di Ettore Arcangeli

Alla seconda giornata del PerSo Film Festival è già tempo di premiazioni. Si assegna infatti il Premio Solinas – Documentario per il Cinema per la categoria PerSo da non perdere, nella quale vengono presentati promo di progetti da portare a termine. Due sono state le idee premiate ex – aequo: Malditos, di Elena Goatelli e Angel Esteban, che esplora le difficoltà di un gruppo di attori nel costruire un’onirica visione del mondo nel contesto della recessione spagnola; Scarti, di Sara Pigozzo ed Enrico Meneghelli, che racconta la crisi generata dalla conflittualità tra modernità e tradizione in una comunità del Delta del Po.

La cerimonia di premiazione non conclude però la giornata. È in programma in seguito un film su un tema ancora oggi delicato e controverso. Il film di cui vi voglio parlare.

Ötekiler (Gli altri) di Ayse Polat, in lizza nella categoria PerSo Award, può essere riassunto con una frase di William Faulkner, per cui “the past is never dead, it is not even past”.

Ayse Polat è una regista tedesca di origine curda. Dopo aver letto un articolo sul gatto di Van, conteso tra curdi, turchi e armeni, affronta un viaggio in quella lontana regione della Turchia odierna, oggi a maggioranza curda dove più di un secolo fa la comunità armena era di casa. La contesa sulle origini del gatto porta a ripercorrere la tragedia del genocidio armeno, ancora un tabù soprattutto per la popolazione turca.

Le tracce della comunità armena sono ancora oggi visibili. Chiese in rovina e villaggi abbandonati riempiono il brullo paesaggio della provincia di Van. Degli armeni se ne parla solo come “gli altri”. Non facevano parte della comunità, e ciò che è successo era inevitabile, secondo alcune testimonianze. Quando gli abitanti del villaggio iniziano ad aprirsi vengono fuori storie e legami inaspettati. Sono molti ad avere un antenato armeno, il quale può essersi convertito all’Islam per fede o per pura convenienza sociale. C’è bisogno di fare i conti col proprio passato. Per questo sorgono associazioni per il mantenimento dei beni culturali lasciati dagli armeni. Per questo le televisioni curde iniziano a parlare apertamente di genocidio e nelle comunità si diffonde una volontà di conciliazione. Ma questo movimento incontra delle difficoltà oggettive, materiali e politiche. Gli armeni sono spariti da quelle terre, e parlare direttamente dei fatti del 1915 come genocidio è reato in Turchia. E i recenti sviluppi politici del paese hanno bloccato ogni possibile passo in avanti sul tema. È la stessa regista che afferma il cambiamento  degli ultimi anni nell’atmosfera politica locale. Durante le riprese del documentario le televisioni curde parlavano di genocidio e ne discutevano. Oggi a queste televisioni non è nemmeno concesso di esistere.

Il grande protagonista del film è l’assenza. Un’assenza visibile materialmente, nelle chiese vuote e saccheggiate, nelle abitazioni ridotte a ruderi od occupate, e percepibile anche nei racconti e nelle testimonianze di chi con gli armeni ci ha vissuto e ne è “segretamente” discendente.

provincia van.jpg

Non si ha un numero preciso degli armeni che hanno perso la vita intorno al 1915, anche se si ritiene che siano state circa 1 milione e mezzo le vittime di questa tragedia. Un’intera regione è stata svuotata. Non rimangono che ruderi, storie e il gatto di Van.

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