di Lorenzo Cavallo

Esiste tuttavia una scuola di pensiero secondo la quale l’unica affermazione possibile riguardo a un evento storico qualsivoglia – compreso l’inizio della prima guerra mondiale, ad esempio – è che «qualcosa è accaduto»

Dal 12 ottobre è uscito al cinema l’ultimo film di Ritesh Batra , ‘’L’altra metà della storia’’, ispirato al romanzo ‘’Il senso di una fine’’ dello scrittore inglese Julian Barnes.

Giocando attraverso un concetto ingannevole di storia, cioè come una consequenzialità arbitraria e parziale dei fatti, attraverso il senso di colpa, il rimorso e la questione della responsabilità, Barnes e Batra cercano di mostrarci i paradossi che – abitando in ognuno di noi – alimentano le nostre storie.

Qual è la differenze tra una storia che ci viene raccontata da qualcuno – o da noi stessi  –  e la Storia con la esse maiuscola? e questa Storia – quella dei libri di scuola, per intenderci –  è fatta delle menzogne dei vincitori o delle illusioni dei vinti? Insomma c’è storia e Storia, ed ogni storia confluisce inevitabilmente in altrettante storie, producendo delle infinite catene che ci riguardano tutti e che possono travolgerci da un momento all’altro.

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L’epopea di Tony Webster (Jim Broadbent nel film di Batra) inizia con una lettera ed un diario ereditato – simboli molto forti all’interno del costrutto narrativo – che riportano quest’uomo di una certa età a doversi confrontare con i ricordi della sua giovinezza: gli amici, la scuola, la letteratura, gli amori, le discussioni filosofiche, il suicidio di un amico. Ciò che dal principio sembrava ovvio, pian piano si sgretola nell’incertezza della differenza tra ricordi, fatti ed interpretazioni.

Inizialmente Tony è mosso dalla curiosità e dall’interesse di avere ciò che legalmente gli spetta (ostentando quasi un certo distacco), ma così facendo si ritroverà tra antichi rancori e desideri sepolti, trovandosi ad affrontare una devastante rivoluzione esistenziale: quella di un uomo che d’un tratto si rende conto di quanto sia inaffidabile la sostanza dei propri ricordi.

Tony non sa più cosa sia veramente successo nella sua vita – e meno che mai in quella degli altri -, ed accompagnandolo nelle sue vicende, forse scopriamo che nemmeno noi sappiamo con esattezza cosa sia successo nel nostro più intimo passato.  Crediamo alla versione che i nostri ricordi ci raccontano, tendendo spesso a confondere i fatti con qualcos’altro, ma di fronte a situazioni inaspettate, tutto ci appare più caotico ed arbitrario di come ci ricordavamo.

Che vi sia uno scarto differenziale invalicabile che s’interpone tra la nostra storia (la nostra versione dei fatti, o di quelli che chiamiamo fatti) e la storia degli altri (la versione dei fatti secondo gli altri), è ormai quasi un dato di fatto del pensiero moderno, che costituisce un tormento ricorrente nelle meditazioni filosofiche ed artistiche, tanto che ormai ognuno di noi sembra averci fatto l’abitudine. Eppure la vicenda esistenziale di Tony ci porta inevitabilmente a riflettere sulle storie che raccontiamo a noi stessi, sulla nostra responsabilità concreta e sulle conseguenze di una tale verità fittizia nel rapporto con gli altri.

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‘’Il tempo personale’’ cioè quello più propriamente soggettivo  ‘’che è poi anche quello autentico, si misura in funzione del nostro rapporto con i ricordi’’ scrive Barnes, perché ‘’quando si è giovani (…) si vogliono provare sentimenti simili a quelli di cui leggiamo nei libri. Passioni che ti sconvolgano la vita, che creano e definiscono una realtà nuova’’ ed è solo col passere del tempo che forse ci rendiamo conto di quanto le nostre esistenze assomiglino alle trame patinate della letteratura.

Con una certa quota di licenze poetiche il film di Batra riesce sicuramente a scandire meglio la relazione tra un ricordo sedimentato ed una più chiara consapevolezza di certe dinamiche, attraverso il dispositivo del flashback e di quelle scene squisitamente simboliche dove il vecchio Tony si ritrova catapultano nello spazio e nel tempo del giovane Tony, descrivendo perfettamente quello stato d’animo dell’uomo vissuto che scandaglia sé stesso e i propri ricordi alla ricerca di una verità inestimabile ed incorruttibile.

Sulla scia di Tony, noi stessi ci rendiamo conto di quanto siano fragili i nostri ricordi e le nostre storie, che altro non sono che l’interpretazione più adatta – secondo i tempi – delle catene dei fatti realmente vissuti.

In effetti il titolo italiano del film (‘’L’altra metà della storia’’) ci restituisce un’altra importante chiave di lettura della storia: sia che i nostri ricordi sia più o meno aderenti ai fatti, sia che le nostre interpretazioni non risentano troppo delle nostre emozioni, quella che si va delineando come la nostra storia dei fatti, è sempre e solo una parte della storia (‘’ho pensato a ciò che non potevo sapere né capire, adesso, a tutto ciò che non si potrà mai sapere né capire’’).

Tra le pagine di Barnes e le scene di Batra non possiamo evitare d’immedesimarci in Tony Webster e nella sua disperata ricerca di un passaggio – di un ponte – che lo traghetti dalla sua storia verso La Storia, per poter ‘’chiudere il cerchio’’, cioè giungere a quel senso della fine a cui accenna il titolo del romanzo; un ponte che ricerchiamo tutti e che non possiamo fare a meno di cercare nonostante il nostro stesso scetticismo; ed il solo desiderio di questo ponte non getta luce solo sulla fragilità delle nostre vicende personali (e più in generale sulla natura umana), ma anche su quel marchingegno umano che chiamiamo Storia.

Il film di Batra lascia uno spiraglio salvifico, quasi un accenno di lieto fine, che non è particolarmente marcato nel romanzo di Barnes, ma nonostante l’insostenibilità dei ricordi e delle storie, nonostante la tragedia per cui  ‘’quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni’’, nulla c’impedirà mai d’incantarci davanti alle immagini dei nostri ricordi e delle nostre storie, davanti ad un ‘’manipolo di ragazzi a Trafalgar Square’’, davanti ad ‘’una ragazza che, per una volta, ballava’’, davanti al ‘’saluto enigmatico’’ di una donna, e soprattutto davanti ‘’alla cresta di un’onda illuminata dalla luna, acqua in corsa che si allontana controcorrente, inseguita da una banda di giovani urlanti le cui torce elettriche incrociano fasci di luce nel buio’’.

in effetti tutta questa smania di scaricare su qualcuno la responsabilità non è una specie di scappatoia? Abbiamo bisogno di accusare un individuo per poter assolvere tutti gli altri. Oppure vogliamo prendercela con il processo storico così da poter esonerare gli individui. O con il caos senza legge, con conseguenze analoghe. A me sembra che si verifichi, si sia anzi verificata, una catena di responsabilità individuali, ciascuna delle quali era di per sé necessaria, ma che la catena non sia lunga abbastanza da consentire a ciascuno di scaricare le colpe sugli altri. Del resto, il mio desiderio di assegnare responsabilità ad altri può ben scaturire più dalla mia forma mentis che da un’equa analisi dell’accaduto. È uno dei problemi cruciali della storia (…) la questione dell’interpretazione soggettiva in conflitto con quella oggettiva, il fatto che dobbiamo conoscere la storia di chi scrive la storia, se vogliamo comprendere la versione degli eventi che ci viene proposta.

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