, le lezioni scolastiche, il pranzo in famiglia, la visita allo zio Teo, fratello del padre di Titta, e lo zio Lallo, fratello della madre, nulla facente ma amante della buona cucina e delle donne. Il rogo iniziale in piazza del pupazzo della vecchia, simbolo dell’inverno, e la gita in mare aperto fino alle una di notte in attesa del passaggio del transatlantico Rex di ritorno dalle Americhe. Ma dimentico tanti altri personaggi di contorno ma che comunque sono rimasti indelebili come Biscein, il venditore ambulante di lupini, cocomeri, noccioline, o l’enorme tabaccaia, il parroco curioso dei desideri sessuali dei giovani durante la confessione, il barbiere, Giudizio -che apre il film con un discorso sulle manine-, il podestà e il suonatore ceco di fisarmonica.

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Magali Noel nel ruolo della Gradisca
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Titta e la tabaccaia

Un’opera sublime ritmata dalla parlata svelta dei romagnoli e dalle musiche di Nino Rota. Musiche che risuonano anche nella testa di chi non è proprio a Rimini ma un po’ più fuori, nella zona, e vede e sente quella melodia lontana che si fa largo dal mare fino in città e per la campagna. Camminando lungo il porto ti sembra di vedere gli stessi personaggi in sella a delle biciclette o seduti sulle panchine e ti senti parte di quel mondo immaginario. L’estate di Fellini.

2 commenti

  1. gran film Amarcord, più lo guardi e più ne cogli piccole sfumature che magari in precedenti visioni ti sono sfuggite… per quello non mi stanco di rivederlo…
    quanto alla Romagna di Fellini, c’è da dire che erano altri tempi e del resto è anche grazie a questo film che noi più giovani possiamo pronunciare questa frase – di cui spesso si abusa – con relativa certezza…

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    1. É quella posizione di realtà e sogno o ricordi un po’ caricati, falsati che ti fanno rivivere quelle atmosfere. Da perugino, mi sento di non stare in nessun posto e in tutti i posti, citando la frase del nonno. E questo è grazie all’originalità di Fellini che ci si può sentire un po’ tutti di quella terra, di quella fantasia e di quei ricordi.

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