di Lorenzo Cavallo

Dopo il successo ottenuto dal 12 al 15 ottobre con lo spettacolo “Monologhi dell’atomica“, Elena Arvigo è tornata con altre tre repliche (dal 20 al 22 ottobre ) al Teatro Elicantropo di Napoli.

Dopo aver lavorato su Anna Politkovskaja (“Donna non rieducabile“), Sarah Kane (“4:48 Psychosis“) e tanti altri grandi autori (Sofocle, Shakespeare, Čechov, Molière..), l’attrice di Genova torna all’attacco con un forte teatro civile e politico che ci parla del cambiamento dell’umanità dopo i grandi disastri della tecnica, dopo Cernobyl e Hiroshima.

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Tra i testi del premio nobel Svetlana Aleksievič (“Preghiera per Cernobyl“) e di Kyoko Hayashi (“Nagasaki“), Elena Arvigo ci racconta, attraverso quattro storie, della sofferenza e della desolazione che russi e giapponesi hanno dovuto scontare sulla loro pelle.

Anna Politkovskaja e Svetlana Aleksievič andavano a raccontare le storia delle persone” aveva detto Elena Arvigo alla presentazione della ventiduesima stagione del Teatro Elicantropo, perché “tutto il teatro è civile e politico, ma alcuni spettacoli lo sono di più“, e proprio per questo (seguendo la linea filosofica secondo cui l’uomo è il centro del teatro) l’attrice genovese ha portato in scena, tra dolori e commozioni, un’antropologia dell’era atomica.

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Con grande bravura, forza tecnica e tanto tanto cuore, Elena Arvigo ci riporta col suo sguardo tra le fiamme di Cernobyl  e le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki, per riflettere sull’animo umano, sulla politica e su ciò che lega e distanzia morte e amore: una morte, come quella che hanno dovuto affrontare tutti quelli che hanno intravisto il volto terrificante della tecnica, che talvolta ha assunto l’aspetto di un incendio ed altre volte quello di un’esplosione; ed un amore che, nonostante tutto, riesce a trovare la forza di sopravvivere e di nascondersi dietro una grossa arancia velenosa, o in tre garofani striminziti nascosti sotto un materasso.

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Il filosofo tedesco Günther Anders con la sua filosofia della discrepanza (Diskrepanzphilosophie), sulla scia dell’antropologia filosofica, cercò di descrivere la divergenza tra ciò che è diventato tecnicamente possibile (come la distruzione del mondo con le bombe atomiche) e ciò che la mente umana è in grado di immaginare, diventando un grande esponente del movimento anti-nucleare; proprio perché un traguardo dell’antropologia filosofica fu quello di notare come la differenza tra l’uomo e l’animale si ascriva nelle terrificanti capacità esclusive dell’uomo: l’uomo è l’unico animale in grado di distruggere la Terra.

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Ed infatti dopo la scissione dell’atomo, correre non basta più (“io corro, corro, corro!”), ed è proprio per questo che, in tempi come questi, tra le prove missilistiche della Corea del Nord ed un mondo che, sempre più spaventato ed intransigente, si è dimostrato avere un grilletto troppo facile, dobbiamo volgere lo sguardo verso un passato ancora incandescente, che ci domanda con urla strazianti un ‘’Perché?’’ al quale non sappiamo rispondere, ma su cui dobbiamo meditare.

Insomma Elena Arvigo ci fa battere ancora una volta il cuore per tutte quelle persone vive e morte, amate o dimenticate, che potevamo essere noi ma sono state loro, e sono rimaste là, tra una vita reale ed una irreale.

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